La crisi alimentare della guerra imperialista

Il testo che segue è la traduzione dell’articolo “La crisis alimentaria de la guerra imperialista” scritto dal compagno argentino Marcelo Ramal e pubblicato su Politìca Obrera il 27 Maggio 2022. Testo originale su: https://politicaobrera.com/7134-la-crisis-alimentaria-de-la-guerra-imperialista

L’insorgere di una crisi alimentare globale non è più una supposizione. Nel cuore dell’Europa, una fenomenale carenza di cibo ha scatenato difficoltà inimmaginabili. A Londra sono aumentati in modo esponenziale i piccoli furti nei supermercati da parte di pensionati o disoccupati che non possono permettersi di acquistare generi alimentari di prima necessità. La crisi potrebbe raggiungere proporzioni esasperanti in Egitto e nell’Africa subsahariana, che dipendono dalle importazioni di grano russo e ucraino. Si sta delineando uno scenario simile a quello che ha preceduto la primavera araba del 2011, quando la crisi alimentare scatenò rivolte popolari e rivoluzioni. 

La Russia e l’Ucraina insieme rappresentano il 30% del mercato mondiale del grano e sono leader nel collocamento di altri prodotti, come i semi di girasole. La Russia è anche la più grande produttrice mondiale di fertilizzanti. Ma alcune materie prime usate per la sua produzione – come il nitrato di ammonio – sono state usate per la fabbricazione di esplosivi. Sono 26 i Paesi del mondo che dipendono dalle importazioni russe o ucraine per oltre il 50% delle loro forniture di grano.

Allo scenario di dislocazione posto dalla guerra, si aggiunge la dislocazione dovuta al clima, le cui cause – come quelle della guerra – non sono “naturali”: l’India, altro grande produttore mondiale di grano, ha appena chiuso le esportazioni dopo aver perso parte del raccolto a causa di un’ondata di caldo senza precedenti, attribuibile al riscaldamento globale. Per ragioni simili, i raccolti sono stati colpiti anche in altre parti del mondo.

Capitalismo e Cibo

La carenza di offerta generata da “guerra e maltempo” è tuttavia solo un fattore scatenante all’interno di una crisi globale. In primo luogo, il deterioramento delle condizioni nutrizionali dell’umanità si trascina da cinque anni e ha raggiunto l’apice durante la pandemia. Tra il 2014 e il 2020, la popolazione mondiale sottonutrita è passata da 600 milioni a 800 milioni (The Guardian), tornando ai livelli di quindici anni fa. Ciò è avvenuto in un periodo di forte espansione dell’offerta di cereali. L’aumento dei tassi di malnutrizione e fame è stato considerevole durante la pandemia. Nel periodo in cui sono state erogate somme gigantesche per salvare le società capitalistiche, milioni di persone sono state lasciate all’indigenza sociale e alla fame.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una marcata “internazionalizzazione” della produzione alimentare. Questo processo ha portato, da un lato, alla concentrazione dell’offerta e della commercializzazione dei cereali in pochi Paesi e in poche società capitalistiche; dall’altro, alla liquidazione della produzione locale che era autosufficiente per altri Paesi. Oggi, “quattro quinti della popolazione vive in Paesi che sono importatori netti di cibo” (The Economist, 21.5).

I grandi monopoli delle esportazioni sono legati, attraverso legami societari o finanziari, alle società chimiche che forniscono pesticidi, fertilizzanti o sementi modificate. L’Argentina non è stata l’unica ad essere stata una roccaforte di questa internazionalizzazione: pochi mesi fa, l’incorporazione della Russia nella globalizzazione agricola è stata attribuita alla “straordinaria lungimiranza geopolitica del presidente Vladimir Putin” (Clarín Rural, 11/9/21).

Più che altro, è stata la conseguenza della massiccia privatizzazione delle terre sia in Russia che in Ucraina, che sono passate successivamente nelle mani di grandi aziende. La guerra ha tolto dal mercato un importante concorrente dell’agroalimentare nordamericana.

Sotto l’egida delle corporazioni internazionali del grano, il commercio globale dei cereali è diventato un’altra arteria del capitale finanziario. Il “sistema bancario ombra”, cioè Blackrock o Fidelity, è uno dei principali azionisti di Bunge, Dreyfus e di altre importanti aziende cerealicole. Durante la pandemia, la speculazione sui contratti a termine sui cereali è stata una delle operazioni più redditizie per i suoi protagonisti, a costo di forti oscillazioni dei prezzi dei cereali. La maggior parte dei “profitti imprevisti” è rimasta nelle casse dei commercianti, non dei produttori.

La guerra ha portato a un forte accumulo di scorte “da parte dei Paesi ricchi” (The Economist). L’aumento ancora più forte dei prezzi attuali non è una speculazione, bensì una certezza. La gestione delle scorte, e quindi dei prezzi dei cereali, è diventata un altro profitto di guerra. Cargill, Dreyfus o Bunge giocano i loro “giochi di guerra” a spese delle carestie mondiali.

Regressione storica

L’esistenza di carenze di approvvigionamento “dovute a guerre, maltempo o malattie (Covid)” sembrerebbe equiparare l’attuale crisi alimentare alle carestie dell’antichità, sorte per l’incapacità dell’organizzazione sociale esistente di utilizzare l’ambiente naturale a proprio vantaggio. Ma l’attuale carenza non è dovuta a un insufficiente sviluppo delle forze produttive, bensì a una lotta bellica per il loro controllo. Gli esperti della FAO ipotizzano un “cambio di dieta” nelle popolazioni che verrebbero devastate dalla carestia, per sopperire alla mancanza di cereali. Vale la pena ricordare che il calo della mortalità registrato nel XVIII secolo, alla vigilia della rivoluzione industriale, è attribuito all’introduzione del grano nella dieta della classe operaia inglese.

Tre secoli dopo, il regime sociale che ha rivoluzionato le forze produttive sta regredendo verso la fame, la malnutrizione e, sicuramente, nuove pandemie.

Programma

La NATO e il Dipartimento di Stato ritengono Putin responsabile della chiusura delle esportazioni ucraine. Non si parla nemmeno della chiusura delle esportazioni russe, vietate dalle sanzioni della NATO. Washington ha definito “promesse vuote” l’offerta di Putin di sbloccare i porti ucraini in cambio della revoca delle sanzioni economiche alla Russia. In Argentina, i portavoce del capitale agro-esportatore e lo stesso Alberto Fernández definiscono il lacerante panorama della crisi alimentare come una “opportunità”, senza preoccuparsi minimamente dell’impatto sui consumi interni.

La lotta contro la fame deve essere, prima di tutto, la lotta contro la guerra imperialista, cioè contro i governi della Nato e contro Putin – quello della restaurazione del capitalismo in Russia. Ma deve essere anche una lotta contro le piovre che si accaparrano il grano, attraverso l’esproprio immediato delle riserve, sotto il controllo di operai e contadini. La crisi alimentare pone la base per una lotta internazionale della classe operaia per un unico fondo alimentare mondiale sotto il controllo dei lavoratori. La questione alimentare è aggravata dagli aumenti dei prezzi dell’elettricità e del gas, che stanno distruggendo l’intero paniere alimentare familiare.

In breve, stiamo assistendo a una lotta internazionale tra il mondo del lavoro e quello del capitale, in cui devono essere risolte tutte le questioni sollevate dal declino del capitalismo, dalle guerre e dalla minaccia alle libertà.

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