Su salari e reddito

A seguito dell’inasprimento della crisi avvenuto negli ultimi due anni, inasprimento che ha portato a uno straordinario incremento dell’inflazione, mai così alta da quarant’anni a questa parte, la questione salariale e quella occupazionale sono tornate al centro del dibattito politico in Italia e in tutta Europa. Il panorama mondiale è attualmente caratterizzato da una guerra imperialista, scoppiata all’interno di una crisi sanitaria, di cui non si vede la fine, che continua a lasciare milioni di vittime e morti in tutto il mondo. Questo processo irreversibile di imbarbarimento descrive la decomposizione storica del dominio del capitale e si è tradotto in un attacco senza precedenti alla classe operaia internazionale, di cui la questione salariale rappresenta il più evidente e immediato aspetto economico.

Nel vecchio continente, dal punto di vista politico la risposta a tale problema si è limitata almeno per ora a un accordo preliminare inerente all’introduzione di un salario minimo tra i paesi aderenti alla UE. Questo accordo è stato stipulato nel giugno scorso a Strasburgo tra Commissione, Parlamento e Consiglio e prevede una misura che, nonostante il limite di due anni per recepirlo, non avrà nessun carattere impositivo né tanto meno estensivo a tutte le categorie di lavoratori, lasciando libertà di agire ai governi dei singoli Stati, mostrando alla storia come una reale integrazione economica e sociale in Europa sia una chimera, neanche scrutabile all’orizzonte. [1]

Le differenze tra le economie e i relativi margini d’intervento si sono rese evidenti anche nel modo in cui i vari paesi stanno affrontando le questioni sul lavoro. In Germania, per esempio, il Bundestag ha aumentato a 12 euro l’ora il salario minimo, anticipando anche le direttive europee. Il salario minimo è attualmente presente in 21 paesi dell’UE (seppur in Bulgaria, per esempio, risulta essere poco di più di 300 euro). In altri paesi come Belgio, Spagna si discute anche di un’eventuale riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario [2]. L’Italia, come vedremo, rappresenta sempre più un fanalino di coda su questi temi.

La necessità della politica borghese di far i conti da un lato con le crisi strutturali del capitalismo nella sua fase senile e dall’altro con i bisogni delle masse impoverite è al centro della impasse in cui si trovano i governi di tutto il mondo e delle relative crisi di governo. Era così prima della pandemia, soprattutto per gli stati più colpiti dalla crisi del 2008, con lo scoppio di ribellioni popolari che ha riguardato soprattutto popolazioni soggette a condizioni di vita più precarie; lo è oggi in maniera più critica ed estesa territorialmente. Lo sarà anche domani, nella prospettiva di ulteriori aggravamenti della crisi economica, di una latente e irreversibile crisi ambientale e sanitaria e di una guerra imperialista permanente, che incombe inesorabile sulle sorti del proletariato e dell’umanità intera.

L’anomalia Italia: il malato d’Europa

Tra le vecchie potenze economiche del continente europeo, l’Italia è il cuore della crisi. Il “bel paese” è quello che ospita maggiormente le condizioni materiali per l’esplosione di una bomba sociale e allo stesso tempo contempla l’impotenza di qualsiasi governo della borghesia nel dare una risposta soddisfacente a tale situazione. Anche dal punto di vista salariale e occupazionale, infatti, la situazione italiana appare assai più critica rispetto a quella degli altri paesi dell’eurozona.

A conferma di ciò, un articolo uscito su “La Stampa” il 30 maggio scorso ha divulgato un grafico dell’OCSE, dove si mostrava come tra i paesi europei l’Italia fosse l’unico in cui negli ultimi trent’anni i salari hanno subito una contrazione rispetto al potere d’acquisto: -2,6%. Benché fosse essenzialmente cosa nota, questo articolo ha dato il “la” a un ampio dibattito pubblico tra parti sociali e partiti politici.

Questa tendenza a una maggiore perdita del potere d’acquisto da parte dei lavoratori e delle lavoratrici in Italia si è confermata in maniera più acuta anche negli ultimi due anni. Nel mese di giugno, infatti, è stato pubblicato uno studio dalla fondazione Di Vittorio [3] che mostra come nel 2021 rispetto all’Eurozona in Italia non fosse stato ancora recuperato il livello salariale medio precedente alla pandemia, in un contesto aggravato ulteriormente dal caro vita.

In CGIL si tende a limitare il problema dei salari, circoscrivendolo ai lavoratori che non hanno un contratto nazionale rinnovato. Tuttavia, gli ultimi contratti rinnovati non prevedono aumenti legati all’inflazione e ai costi energetici e di conseguenza non tutelano, a loro volta, il potere d’acquisto.

Inoltre, l’analisi portata avanti dallo studio attribuisce alla stagnazione dei salari la carenza di posti occupati nelle professioni più qualificate. Questo fattore è stato un campanello d’allarme, che ha suonato in maniera sempre più assordante dai tempi della crisi di Lehman Brothers, ma che nessuno dei tanti governi che si sono susseguiti alla guida del paese ha saputo affrontare.

Le radici economiche di questa “anomalia” e della severità con la quale la crisi ha investito l’Italia hanno origini lontane e vanno ricercate soprattutto nella debolezza della struttura industriale dell’economia italiana, molto legata alla presenza della piccola impresa che occupa una percentuale di gran lunga più alta nel nostro tessuto industriale in confronto agli altri tessuti produttivi europei, composti da un numero più grande di imprese di medie dimensioni, le quali sono quelle maggiormente dedite agli investimenti, non solo rispetto alle piccole ma anche rispetto ai grandi monopoli.

Infatti, se in termini numerici il comparto PMI del nostro Paese è allineato rispetto all’Europa, con una percentuale sul totale di imprese simile ai Paesi vicini quali Francia e Spagna, si registra un divario sulla presenza delle microimprese e ancor più sulle grandi. La presenza di microimprese in Italia (95%) è infatti più spiccata rispetto alla media europea (93%) e ad alcuni Paesi, come la Germania (82%). Di contro, solo lo 0,09% delle imprese italiane supera i 250 addetti, contro lo 0,14% francese, lo 0,19% europeo, e addirittura lo 0,48% tedesco. In Italia, nelle imprese con meno di 10 dipendenti lavorano il 45% degli occupati, contro il 30% della Francia, il 19% della Germania ed il 29,5% dell’UE. Nelle grandi imprese, invece, la forza lavoro impiegata è solo il 21%, contro il 33% della Francia, il 37% della Germania, e il 33% dell’UE. [4]

Tali limiti della struttura industriale si legano indissolubilmente alla questione salariale, a quella occupazionale e alle difficoltà oggettive d’investimento; di conseguenza anche all’aumento della spesa e del debito pubblico (a causa dell’aumento delle politiche assistenziali a cui si è stati costretti), al ridimensionamento degli spazi di mercato a causa della difficoltà di questo nel riassorbire i consumi, che a loro volta hanno subito una drastica riduzione. Pertanto si denota come le imprese non investono capitali e allo stesso tempo i capitalisti si trovano costretti a svalutare il capitale variabile (i salari) per bilanciare l’erosione dei profitti. L’economia dei distretti, specializzati nelle produzioni “Made in Italy”, a basso investimento tecnologico, ha condannato l’insieme dell’economia ad una insufficiente produttività e ad una scarsa formazione di lavoratori specializzati, e di conseguenza a soffrire le economie con composizioni organiche maggiori.

D’altro lato, un aumento degli stipendi minimi e una riduzione dell’orario di lavoro porterebbero inevitabilmente al fallimento di tante piccole e micro imprese. La mancanza di professioni qualificate è anch’essa legata alle anomalie del tessuto produttivo: oltre il 40% delle imprese italiane dichiara di non voler assumere laureati, a fronte del 18% della Spagna e del 20% della Germania.

Quest’ultimo fattore influisce fortemente sulla disoccupazione giovanile, che in Italia è da molti anni superiore alla media europea (25% contro il 13%). Essa dipende essenzialmente dal combinato di un calo di lungo periodo della domanda aggregata e della crescente fragilità della nostra struttura produttiva, particolarmente nel Mezzogiorno, dove è carente la grande produzione e la disoccupazione giovanile raggiunge in alcune zone anche picchi del 60%. A questa situazione si è aggiunto anche il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego. Inoltre, molte imprese hanno trovato conveniente, in una fase recessiva, non licenziare lavoratori altamente qualificati per non dover sostenere i costi della formazione dei neo-assunti. [5]

Un elemento strutturale che, inoltre, rende difficile l’imposizione di un salario minimo nelle piccole imprese è la contiguità tra l’apparato giudiziario dello Stato borghese e il sistema delle micro-imprese (in particolare bar e ristoranti, soprattutto al sud-Italia) che consente lo sfruttamento in nero di forza lavoro giovanile con livelli salariali infimi e senza alcun contratto regolare di lavoro. Questo elemento strutturale va approfondito anche alla luce delle tendenze mondiali del sistema capitalistico a ricorrere in misura sempre maggiore al lavoro informale (61% del lavoro complessivo stando all’Ocse [6])

In ogni sua fase la pandemia ha evidenziato tali aspetti: da quella iniziale in cui abbiamo assistito a un aumento maggiore della disoccupazione (che ha colpito soprattutto i lavoratori meno qualificati) e alle grandi somme di liquidità stanziate per salvare la piccola impresa durante i lockdown; fino al lascito attuale di un’economia che si appresta ad entrare in una fase di stagflazione, dove l’aumento dell’inflazione si sta sposando con una crescita quasi inesistente, già appiattita rispetto al rimbalzo verificatosi nel 2021.

Tuttavia l’Italia era già entrata in questa nuova fase di crisi del capitalismo in condizioni di estrema debolezza. Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati dalla chiusura di aziende, dalla perdita di posti di lavoro, dall’aumento della precarietà e dei lavoratori poveri (i working poors nel 2019 erano al 13% tra gli uomini e al 10,1% tra le donne [7]) e dalla scarsità di investimenti pubblici e privati, che hanno condannato l’economia italiana a oscillare costantemente tra la recessione e la crescita di qualche decimale, ai limiti del collasso.

In questa crisi straordinaria, il “malato d’Europa” ha combinato la gravità della crisi globale col declino irreversibile del capitalismo dei distretti industriali, giunto alla fine dei suoi pochi decenni di gloria.

 

Crisi politica

Le condizioni precarie in cui versa l’economia italiana hanno reso il paese sempre più ingovernabile, da qualsiasi forza della borghesia. La crisi peculiare del capitalismo italiano ha ridotto fortemente i margini di manovra del riformismo politico: questo è il filo che lega i fallimenti di tutti i governi che hanno guidato il paese dal 2008 ad oggi, la facilità con cui le forze politiche perdono consensi durante il proprio mandato e la tendenza all’astensione elettorale.

D’altro canto, una riforma strutturale del tessuto produttivo italiano, necessaria per ridurre il gap con le altre economie, si scontrerebbe esternamente con la crisi economica globale e internamente con lo stato precario della crescita economica aggravato dalla crisi di debito che investe il paese. Inoltre, indurrebbe uno shock tale da alimentare inevitabilmente un’accelerazione della crisi sociale, che potrebbe divenire ingestibile.

L’instabilità del potere in Italia mostra nella sua peculiarità più critica l’impossibilità attuale del grande capitale di generare consensi attorno ad esso. È il riflesso su scala nazionale della perdita di iniziativa strategica della borghesia, che a livello globale sta trascinando l’umanità al cospetto di una catastrofe bellica mondiale senza precedenti.

Ed è in questo contesto di impasse politica priva di una via d’uscita non catastrofica che si sviluppa il dibattito politico su precarietà e disoccupazione. Quando in passato si è cercato di dare risposta a problematiche sociali, manovre come Quota 100 e Reddito di Cittadinanza si sono rivelate truffe e ne sono uscite notevolmente ridimensionate rispetto alle promesse elettorali; nel tempo, poi, sono state anche smantellate. Allo stesso modo, oggi la questione del salario minimo per come viene posta dalle forze riformiste non garantirebbe il superamento delle condizioni di vita precaria di gran parte della classe lavoratrice. Da un lato esiste la necessità di intervenire su questi temi per evitare che la rabbia sociale possa prendere una forma attiva e anche per far ripartire i consumi, dall’altro c’è la difesa del grande capitale, che in mancanza di investimenti riesce a coltivare gli utili tenendo bassi i salari, e allo stesso tempo della piccola impresa, in cui lavora la quasi metà degli italiani e che non reggerebbe una simile onda d’urto.

Su queste tematiche sono venute fuori “anime diverse” in parlamento, dove il M5S e il PD, o quantomeno una sua parte, appoggiano a parole un salario minimo imposto per legge (9 euro lorde l’ora, che, oltre a rappresentare comunque una miseria, non risolverebbe il problema della precarietà) e difendono, in parte, il reddito di cittadinanza, come misura necessaria per tamponare la disoccupazione; nel mezzo c’è Italia Viva contraria al reddito e favorevole al salario minimo; mentre Lega, Fdi, FI sono fortemente contrarie a entrambe le misure. Attaccano il reddito di cittadinanza perché fa concorrenza a contratti da fame presenti in diversi settori; attaccano il salario minimo in quanto non si legherebbe il salario alla produttività. La loro strategia è quella di schierarsi in maniera più diretta dalla parte degli interessi immediati delle imprese. È la tendenza per cui si sono distinti i governi di destra nel mondo negli ultimi anni (come Trump negli Stati Uniti, Bolsonaro in Brasile, Johnson in Inghilterra e precedentemente Macri in Argentina), che hanno approfondito crisi politiche ed economiche. La recente gestione pandemica è un esempio di questo approccio, dove il virus viene lasciato circolare liberamente, pur di mantenere attiva la produzione. Se il centrodestra dovesse salire al governo, potrebbe soltanto approfondire la crisi di regime.

La via d’uscita indicata da Draghi, come pure da Landini che ha accompagnato con le lacrime la crisi del governo dei migliori, era la strada del patto sociale. Già percorsa in questi anni da governi, Confindustria e burocrazie dei sindacati confederali, questa strada ha semplicemente favorito la stagnazione dei salari e l’impoverimento della classe operaia e i licenziamenti di diverse migliaia di lavoratori da un lato e il fallimento della transizione tecnologica per garantire all’industria italiana una maggiore competitività sui mercati mondiali dall’altro. Il Patto per la fabbrica del 2018 per esempio è stato promotore di quella politica salariale che non solo non concede aumenti, ma non tutela neanche il potere d’acquisto di fronte al caro vita. Una delle poche concessioni di Confindustria è stato l’adeguamento dei salari rispetto all’indice di riferimento IPCA, più basso dell’inflazione reale ed anche epurato dagli aumenti energetici. Se tale strada ha portato innegabilmente il proletariato alle ennesime sconfitte sul piano economico e politico, allo stesso tempo non è neanche riuscita a consolidare il potere dello Stato e della borghesia, né a lasciargli spiragli di crescita economica scrutabili all’orizzonte.

All’interno delle stesse forze che compongono il patto sociale, UIL, CISL e Confindustria si sono dichiarate contrarie all’introduzione di un salario minimo per legge. Per Stirpe (Confindustria) si potrebbe parlare di salario minimo in una percentuale tra il 40% e il 60% del salario medio, una buffonata che quantificherebbe un eventuale salario minimo tra i 4-5 euro l’ora.

In ogni caso, per affrontare il problema della perdita di potere d’acquisto, il governo Draghi durante il suo mandato non è andato oltre dei bonus una tantum, ridicoli negli importi e ottenuti attraverso detassazioni; le uniche proposte concrete su aumenti salariali invece non sono andate oltre il taglio del Cuneo fiscale.

Qualunque sarà il governo che lo sostituirà dovrà fare i conti con la stessa impasse sempre più profonda con cui si sono scontrati i governi precedenti.

 

La necessità di una risposta di classe

Nonostante due anni di pandemia, la guerra, gli attacchi al salario, l’aumento della disoccupazione, il carovita, i licenziamenti e la precarietà, in Italia non si è ancora registrata una risposta partecipata della classe, sfiduciata, disorientata e totalmente orfana di un riferimento politico. La crisi della politica borghese ha trascinato con sé anche quella di tutta la sinistra (liberale, radicale, “di classe”), del sindacato e della direzione politica del proletariato, che in seguito alle sconfitte del ‘900 ha finito per farsi dettare l’agenda politica dalla borghesia. In questo modo le sinistre tendenti all’opportunismo hanno fatto propria l’agonia della borghesia arricchendo di anno in anno le decorazioni per il proprio funerale, trascinando fallimentarmente i loro programmi e la loro strategia verso la vecchia socialdemocrazia, nell’epoca di decomposizione del capitalismo dove riforme che possano portare a miglioramenti di vita sono impraticabili.

Benché veniamo da una lunga fase di assopimento politico del proletariato internazionale, la classe operaia è l’unico soggetto che, per la struttura stessa della società capitalista, abbia nelle sue mani l’iniziativa politica di fronte alla crisi e alla catastrofe. L’unica strada percorribile in tali scenari è quella della lotta di classe basata su una strategia politica indipendente, che sleghi la sua azione da quella della borghesia e delle burocrazie sindacali, sempre più impegnate a spegnere il fuoco e tenere separate le lotte, vivendo esse stesse nel perenne timore di un risveglio conflittuale delle masse lavoratrici, il quale minerebbe i privilegi materiali di una casta che vive al di sopra e sulle spalle di quei lavoratori che dichiara di difendere.

La via dell’unità nazionale sponsorizzata da governi, imprese e burocrazie sindacali, tesa a pacificare il conflitto tra le classi, sta portando il proletariato e l’umanità intera verso la catastrofe economica, sociale, militare e nucleare. Essa non pacifica il conflitto né a livello locale, dove le briciole lasciate ai lavoratori e alle lavoratrici risultano essere insufficienti a frenare la precarietà crescente, né a livello internazionale dove nel contesto di putrescenza del capitalismo ne innalzano il livello verso qualcosa che non ha precedenti nella storia: una guerra mondiale su scala territoriale assai più ampia delle precedenti e con un potenziale distruttivo mai testato prima.

Le condizioni oggettive attuali sollevano la questione del potere. Le continue crisi politiche, compresa l’ultima del governo Draghi ne sono la dimostrazione. Nascondere questa realtà sotto la polvere dell’arretratezza del fattore soggettivo conduce solo ad approfondire lo stesso problema di arretratezza, lasciando nelle mani della borghesia le sorti dell’umanità e arrendendosi alla sconfitta e alla “fine della storia”, che di fronte alla realtà attuale appare più che mai come una concezione grottesca. Qualsiasi scorciatoia alla lotta per il potere della classe sfruttata porta a vicoli ciechi oppure ad approcci puramente a-dialettici e idealisti, nonché autoassolutori.

Ma tale lotta per il potere non va dichiarata, va costruita, con tutte le difficoltà dell’attuale contesto. Muoversi in tale contesto è però una priorità per i rivoluzionari, necessario per costruire una risposta di classe e un ponte tra l’attuale livello di coscienza e di sfiducia nella lotta e la costruzione di un prossimo sciopero generale realmente partecipato fino alla comprensione da parte delle masse proletarie della necessità della rivoluzione, posta sempre più in evidenza dalla storia.

La lotta per il reddito, per il salario, per l’occupazione, per una riduzione dell’orario lavorativo (fermo a 50 anni fa, nonostante i progressi della tecnologia) a parità di salario, continua ad essere attuale in quanto rispecchia le esigenze immediate delle masse, colpite sempre più dalla crisi. Le vecchie rivendicazioni del programma minimo assumono oggi più di ieri un valore politico, che va oltre la semplice lotta economica e conservano, quindi, la loro vitalità solo nel quadro di un’ottica rivoluzionaria. Senza questa prospettiva sono condannate alla sconfitta e ad alimentare la sfiducia nella lotta stessa, come è successo in questi anni.

Le rivendicazioni di salario e lavoro non sono in contrasto con quella del reddito ai disoccupati, come sostengono talune organizzazioni “di classe” eclettiche e massimaliste ma, soprattutto, totalmente avulse dai bisogni elementari delle masse, in particolare nel Mezzogiorno d’Italia. Ma non sono neanche rivendicazioni separabili per cui una certa sinistra di movimento punta tutto su reddito di base, reddito universale, reddito di cittadinanza (definizione che infatti non nasce con la proposta filopadronale del Movimento 5 Stelle ma con quella di un pezzo di sinistra autonoma e antagonista), e via discorrendo, scivolando nel più insulso e aclassista anti-lavorismo. Rivendicare la piena occupazione resta l’asse centrale della politica dei comunisti in tema di lavoro e vanno contemporaneamente rivendicati tutti gli strumenti per ottenerla, come la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, ma va rivendicato anche il salario di disoccupazione per tutti quei proletari e quelle proletarie che nel frattempo questo malato mercato del lavoro non riesce ad assorbire.

Pertanto, alla crisi sociale generalizzata che ingloba nel tempo un numero sempre più ampio di persone bisogna rispondere con una campagna di agitazione nei luoghi di lavoro, nel sindacato e nei territori, che parta dai bisogni materiali delle masse lavoratrici e disoccupate e dimostril’incompatibilità delle loro rivendicazioni con il dominio del capitale, che costruisca su tali bisogni un programma politico di lotta alle politiche borghesi, le quali per sopperire alla loro crisi storica non possono che aumentare il livello di sfruttamento, di precarietà e di miseria sociale. Per una risposta operaia su questi temi crediamo sia necessario rivendicare:

– Contro l’impoverimento crescente della classe operaia a vantaggio dei capitalisti: 

Salario minimo per tutte le categorie di almeno 1600 euro netti; scala mobile dei salari ossia l’agganciamento automatico dei salari al carovita che la crisi e la guerra produrranno sempre più.

CONDIZIONI DI VITA DECENTI PER TUTTI!

– Occorre unire i lavoratori e i disoccupati che le forze della borghesia cercano sempre di mettere gli uni contro gli altri, quindi:

Scala mobile delle ore di lavoro, ossia la redistribuzione di tutto il lavoro che c’è tra i lavoratori, occupati e disoccupati; riduzione della giornata e della settimana lavorativa a parità di salario a non più di 6 ore al giorno e 30 ore la settimana. Giornata lavorativa di 4 ore per il personale sanitario e per i lavori più usuranti.

LAVORARE MENO, LAVORARE TUTTI!

Salario sociale ai disoccupati di 1100 euro netti pro-capite (e non per nucleo familiare come accade oggi col RdC)!

Abolizione del Jobs Act e di tutte le leggi del precariato, trasformazione dei contratti precari in contratti a tempo pieno e indeterminato.

LOTTA AL PRECARIATO!

Abolizione della legge Fornero e ritorno al sistema retributivo, ossia finanziato dalla fiscalità generale, con pensioni pari all’80% dell’ultimo salario e non inferiori a 1400 euro al mese; sistema pensionistico con massimo 30 anni di lavoro o 57 anni di età, 55 per i lavori più usuranti.

– Bisogna sconfiggere i tentativi della borghesia di dividere i lavoratori dalle lavoratrici: parità salariale; esternalizzazione del lavoro di cura in tutte le sue forme; riconoscimento, tramite permessi, congedi e giorni-malattia dedicati, delle specifiche necessità delle donne, dei transgender e transessuali.

– Bisogna sconfiggere i tentativi della borghesia di dividere i lavoratori italiani dai lavoratori migranti, destinati ad aumentare di numero con la guerra e la crisi che avanza: 

Abolizione dei centri di permanenza temporanea; permesso di soggiorno per tutti e Cittadinanza italiana con pieni diritti politici (a partire dal diritto di voto) a tutti gli stranieri presenti sul territorio italiano già da tre mesi.

Un risveglio della lotta su questi temi (come è già successo in varie ribellioni popolari scoppiate per il globo) innalzerà inevitabilmente il livello dello scontro tra classi, mettendo ancora più in evidenza l’incompatibilità tra gli interessi di sfruttati e sfruttatori; di conseguenza la lotta per tali rivendicazioni conserva la sua vitalità solo all’interno di un programma di lotta più ampio per il potere e per la rivoluzione sociale, che attacchi al contempo il plusvalore e la proprietà e miri a sconfiggere, espropriare ed eliminare dalla storia la classe degli sfruttatori!

Assalto al Cielo

Il Diario della Talpa

Prospettiva Operaia





Note: 

[1] https://www.collettiva.it/copertine/lavoro/2022/06/07/news/l_europa_dice_si_al_salario_minimo-2161599/

 

[2] https://www.collettiva.it/copertine/internazionale/2022/07/07/news/in_europa_si_danno_tutti_da_fare_per_riformare_il_lavoro-2213560/

 

[3]

La fondazione Di Vittorio è l’Istituto nazionale della Cgil per la ricerca storica, economica, sociale e della formazione sindacale.

https://www.collettiva.it/copertine/economia/2022/06/10/news/l_italexit_degli_stipendi-2168370/

 

[4]

https://blog.osservatori.net/it_it/pmi-ecosistema-imprenditoriale-italiano-confronto-ue

 

[5]

https://www.economiaepolitica.it/lavoro-e-diritti/le-cause-della-disoccupazione-giovanile-in-italia/

 

[6]

https://www.ilo.org/rome/risorse-informative/comunicati-stampa/WCMS_627206/lang–it/index.htm

 

[7]

Un pensiero su “Su salari e reddito

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