Ucraina: la “riforma del lavoro” di Zelensky

Di Joaquín Antúnez 

08/06/2022

Link all’articolo originale: https://politicaobrera.com/7222-ucrania-la-reforma-laboral-de-zelensky

Tempo di lettura: 2 minuti

Il governo di Volodymyr Zelensky, in piena guerra, cerca di portare avanti le riforme dei rapporti di lavoro. L’obiettivo è quello di attuare una totale flessibilizzazione del mercato del lavoro, dando ai padroni la totale libertà di fare ciò che vogliono con i salari.

A marzo è stata approvata la cosiddetta “legge sui rapporti di lavoro in condizioni di guerra“. Presentata come una misura eccezionale, elimina i diritti elementari dei lavoratori ucraini. Secondo questa legge, i datori di lavoro possono “sospendere il contratto di lavoro” per cause di forza maggiore causate dalla guerra. Ciò significa che i datori di lavoro possono, senza licenziare il lavoratore, lasciarlo senza retribuzione e richiamarlo al lavoro quando necessario. Inoltre, li libera dal pagamento per il lavoro già svolto, cioè possono pagare quando vogliono. Allo stesso modo, consente alle aziende di sospendere i contratti collettivi di lavoro nei luoghi di lavoro. Inoltre, vieta le proteste di piazza dei sindacati.

Il governo ucraino intende approvare una nuova norma che consentirà alle aziende con un massimo di 250 lavoratori di stabilire contratti individuali che non rispettino le condizioni minime previste dalla legge, compresi gli standard minimi dell’Unione Europea e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Gli attivisti sindacali denunciano che le grandi aziende potranno suddividersi in siti più piccoli per rispettare lo standard e aumentare così ulteriormente i loro profitti.

Questo progetto è stato redatto da una ONG appartenente a Mikheil Saakashvili, un uomo d’affari capitalista, che è stato spinto dagli Stati Uniti per diventare presidente della Georgia [1] e poi scelto da Kiev come governatore di Odessa nel 2014, dopo il rovesciamento di Viktor Yanukovych. Saakashvili ha mantenuto stretti legami con i servizi segreti statunitensi. Caduto in disgrazia dopo una serie di fallimenti, è attualmente detenuto in Georgia con l’accusa di corruzione e altri reati commessi durante il suo mandato.

Questa “riforma” fa da corollario ai pessimi salari percepiti dai lavoratori ucraini. Prima della guerra, i minatori venivano pagati meno di 1.000 euro al mese. Lo stesso Stato ucraino ha un debito salariale di oltre 136 milioni di dollari. Le condizioni di vita dei lavoratori ucraini impallidiscono di fronte agli enormi “aiuti” che Zelenzky ha ricevuto dalle potenze imperialiste per scopi bellici – 40 miliardi di dollari solo dagli Stati Uniti. Nel 2019, si è stimato che circa 3 milioni di ucraini siano emigrati in Polonia, perché hanno una lingua simile e guadagnano meglio. Altre destinazioni sono state la Bulgaria e la Romania, dove anche esistono una legislazione del lavoro flessibile e salari bassi, ma incomparabili con quelli degli ucraini.

La guerra promossa dalla NATO è un conflitto contro la classe operaia internazionale. Noi lavoratori dobbiamo lottare per la sconfitta dei governi guerrafondai, per porre fine alla barbarie a cui ci ha portato questo putrido regime.

Note:

[1] Mikheil Saakashvili ha ricoperto la carica di Presidente della Georgia in due mandati distinti: dal 2004 al 2007 e di nuovo dal 2008 al 2013.

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