LE ORIGINI DEL DECRETO SOVIETICO DI LEGALIZZAZIONE DELL’ABORTO (1920) – PRIMA PARTE

di Daniel Gaido e Cintia Frencia

Diritto naturale e materialismo storico

La Russia sovietica è stata la prima nazione al mondo a legalizzare l’interruzione volontaria della gravidanza. Questo fatto dovrebbe attirare l’attenzione sulla rivoluzione bolscevica da parte di tutte quelle persone che sono interessate alla libertà delle donne e alla legalizzazione dell’aborto.
Tuttavia, alla complessità dell’argomento di una rivoluzione guidata dalla classe operaia ma di carattere combinato democratico, borghese e socialista, in un paese dove l’84% della popolazione era costituita da contadini ancora nel 1926 (Lewin, 2005, p. 61), si aggiungono le distorsioni provenienti dalla letteratura ufficiale.
Ad esempio, uno specialista in materia di rivoluzione russa e di diritti delle donne affermava che il Decreto sovietico riguardante la legalizzazione dell’aborto era “fortemente influenzato da una cultura patriarcale riguardo alla maternità” e che “le discussioni riguardo l’aborto nei primi anni ’20, e negli anni precedenti la Rivoluzione, non furono inquadrate in termini di diritti individuali. Il concetto dei diritti riproduttivi delle donne era poco sviluppato e l’idea dei diritti del feto ancor meno” (Goldman, 2011, p. 243).
Le bolsceviche erano perfettamente a conoscenza che gli argomenti delle femministe erano inquadrati in termini di diritti individuali [1]. Da quando erano state membri dell’Internazionale socialista delle donne da loro creata nel 1907, differivano sia dal punto di vista programmatico che ideologico dal femminismo, corrente liberale che aspirava ad estendere alle donne i “Diritti dell’uomo e del cittadino” delle rivoluzioni borghesi. Mentre le femministe si appellavano alla teoria della legge naturale, su cui si basavano le dichiarazioni dei diritti delle rivoluzioni borghesi e, secondo la quale, queste venivano fuori dall’ esistenza di una natura umana immutabile comune a tutte le persone, i marxisti si basavano sulla concezione materialistica della storia, e quindi vedevano l’emancipazione delle donne come prodotto della rivoluzione socialista che avrebbe spazzato via il sistema economico della vecchia famiglia patriarcale contadina o artigiana [2].
Storicamente, l’umanità non si è sviluppata come una serie di individui isolati ma si è sviluppata all’interno di comunità (il clan, la tribù, il villaggio, ecc.), come prodotto dello sviluppo della divisione del lavoro sociale. Dato che questo sviluppo non ha avuto luogo in modo consapevole, ma come prodotto dell’evoluzione dello scambio tra produttori privati, il risultato di questo processo è stato l’emergere della moderna individualità nel quadro di un’economia mercantile, basata su una produzione orientata allo scambio e non all’autoconsumo. La produzione di merci raggiunse il suo massimo grado con lo sviluppo del capitalismo, vale a dire della produzione mercantile attraverso il lavoro salariato. Gli individui isolati dalla divisione del lavoro sociale continuano a costituire una comunità di produzione, ma non a seguito di una decisione consapevole, bensì attraverso la mediazione dei prodotti del loro lavoro, che regolano il processo di produzione indipendentemente dalla volontà dei produttori stessi. La teoria della legge naturale è il riflesso ideologico di questo regime di produzione, che non solo nasconde il carattere del capitalismo come regime di sfruttamento del lavoratore salariato, ma anche la reificazione delle relazioni sociali al suo interno.
I marxisti ritengono che l’intero sistema di contraddizioni della società capitalista punta oltre sé stesso al ripristino della comunità umana e al significato delle divisioni di classe, ma preservando la ricchezza della storia e, quindi, lo sviluppo di individualità. Ma questo sviluppo non è un processo lineare bensì dialettico, che solleva la necessità di una riorganizzazione sociale segnata dalla presa del potere da parte dei lavoratori e dalla creazione di un governo operaio, come una fase di transizione necessaria tra società capitalista e socialista. In tal senso, la rivendicazione della “libertà dei corpi” avanzata dallo Stato zarista o borghese non era identica per contenuto alla stessa rivendicazione avanzata allo Stato operaio, che era rappresentazione della volontà dei lavoratori. Questa concezione ha ispirato sia la legislazione bolscevica sulla maternità sia il decreto che legalizza l’aborto, ed è stato uno dei punti centrali nel dibattito sui motivi e sulla giustificazione dell’aborto.

Le misure democratiche adottate dai bolscevichi per la liberazione delle donne

Non appena assunsero il potere, i bolscevichi attuarono una legislazione pionieristica per la liberazione delle donne che includeva i decreti del 16 e 18 dicembre 1917 [3] sul matrimonio civile e sul divorzio e il Codice delle leggi del 22 ottobre 1918 sullo stato civile, le relazioni domestiche, matrimoniali, familiari [4].
Il Codice della famiglia del 1918 abolì lo stato giuridico inferiore delle donne e stabilì l’uguaglianza di donne e uomini davanti alla legge. Questo codice proclamava che solo il mutuo consenso di un uomo e una donna poteva essere la base del matrimonio e che solo il matrimonio civile era legale. L’autorità per la registrazione del matrimonio fu trasferita dalle autorità religiose allo Stato sovietico.
Il codice della famiglia rimosse anche le distinzioni legali tra figli legittimi e illegittimi, in modo che tutti i bambini fossero uguali davanti alla legge, legalizzò il divorzio su richiesta di uno dei coniugi senza la necessità di comprovare i loro motivi, e stabilì l’obbligo degli alimenti per un periodo illimitato in caso di necessità, sia per le donne che per gli uomini.
A questa legislazione deve essere aggiunta la protezione legale delle donne lavoratrici, incluso il Decreto del giorno lavorativo di otto ore del 29 ottobre 1917 (che proibiva il lavoro notturno delle donne, nonché gli straordinari) [5], e il Codice del lavoro del dicembre 1918, che stabiliva che le lavoratrici avevano diritto a un congedo di maternità di 112 giorni, 8 settimane prima e 8 settimane dopo il parto, ricevendo integralmente il loro stipendio, e che a tutte le lavoratrici con un figlio in età puerile doveva essere concessa una pausa di mezz’ora ogni tre ore per allattare il bambino [6].
Nel 1923, la Repubblica Sovietica Russa adottò anche uno statuto pionieristico contro le molestie sessuali sulle donne; quando il codice penale rinnovato dell’RSFSR fu pubblicato nel 1926, in sostituzione del codice penale russo del 1922, l’emendamento del 1923 all’articolo 169, che proibiva le molestie sessuali sulle donne, divenne l’articolo 154. L’edizione del 1926 del codice penale dell’RSFSR dichiarava quanto segue nel suo articolo 154: “La costrizione di una donna a intrattenere rapporti sessuali o a soddisfare il desiderio sessuale in altro modo da parte di una persona da cui la donna è materialmente o professionalmente dipendente, sarà sanzionata con detenzione fino a cinque anni” [7].
Nel quadro di queste misure democratiche per la liberazione delle donne adottate dal governo bolscevico deve essere letto il decreto sulla legalizzazione dell’aborto del 10 novembre 1920.

L’iniziativa delle lavoratrici nell’adozione del decreto sovietico sull’aborto

Sebbene lo statuto che depenalizzò l’aborto non fu adottato immediatamente dopo che i bolscevichi presero il potere, in realtà nessuna donna o medico furono processati per aborto dopo l’ottobre 1917 – come nessun omosessuale fu perseguitato, sebbene l’omosessualità non fu formalmente depenalizzata fino all’adozione del primo codice penale della Russia sovietica il 1 ° giugno 1922 (Healey, 2018).
Il fatto che la Russia sovietica fosse il primo paese al mondo a legalizzare l’interruzione volontaria della gravidanza non era casuale: Lenin e i bolscevichi avevano difeso il diritto all’aborto anche prima della rivoluzione di ottobre.
Nel maggio del 1913, ad esempio, Lenin scrisse: “Esigere l’abolizione assoluta di tutte le leggi contro l’aborto o contro la diffusione della letteratura medica sulle misure contraccettive. Tali leggi mostrano solo l’ipocrisia delle classi dirigenti…”, Libertà di propaganda medica e protezione dei diritti democratici elementari di cittadini, uomini e donne (Lenin, 1913, p. 480).
I bolscevichi hanno discusso dell’aborto nella Russia zarista, anche se la questione non era all’ordine del giorno delle organizzazioni femministe. La sezione russa dell’Unione Internazionale dei Criminologi, riunita nel 1914, raccomandò che l’aborto fosse rimosso dall’elenco dei reati. La società medica Pirogov aveva attirato l’attenzione sul problema un decennio prima. Al suo IX Congresso, tenutosi nel 1904, fu creata una commissione speciale per esaminare la questione dell’aborto da un punto di vista medico e sociale. Al suo XII Congresso, tenutosi nel 1913, la questione dell’aborto era uno dei punti principali all’ordine del giorno. Dopo un lungo dibattito, i delegati accettarono una proposta formulata dalla Omsk Medical Society secondo cui l’aborto non doveva più essere considerato un reato, e donne e medici che avevano eseguito aborti potevano essere citati in giudizio solo se avevano eseguito l’operazione per motivi mercenari (Waters, 1985, pp. 251-251) [8]. Ma senza la presa del potere da parte dei bolscevichi e le iniziative che la rivoluzione di ottobre ha incoraggiato per le donne lavoratrici, questi dibattiti sicuramente non avrebbero avuto alcun effetto nella sfera legislativa, come è accaduto nel resto dei paesi fino agli anni ’70. Secondo la testimonianza di Alexandra Kollontai, Commissario del popolo per l’assistenza pubblica, la legislazione sull’aborto fu adottata dal governo bolscevico su iniziativa delle lavoratrici. Nel 1921, Kollontai descrisse il processo che portò prima il Partito bolscevico a creare le Commissioni delle lavoratrici e il Dipartimento per il lavoro delle donne (Zhenotdel), e infine ad adottare il decreto che legalizzava l’aborto e stabiliva la sua pratica libera negli ospedali:
“Su iniziativa del gruppo delle donne comuniste a Mosca e con il pieno sostegno del Comitato centrale del Partito comunista, nel novembre 1918 fu organizzato a Mosca il primo Congresso pan-russo di lavoratrici e contadine [I Всероссийский съезд работниц и крестьянк]. Parteciparono oltre un migliaio di delegate elette nelle assemblee delle lavoratrici e delle contadine. Questa conferenza non fu solo di fondamentale importanza a livello di propaganda, ma gettò le basi per l’organizzazione nel Partito Comunista di un apparato speciale nel Comitato Centrale per la direzione del lavoro tra le donne in tutta la Russia [Zhenotdel]. La formazione di un apparato speciale all’interno del partito, in vista della partecipazione delle masse femminili alla costruzione della Repubblica del lavoro e alla lotta per il comunismo, fu così ufficialmente riconosciuta dal partito.
Inizialmente, furono le Commissioni per l’agitazione e la propaganda tra le lavoratrici a svolgere questo lavoro. Il motto di queste commissioni era: agitazione, non solo a parole, ma per l’azione, che significava la formazione di comuniste coscienti e attive attraverso la partecipazione di contadine e lavoratrici al lavoro vivo e attivo dei soviet. A tal fine, le Commissioni delle lavoratrici [Комиссии работниц] crearono un dispositivo speciale che collegava il partito con le grandi masse arretrate di donne lavoratrici, vale a dire l’assemblea delle delegate. Ogni fabbrica, ogni officina con cinquanta lavoratrici eleggeva la propria rappresentante per l’assemblea delle delegate e delle lavoratrici. Le delegate sono elette per tre mesi. Erano tenute a partecipare alle riunioni settimanali, dove erano tenute al passo con gli sviluppi politici. Lavoravano in diverse aree della costruzione dello Stato sovietico, in particolare quelle relative all’educazione sociale, alla nutrizione sociale, alla protezione della maternità e ad altre aree dell’attività sovietica che contribuivano direttamente all’emancipazione economica delle lavoratrici […].
Con l’aumentare del lavoro del partito tra le donne, nacque la necessità di organizzare il lavoro, di approfondirlo e armonizzarlo. Nell’autunno del 1919, il partito riorganizzò le commissioni delle sue lavoratrici nel Dipartimento del lavoro tra le donne (Zhenotdel) [Отдел по Работе Среди Женщтне (Женотдел)]. Questo dipartimento era rappresentato in ogni comitato del partito, a partire dal comitato centrale fino ai comitati di città, rione e distretto.
I dipartimenti delle lavoratrici [Отделы работниц] non coinvolgevano solo le lavoratrici e le contadine nel partito e negli organi di costruzione sovietica, formando così comuniste attive, ma prendevano l’iniziativa nella costruzione del sistema sovietico, sviscerando dinanzi al partito e dinanzi agli organi sovietici i problemi riguardanti la questione dell’emancipazione totale delle donne. Pertanto, su iniziativa dei Dipartimenti delle lavoratrici, fu adottata la legge sulla legalizzazione dell’aborto” (Kollontai 1921d, p. 8-10).
Quando la guerra civile e la guerra russo-polacca, che le seguì immediatamente, volsero al termine, le sezioni femminili del Partito bolscevico distolsero la loro attenzione dai compiti nazionali (come sostenere l’Armata Rossa) a favore della soluzione di problemi “femminili”, in particolare la protezione del lavoro femminile, le condizioni di assunzione lavorativa introdotte a livello nazionale nel gennaio 1920 nel quadro del comunismo di guerra, e le questioni relative all’aborto, alla maternità e alla prostituzione (Wood, 1997, p. 48).

I dibattiti che hanno preceduto l’adozione del decreto sovietico sull’aborto

Nel novembre 1919, l’esperto forense Dr. la. Leibovich scrisse una serie di tesi che raccomandavano la legalizzazione dell’aborto. Nel febbraio 1920, la Divisione medica del Commissariato popolare per la sanità pubblica distribuì le tesi di Leibovich a tutti i dipartimenti sanitari con l’istruzione di sollecitare le opinioni degli operatori sanitari, della giustizia, degli assistenti sociali e dei rappresentanti del Dipartimento del Partito comunista per il lavoro tra le donne. Il sondaggio rivelò che la comunità medica sovietica era in gran parte contraria all’introduzione della nuova politica (Gross Solomon, 1992a, p. 75).
Nei mesi da aprile a luglio 1920, il Dipartimento per il lavoro femminile del Partito comunista organizzò tre incontri con i rappresentanti del Commissariato popolare per la salute pubblica e la sua divisione per la protezione della maternità e dell’infanzia al fine di discutere la questione dell’aborto. Gli incontri si tennero il 14 aprile, il 2 giugno e il 3 luglio 1920. Molte figure di spicco dello Zhenotdel presero parte alla discussione. Il Commissario del popolo per la salute pubblica Nikolai Semashko, la direttrice della Sezione per la protezione della maternità Vera Lebedeva, e importanti leader bolsceviche come Inessa Armand, Alexandra Kollontai, Nadezhda Krupskaia, Olga Kameneva e Vera Golubeva parteciparono attivamente.
Durante questi incontri, Semashko e Lebedeva presentarono una serie di tesi per la discussione [9]. Iniziarono citando il pericolo dell’aborto clandestino per la salute delle donne e, di conseguenza, la necessità di legalizzarlo. Il punto principale di qualsiasi legislazione, sostenevano, non dovrebbe essere la protezione della singola donna e il suo diritto di porre fine a una gravidanza, ma la protezione della collettività e della salute della madre per il bene delle generazioni future. La convenienza collettiva e “statale” (государственная целесообразность), in altre parole, dovrebbe avere la precedenza sui “diritti individuali” (права личности) (Wood, 1997, p. 107, p. 252, nota 43).
I partecipanti agli incontri sottolinearono che la criminalizzazione dell’aborto aveva comportato gravi pericoli per la salute delle donne, in quanto favoriva la sua pratica clandestina. Se l’aborto fosse rimasto illegale, le donne avrebbero continuato a chiedere aiuto alle ostetriche del villaggio (повитухи) e alle guaritrici (знахарки). Le autorità mediche sovietiche insistevano sulla necessità che tali questioni fossero nelle mani di professionisti e che gli aborti fossero praticati nelle istituzioni mediche statali. Allo stesso tempo, sia Semashko che Lebedeva credevano che gli asili nido e le istituzioni per la maternità potessero servire da deterrente nei casi in cui le donne abortivano a causa di fattori materiali esterni.
Non tutti i presenti alle riunioni concordavano che l’aborto andava legalizzato. Cherliunchakevich, un rappresentante del Commissariato della Giustizia, sosteneva che l’aborto doveva rimanere un atto criminale consentito solo con l’approvazione di una commissione speciale, poiché l’ordine sovietico non doveva sostenere qualsiasi cosa potesse portare alla “distruzione della gravidanza”. Preobrazhensky appoggiò questa idea, chiedendo la creazione di speciali “tribunali sociali” per decidere in quali casi praticare l’aborto.
Gli oppositori di tali comitati affermavano che le donne avrebbero preferito abortire clandestinamente, anche a rischio della morte, prima di raccontare aspetti medici intimi della propria vita. Inoltre, la maternità doveva essere vista come un diritto e non come un dovere della donna libera e, pertanto, non doveva essere regolata in questo modo. Inessa Armand propose un nuovo slogan: “Sotto l’ordine comunista, è impensabile che la nascita di un bambino sia una forma di assunzione di lavoro” (Wood, 1997, pp. 107-108).
Nell’estate del 1920, sia Krupskaya che Semashko avevano sollecitato la depenalizzazione dell’aborto nelle pagine della rivista Kommunistka. Nel giugno 1920, in un articolo intitolato “Guerra e parto”, Krupskaya affermò che la donna incinta si sente già preparata nel suo corpo per il parto e l’allattamento. “Soggettivamente”, disse Krupskaya, “la madre sente l’interruzione di quel processo come un crimine contro sé stessa e contro il bambino”. Ma Krupskaya dichiarò (1920) esplicitamente la sua opinione che non fosse un crimine distruggere il feto, poiché faceva ancora parte dell’organismo della madre e non era ancora un essere vivente. Due mesi dopo, Semashko si pentì della mancanza di discussione su questo argomento nelle assemblee femminili. Il Commissario del popolo per la sanità pubblica sollecitò la creazione di case speciali per le giovani madri, dove potevano riposare quattro mesi prima del parto e un mese dopo, come mezzo per prevenire l’aborto, in particolare per le donne che non avevano ancora avuto figli. Se una donna si vergognava di entrare in una simile istituzione nel suo distretto, le sezioni femminili del Partito Comunista potevano mandarla in un altro distretto. Sebbene Semashko credesse che legalizzare l’aborto fosse il passo giusto, fece riferimenti a lettere che aveva ricevuto da medici che non volevano eseguire aborti a causa di obiezioni di coscienza e da una donna che scrisse dei conflitti tra maternità e appartenenza al partito. Mentre sosteneva la legalizzazione dell’aborto, Semashko insistette sull’obbligo morale delle donne di avere figli, per crescere la prossima generazione. Ha ripetuto le sue tesi dell’incontro dello Zhenotdel, incluso il rifiuto della priorità dei “diritti individuali” delle donne sulla questione della maternità e dell’aborto [10].
Secondo Kollontai, nel frattempo, le sezioni femminili del Partito dovevano fissare come obiettivo la vera e completa emancipazione delle donne, difendendo i loro interessi immediati. Nel novembre 1920, Kollontai spiegò i problemi che aveva in mente come quelli che “derivano dalle specificità del sesso femminile (ad es. Maternità, protezione del lavoro femminile, legislazione sulla questione dell’aborto)” e quelli che “sono collegati alla posizione particolarmente sfavorevole delle donne, alla loro schiavitù o disuguaglianza e alle vestigia del passato borghese – ad esempio, la questione della prostituzione” [11]. Nelle discussioni svoltesi nella sezione femminile del Partito comunista, nel 1920, molti dei presenti (in particolare Inessa Armand) sostennero la preparazione di opuscoli speciali sulle misure contraccettive in alternativa all’aborto. Krupskaya (1920) sostenne pubblicamente che la contraccezione era più sicura dell’aborto.
Allo stesso tempo, il governo bolscevico sottolineò la necessità di creare istituzioni per madri e bambini come incentivo positivo per scoraggiare le donne dall’abortire. In effetti, le autorità hanno fatto tutto il possibile per porre la legalizzazione dell’aborto nel contesto di politiche progettate per proteggere le donne come madri. Emisero una vasta gamma di decreti e lanciarono campagne “in difesa della maternità e dell’infanzia”. Nel marzo e nell’aprile 1920 le sezioni maternità e figli furono formalmente trasferite dal Commissariato del Lavoro e della previdenza sociale al Commissariato di Sanità pubblica sotto Semashko. Il 1 ° luglio 1920 un nuovo decreto a tutela delle donne incinta non solo riaffermava il diritto al congedo di maternità per otto settimane per le lavoratrici che svolgevano attività fisica (e sei settimane per quelle che svolgevano attività intellettuale), ma le liberava da tutte le forme di assunzione di lavoro durante quel periodo, con restrizioni significative al servizio richiesto nei mesi precedenti quel periodo.
Nel settembre 1920, le sezioni femminili del Partito comunista pubblicarono un nuovo decreto sulla Pravda a protezione delle donne in gravidanza, che insisteva sulla protezione delle generazioni future di lavoratori e sulla necessità di ridurre gli alti tassi di mortalità infantile in Russia. Per raggiungere questo obiettivo, gli organi politici locali dovettero applicare i controlli più severi per garantire che le donne incinta fossero liberate dal lavoro retribuito, che fossero trasferite da un lavoro pesante a un lavoro più leggero, permettendo che fossero loro assegnati solo turni diurni e che ricevessero tutta una serie di vantaggi, come code prioritarie per il cibo, biglietti del treno e posti sui tram. Un decreto del 7 ottobre 1920 introdusse “La settimana dei bambini”, che fu celebrata dal 12 al 18 novembre. Un altro decreto dell’11 novembre 1920 prevedeva misure per proteggere il lavoro e la salute delle madri che allattavano (Wood, 1997, pp. 110-111). Questo è stato il preludio all’adozione del decreto sovietico che legalizzava l’aborto (“Sulla protezione della salute delle donne”, 18 novembre 1920).
La firma dell’editto che legalizza l’aborto arrivò rapidamente. Nella primavera del 1920, iniziarono a circolare voci su un decreto che avrebbe legalizzato l’aborto. L’argomento fu discusso il 3 novembre 1920 in occasione di una riunione della Società degli ostetrici e ginecologi di Mosca cui parteciparono, tra gli altri, il Commissario del popolo per la sanità pubblica, N.A. Semashko. Questa riunione doveva continuare il 17 di quel mese, ma fu rimandata al 25. Nel frattempo, fu firmato il decreto (Gross Solomon, 1992b, p. 476, nota 5).
Il decreto di legalizzazione dell’aborto, pubblicato sul giornale del Comitato esecutivo centrale dei Soviet il 18 novembre 1920, conteneva la maggior parte delle disposizioni che Semashko e altri avevano difeso, inclusa l’enfasi sulla depenalizzazione dell’aborto come un male inferiore rispetto agli aborti clandestini illegali. Il decreto ufficiale fu firmato da Semashko e Kurski, Commissario del popolo alla giustizia, con l’intenzione di “proteggere la salute delle donne”. Con questo decreto, la Russia sovietica divenne il primo paese al mondo in cui qualsiasi donna poteva richiedere la cessazione volontaria della gravidanza. I professionisti medici ritenevano che gli aborti illegali spesso danneggiassero la salute delle donne perché molte procedure illegali erano autoindotte o eseguite da praticanti non qualificati (бабки: “nonne”) e, all’epoca, non c’erano antibiotici per prevenire le infezioni.
Il decreto si riferisce all’aborto come a un “male” (зло) e alla necessità di combattere quel male attraverso la propaganda di massa contro l’aborto. Pertanto, sebbene il decreto promettesse di “consentire questo tipo di operazione da eseguire liberamente e gratuitamente negli ospedali sovietici”, esprimeva anche l’intenzione del governo sovietico di combattere questo fenomeno pianificando la gravidanza. Inoltre, insisteva sul fatto che gli aborti potevano essere eseguiti solo negli ospedali sovietici da medici qualificati; nessun altro, comprese le ostetriche, poteva eseguirli. Il decreto enfatizzava la posizione debole delle donne, il loro status di “vittime di ciarlatani mercenari e spesso ignoranti”, e le infezioni e i decessi subiti a causa di aborti clandestini. La responsabilità generale della supervisione del funzionamento della legge sull’aborto spettava al Commissariato popolare per la sanità pubblica e alla sua divisione per la protezione della maternità e dell’infanzia [12].
Il decreto del 1920 non fu promulgato in nome dei diritti delle donne sui propri corpi. Pochi mesi dopo la sua promulgazione, il Commissario del popolo per la salute, Semashko, dichiarò che solo gli anarchici piccolo-borghesi potevano desiderare una cosa del genere [13]. Come vedremo, sebbene questa fosse la posizione ufficiale dei rappresentanti del governo sovietico, all’interno della Russia sovietica si è svolto un dibattito sulle cause e sulla giustificazione della legalizzazione dell’aborto. Ma il Dipartimento per il lavoro delle donne del Partito comunista non ha ritenuto incoerente sostenere il decreto di legalizzazione dell’aborto del 1920 e, allo stesso tempo, lottare per la salvaguardia della maternità, dal momento che la vera scelta non era tra l’aborto e il mantenimento di alti tassi di natalità, ma tra aborti legali (sicuri) e aborti clandestini [14].

L’applicazione del decreto di legalizzazione dell’aborto

L’attuazione del decreto incontrò enormi difficoltà, a cominciare dal fatto che in migliaia di villaggi e comuni non c’era un ospedale, tanto meno uno con un medico specializzato nell’aborto. Una volta legalizzato l’aborto, nonostante le migliori intenzioni dei funzionari sanitari, molte aree fecero ricorso a speciali commissioni mediche per determinare in quali casi l’aborto sarebbe stato praticato, a causa della grave carenza di letti d’ospedale. L’aborto fu praticato nel 99,6% dei casi nei primi tre mesi di gravidanza, di solito senza anestesia e senza interruzione di seduta (Ruben-Lupo, 1929, p. 6).
Il 9 gennaio 1924, nel contesto del brutale “piano di aggiustamento” noto come Nuova Politica Economica o NEP (imposto al governo bolscevico dal crollo economico per il comunismo di guerra e dalle rivolte contadine contro le requisizioni di grano, come quella guidata da Antonov nella provincia di Tambov, così come dalla rivolta dei marinai di Kronstadt del marzo 1921), il diritto all’aborto gratuito era limitato a coloro che avevano un’assicurazione sanitaria sul posto di lavoro o tramite i mariti. Anche in questi casi, la priorità era data a determinate categorie: (1) donne single disoccupate che avevano ricevuto assistenza attraverso borse di lavoro; (2) lavoratrici single che avevano già avuto un figlio; (3) donne lavoratrici con più figli (cioè almeno tre); (4) mogli di lavoratori con più figli. Un’altra circolare di quest’epoca aggiungeva altre categorie di donne che potevano abortire gratuitamente negli ospedali statali: donne la cui gravidanza fosse il risultato di uno stupro, di una violenza o di un inganno, o di una posizione indifesa, di uno stato di incoscienza o di debolezza mentale; minori non sposate; donne la cui gravidanza fosse il risultato di una manipolazione della loro dipendenza materiale; donne non sposate e disoccupate, soprattutto quelle in condizioni materiali difficili; famiglie che vivono con un solo stipendio e tre o più figli, per le quali un ulteriore aumento delle dimensioni della famiglia causerebbe notevoli danni materiali, soprattutto in presenza di figli minori; famiglie in cui entrambi i coniugi avessero una disoccupazione prolungata; per ragioni mediche (tubercolosi, bacino stretto, malattie renali, ecc.) o per motivi di eugenetica (epilessia, malattia mentale, sordità ereditaria, ecc.). Nel novembre 1924 furono istituite delle commissioni regionali per l’aborto al fine di consentire l’accesso all’interruzione volontaria gratuita della gravidanza e per monitorare il rispetto della lista di priorità stabilita.
Nonostante tutti gli ostacoli materiali, l’aborto fu gradualmente fatto uscire dalla clandestinità e praticato gratuitamente negli ospedali pubblici. Nel 1923, circa il 57% degli aborti veniva ancora praticato al di fuori degli ospedali. Nel corso degli anni Venti, questo dato comincia a scendere al 43% nel 1924, al 15,5% nel 1925, al 12% nel 1926 e al 10% nel 1932 (Conius, 1933, p. 37). Fonti d’archivio confermano questi dati e indicano che, mentre nel 1923 il 42% degli aborti è stato praticato al di fuori degli ospedali, nel 1924 la percentuale è scesa al 37% nel 1924, al 30% nel 1925, al 25% nel 1926 e al 24% nel 1927 [15].
Allo stesso tempo, con la ripresa economica che ha seguito l’attuazione della NEP, il governo sovietico iniziò a porre sempre più l’accento sulla pianificazione della gravidanza. Il controllo della natalità fu legalizzato in Unione Sovietica nel 1923. Dall’autunno del 1924 in poi, il ramo di Leningrado della Divisione per la tutela della maternità e dell’infanzia permise alle commissioni abortive di prendere l’iniziativa e di proporre la contraccezione come alternativa all’aborto, e la Commissione scientifica centrale per lo studio dei contraccettivi fu istituita nel 1925 sotto l’egida della Divisione per la tutela della salute e dei bambini del Commissariato per la sanità pubblica (Gross Solomon, 1992a, p. 61, 78, nota 67, p. 66).

 

Riferimenti
[1] Prima della rivoluzione di ottobre, la Russia ha conosciuto quattro organizzazioni femministe: la Società di Mutuo Soccorso delle Donne Russe (Русского Женского Взаимно-Благотворительного общества) creata nel maggio 1895 a San Pietroburgo e guidata da Anna Pavlovna Filosofova e Anna Nikitichna Shabanova, l’Unione panrussa per l’uguaglianza dei diritti delle donne (Всероссийский союз равноправия женщин), o Unione delle donne, guidata da Zinaida Mirovich e Anna Kalmanovich a Mosca, e Liubov Gurevich e Maria Chejova a San Pietroburgo, il Partito Progressista delle Donne (Женской прогрессивной партии) guidato da Maria Ivanovna Pokrovskaia e la Lega panrussa per la parità di diritti delle donne (Всероссийская лига равноправия женщин) che il 19 marzo 1917 organizzò una manifestazione di circa 40.000 donne a favore del suffragio femminile (Frencia e Gaido, 2018).
[2] Zetkin, 1907, pagg. 3-4. Dall’analisi di Clara Zetkin, condivisa dai bolscevichi, emerge un’intera serie di conclusioni politiche e organizzative, in particolare la necessità di una propria organizzazione delle donne lavoratrici nel quadro dei partiti operai, che è stata espressa nelle conferenze delle donne del Partito socialdemocratico tedesco, nell’Internazionale delle donne socialiste guidata da Clara Zetkin, nelle Commissioni delle lavoratrici e nel Dipartimento per il lavoro tra le donne del Partito bolscevico (Zhenotdel), nonché nell’Internazionale delle donne comuniste, guidata da Zetkin. Abbiamo analizzato queste organizzazioni, nonché i loro rapporti con organizzazioni femministe tedesche e russe, in lavori precedenti (Frencia e Gaido, 2016; 2018).
[3] Декрет ВЦИК и СНК о расторжении брака. 16 декабря 1917 г. [Decreto del Comitato esecutivo centrale di tutta la Russia e del Consiglio dei commissari del popolo sul divorzio (16 dicembre 1917)]. URL: http://www.hist.msu.ru/ER/Etext/DEKRET/17-12-16.htm. Декрет о гражданском браке, о детях и о ведении книг актов состояния, 18 aprile 1917 aprile. [Decreto sovietico sul matrimonio civile, i figli e la registrazione civile (18 dicembre 1917)]. URL: http://istmat.info/node/28231.
[4] Всероссийский центральный исполнительный комитет (ВЦИК): Кодекс законов оне гражданского сом (22 октября 1918 года.) [Comitato esecutivo centrale panrusso (VTsIK): Codice delle leggi sugli atti di stato civile, matrimonio, famiglia e diritto di custodia (22 ottobre 1918)]. URL: http://istmat.info/node/31624. Il Codice della famiglia del 1918 fu tradotto in inglese come “Le leggi sul matrimonio della Russia sovietica”: testo completo del primo codice delle leggi della RSFSR che si occupava di stato civile e relazioni domestiche, matrimonio, famiglia e tutela. New York: Russian Government Bureau, 1921. URL: https://archive.org/details/marriagelawsofso00sovi.
[5] Декрет Совета Народных Комиссаров: О восьмичасовом рабочем дне) [29 октября 1917 г.] [Decreto del Consiglio dei commissari del popolo: Sulla giornata lavorativa di otto ore (29 ottobre 1917)]: URL: http://constitution.garant.ru/history/act1600-1918/5306/.
[6] Кодекс законов о труде 1918 года. URL: http://www.hist.msu.ru/Labour/Law/kodex_18.htm. Versione inglese: Le leggi sul lavoro della Russia sovietica. Con un supplemento su La protezione del lavoro nella Russia sovietica, di S. Kaplun, Commissariato del Lavoro. 4a ed. New York: Russian Government Bureau, 1921, pagg. 15, 27, 56. URL: https://archive.org/details/LaborLawsOfSovietRussia.
[7] “154. Понуждение женщины к вступлению в половую связь или к удовлетворению половой страсти в иной форме лицом, в отношении коего женщина являлась материально или по службе зависимой – лишение свободы на срок до пяти лет”. Уголовный Кодекс РСФСР редакции 1926 [Il codice penale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, 1926, articolo 154]. URL: https://coollib.com/b/124310/read.
[8] Per i dibattiti pre-rivoluzionari in Russia sulla legalizzazione dell’aborto, vedi: Engelstein, 1991.
[9] Le tesi di Semashko per lo Zhenotdel sono riprodotte nell’Appendice II, perché presentate come preludio al Decreto sovietico sulla legalizzazione dell’aborto nell’edizione tedesca della stessa, pubblicata sulla rivista a cura di Clara Zetkin, Die kommunistische Fraueninternationale.
[10] Semashko, Н. (1920). Ещ о больном вопросе, Коммунистка 3 анд 4, Ауг.-Септ, пп. 19-21 [N. Semashko (1920). Maggiori informazioni sulla questione della malattia, Kommunistka, 3 e 4, agosto-settembre, pagg. 19-21], citato in: Wood, 1997, p. 108 e nota 49, pag. 252.
[11] A. Kollontai (1920). Задачи отдела по работе среди женшчин: I compiti del Dipartimento per il lavoro tra le donne, Kommunistka, 6 novembre, pp. 2-3, citato in: Wood, 1997, p. 102, pag. 250, nota 14.
[12] Per una traduzione del decreto sovietico che legalizza l’aborto, si veda l’Appendice I di questo lavoro.
[13] N.A. Semashko (1920). Больной вопрос [“Una questione dolorosa”], Izvestiia VTSiK, 151, 11 luglio, p. 3; N.A. Semashko (1920). Еще о больном вопросе [“Ancora sulla questione dolorosa”], Kommunistka, 3-4, pp. 19-21, citata in: Gross Solomon, 1992a, p. 75, nota 8.
[14] Gross Solomon, 1992a, p. 61. Il censimento del 1926 mostrava che le donne sovietiche partorivano una media di 5,37 bambini (Nakachi, 2016, p. 309).
[15] Wood, 1997, p. 253, nota 53. Per una descrizione dettagliata dell’applicazione del diritto all’aborto tra il 1920 e il 1936, vedi: Goldman, 2011, pagg. 241-274.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...