Storie di ordinario sfruttamento: Il racconto di una lotta contro la precarietà nel settore dei beni culturali.

di GA

La protesta dei bibliotecari e degli archivisti precari che lavorano nei servizi in appalto dell’Archivio Storico e delle Biblioteche comunali di Firenze, ha aperto i riflettori sul sistema marcio e logoro delle esternalizzazioni/privatizzazioni di servizi pubblici fondamentali da parte delle pubbliche amministrazioni a qualsiasi livello.

Troppo spesso si dimentica che uno dei settori più martoriati e dove più dilagano condizioni di estremo sfruttamento, spesso e volentieri mascherate e nascoste dai vertici dell’intellighenzia borghese democratizzante e radical chic, è proprio quello della cultura. Nella stragrande maggioranza dei casi si riscontra l’assenza di una contrattazione collettiva nazionale del settore e la mancanza significativa della rappresentanza sindacale. Soltanto questi due fattori (per non parlare della mancanza di diritti, della svalutazione dei percorsi formativi, dei titoli di studio, ecc.) sono sintomi percettibili che testimoniano da un lato un aberrante meccanismo di precarietà collettiva, perdipiù in un contesto in cui dovrebbero prevalere le logiche “illuminate” del gotha della cultura, dall’altro un forte arretramento della coscienza collettiva di chi lavora nel mondo dei beni culturali che di volta in volta si vede spesso costretto ad operare in condizioni di ricatto e con stipendi da fame. 

Ma si sa: le logiche di profitto del sistema capitalistico permeano ogni settore del tessuto sociale di un paese e pertanto anche le migliaia di precari (Partite Iva, co.co.co, co.co.pro, “volontari”, tirocinanti, contrattisti ad ore, ecc) che quotidianamente garantiscono il funzionamento dell’immenso patrimonio storico artistico culturale italiano si trovano troppo spesso invischiati in situazioni dove prevalgono la mancanza di diritti elementari (convocazione di assemblee sindacali, possibilità di scioperi, riconoscimento di straordinari, ecc), la prospettiva sempre dietro l’angolo del licenziamento, la fine della propria collaborazione, considerati i tempi determinati da un appalto, ed anche la generale difficoltà di dover trovare un nuovo lavoro. In soldoni: ciò che è ritenuto “superfluo” (come ad es. l’accesso e la gestione di un archivio, di una biblioteca o di un museo), è soggetto a continui tagli e di conseguenza alla perdita di posti di lavoro.

A questo punto sembra lecita la domanda: perché vengono tagliate le risorse destinate al settore dei beni culturali e soprattutto dove vanno a finire quelle risorse inizialmente stanziate ma che poi di anno in anno subiscono sforbiciate sempre più pesanti? Molto semplice: vengono ricollocate a livello centrale per il ripianamento dei debiti che lo Stato e le sue amministrazioni locali contraggono con i grandi istituti di credito italiani e internazionali. Tutti i governi di ogni colore politico preferiscono favorire gli interessi dei grandi gruppi industriali e bancari (sgravi fiscali e mega incentivi/bonus). Non a caso i settori “non produttivi”, dove non viene estratto plusvalore in termini di capitali, sono sempre i primi a subire attacchi da parte dei governanti di livello nazionale e/o locale, che si rivelano sempre estranei e perfino arroganti dinanzi alle richieste di chi lotta. 

Il caso di Firenze e dell’amministrazione comunale della giunta PD di Dario Nardella è emblematico: i componenti di quest’ultima (sindaco, assessori e dirigenti) si rifiutano persino di sedersi ai tavoli di trattativa convocati dalle rappresentanze dei lavoratori e delle lavoratrici dei servizi in appalto; li disprezzano a tal punto che non si degnano nemmeno di fornire delle risposte adeguate in merito ai 2 milioni mancanti nel nuovo capitolato di gara e in merito alle condizioni del nuovo appalto (il precedente è ormai scaduto il 30/04/2022). Pur sapendo che senza i bibliotecari e gli archivisti dei servizi in appalto non potrebbero garantire nessun servizio pubblico alla cittadinanza, disconoscono questi lavoratori come propri, cercano di metterli l’uno contro l’altro ed infine rimbalzano le responsabilità ai vertici delle cooperative, le quali non sono esenti dalle logiche del massimo ribasso e di razionamento e compressione dei costi del personale.  Ma non finisce qui, le stesse logiche di “risparmio” con le reinternalizzazioni di personale amministrativo interno attinto da graduatorie di altri concorsi (totalmente estraneo da esperienza o titoli di studio per poter gestire un archivio o una biblioteca) alimenta un meccanismo di rivalità fra dipendenti comunali e lavoratori precari, con la beffa che i precari dovrebbero “formare” i loro rispettivi omologhi prima di essere scaricati.

La testimonianza della lotta messa in piedi dal Collettivo dei BiblioArchiPrecari, seppur piccola ma determinata ed unica nel suo settore, racconta che oltre un centinaio di lavoratori e lavoratrici hanno organizzato nel corso di questi anni (scaricati dai sindacati confederali come la Cgil) presidi e campagne di denuncia contro questa politica opprimente di tagli e licenziamenti.  Il collettivo di Prospettiva Operaia ha partecipato attivamente a questi momenti di lotta rivendicando la necessità di estendere la vertenza a tutta la galassia degli operatori che si trovano spesso isolati e senza tutele dinanzi a condizioni di ordinario sfruttamento con la proposta di un manifesto programmatico per il settore con rivendicazioni chiare che rifiutino le logiche di precarietà per infine puntare alla costruzione di una capillare  rete regionale e nazionale che possa rafforzare l’organizzazione di questi lavoratori e le attività del collettivo in lotta.

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