Effetto Long Covid sulla crisi economica: cresce il pessimismo dei capitalisti

Nonostante il 2021 abbia segnato il record post-recessione di crescita mondiale degli ultimi 80 anni stabilendosi sul 5,5%, andando oltre le previsioni di un anno fa della Banca Mondiale del 4%, nonostante molti governi stiano declassando la pandemia a “una semplice influenza” aprendo alla “nuova normalità” onde evitare nuovi lockdown (mentre attualmente a livello mondiale si conta una media di 10mila morti al giorno associati al Covid, il picco più alto registrato in passato a Gennaio 2021 era intorno alle 18mila morti quotidiane), questo nuovo anno è cominciato all’insegna del pessimismo nel mondo dell’economia.

Il rapporto semestrale Global Economic Prospects della Banca Mondiale prevede nuovi rallentamenti nella crescita mondiale al 4,1% nel 2022 (Cina al 5,1 e Stati Uniti al 3,7), al 3,2% nel 2023 e per il 2024 è previsto un -2,3% rispetto a quello atteso senza pandemia. La crescita degli Stati Uniti dovrebbe rallentare al 3,7% dal 5,6%, secondo la stessa previsione, quella della Cina al 5,1% dall’8% [1].

Tra le motivazioni principali del pessimismo sulla situazione imminente vi sono in primo luogo gli strascichi della pandemia, ovvero l’impatto che potrebbero avere nuove varianti come Omicron portando a nuove chiusure, e la scarsa copertura vaccinale dei paesi in via di sviluppo che potrebbe influire sulla crescita delle economie in via di sviluppo oltre che favorire la nascita di nuove varianti, timore confermato dall’OMS [2].

A ciò vanno sommati l’aumento del costo delle materie prime e dell’inflazione, che nel dicembre scorso negli Stati Uniti ha toccato il 7% (record da quarant’anni a questa parte) e il malfunzionamento delle catene di approvvigionamento a causa degli impatti della pandemia. Le stime fornite dalla Banca Mondiale sull’impatto delle interruzioni ci dicono che il commercio internazionale è stato soppresso dell’8,4% e la produzione industriale del 6,9%, rispetto a quanto si sarebbe verificato in un sistema internazionale normalmente funzionante.

Global Risk Report

Il 17esimo Global Risk Report [3] redatto ad inizio mese dal World Economic Forum cerca di andare più a fondo nell’analisi, offrendo una panoramica su come l’effetto a cascata dell’impatto della pandemia stia influendo negativamente sulle sfide non rimandabili del capitalismo nel prossimo secolo, ovvero la transizione green in risposta al cambiamento climatico, un coordinamento contro le vulnerabilità digitali, la gestione della mobilità e delle migrazioni, la salvaguardia dello spazio come prossimo “bene comune”. Nel documento vengono illustrati, e catalogati in ordine di pericolosità, tutti i rischi che queste sfide comportano.

La riduzione delle emissioni diventa una questione fondamentale, prima in ordine di importanza. L’aumento delle temperature inciderà su possibili carestie, crisi umanitarie e conseguenti migrazioni involontarie. Queste a loro volta potranno rivelarsi fattori di aumento delle tensioni che saranno dovute alla gestione dei migranti, all’aumento della disoccupazione, della povertà crescente e a continui ribassi sul mercato del lavoro.

Ma non è tutto, ci sono i rischi anche di ripercussioni dirette sull’economia e sulla sanità. Per esempio, lo scioglimento del permafrost libera quantità di metano che incidono ulteriormente sull’aumento del gas serra nell’atmosfera, allo stesso tempo potrebbe risvegliare patogeni come il bacillo dell’antrace e in alcune zone della Russia minaccia già da ora le fondamenta di infrastrutture esistenti e di quelle future che saranno costruite.

Lo studio pubblicato su Nature “Impacts of permafrost degradation on infrastructure” analizza che sono a rischio tra il 30% e il 50% delle infrastrutture critiche dell’industria Oil&Gas: gasdotti, oleodotti, opere a queste collegate. I danni sono già presenti in molte città della Russia come Vorkuta, Jakutsk e Norilsk, centro urbano in cui si ricava un terzo del palladio mondiale, un quarto del platino, un quinto del nichel e un decimo del cobalto. Le ripercussioni di tali disastri, quindi, potranno essere globali [4].

Un’altra questione posta dal GRR riguarda la transizione al digitale e include il problema della sicurezza informatica, dato che interi sistemi sanitari, bancari, dei trasporti, saranno migrati su piattaforme digitali. Attacchi a sistemi grandi e strategici porterebbero conseguenze a cascata in tutta la società, mentre la prevenzione comporterà inevitabilmente costi elevati.

L’accelerazione dell’attività spaziale porta invece a un maggior rischio di collisioni che potrebbero causare una proliferazione di detriti spaziali e avere un impatto sulle orbite che ospitano e ospiteranno infrastrutture per sistemi chiave sulla Terra, danneggiare preziose attrezzature spaziali o innescare tensioni internazionali. Gli strumenti di governance limitati aumentano la probabilità che l’attività spaziale provochi un’escalation delle tensioni geopolitiche, e i recenti test di armi nello spazio sottolineano tali rischi. Inoltre, l’aumento dell’attività spaziale potrebbe anche portare a impatti ambientali sconosciuti o aumentare i costi per servizi pubblici come il monitoraggio del tempo o la sorveglianza del cambiamento climatico.

Le interviste fatte a economisti, politici e scienziati nel progetto Global Risks Perception Survey (GRPS), su cui si basa l’analisi del GRR,  non lanciano segnali positivi sulla possibile vittoria di queste sfide. L’84% degli intervistati si dice pessimista sulla situazione economica e sulle prospettive mondiali, solo il 16% dà parere positivo, solo l’11% crede in un’accelerazione della ripresa globale. La maggior parte degli intervistati si aspetta comunque che i prossimi tre anni saranno caratterizzati da una volatilità consistente e molteplici sorprese negative.

Il documento finale desta molto interesse perché descrive chiaramente l’impasse della borghesia mondiale di fronte a queste sfide e come una buona riuscita di queste sia legata a un’azione parallela di tutti paesi, la quale a sua volta è correlata in maniera indissolubile alla crescita economica globale e a una via d’uscita dalla crisi. Il pessimismo degli economisti capitalisti nasce proprio dall’impotenza di trovare una soluzione a tale situazione all’interno di un sistema che è la causa di ogni suo problema.

Un altro aspetto che viene messo in risalto, su cui crediamo sia necessario soffermarsi, è come la pandemia di covid abbia impattato sulla crisi economica e come la mancanza di un’azione parallela dei paesi nella gestione della crisi sanitaria ne abbia favorito il suo sviluppo.

L’effetto Long Covid sul capitalismo

La pandemia da Covid, come abbiamo scritto più volte, è un aspetto storico della crisi capitalista, non è uno scherzo della storia e come catastrofe non è qualitativamente paragonabile a quella di un meteorite che colpisce la terra. Tra il 2011 e il 2018 l’OMS aveva registrato 1.483 eventi epidemici in 172 paesi e c’erano tutte le avvisaglie affinché potesse svilupparsi una pandemia globale [5]. Sebbene non esista ancora una versione ufficiale di come la pandemia di covid sia nata, è stata studiata scientificamente la relazione tra i salti di specie che fanno i virus e i processi di deforestazione-industrializzazione-urbanizzazione, cresciuti esponenzialmente per esempio nella fase di restaurazione capitalista in Cina, epicentro iniziale della pandemia [6]. Questi sono aspetti storici di cui non si può non tenere conto, che caratterizzano la situazione storica sanitaria attuale come un’epidemia di epidemie. Se ancora non esiste una versione ufficiale sull’origine del corona virus del 2019, è sotto gli occhi di tutti che il salto qualitativo da epidemia a pandemia è stato agevolato dalla crisi capitalista e dalla necessità impellente della borghesia di mantenere attiva la produzione, per non accelerare la sua bancarotta e non fermare il continuo processo di valorizzazione del capitale. Sulla sua strada il virus ha poi incontrato un corpo sociale e politico decadente, un sistema vecchio e malato con patologie pregresse. La lotta dei governi contro la pandemia e il suo continuo aggravarsi è stata irrimediabilmente ostacolata dagli stessi fattori sociali ed economici che le hanno permesso di svilupparsi.

Come aspetto storico della crisi, la pandemia ha influito fin da subito sull’accelerazione della crisi capitalista approfondendo delle tendenze già in atto, con un aumento dei prezzi delle materie prime del 30% che ha portato l’inflazione a livelli record, un aumento del debito pubblico, un impatto negativo sulla crescita economica e un incremento ulteriore della polarizzazione della ricchezza tra borghesia e proletariato, delle differenze economiche e sociali interne alle classi lavoratrici e alla borghesia stessa, accentuando il livello di competizione internazionale e sui mercati del lavoro. 

L’attuale aumento lasciato dal covid del 30% dei prezzi delle materie prime rispetto alla fine del 2020 potrebbe rimanere volatile a causa delle crescenti tensioni in Ucraina, della carenza di energia in Cina, delle interruzioni delle catene di approvvigionamento legate alla pandemia, che si combinano a loro volta con la rinascita della domanda dei consumatori e il conseguente aumento dei prezzi delle materie prime. Lo smorzamento della fiducia dei consumatori, ritenuta fondamentale per la ripresa, alimenta il rischio di aumenti dei tassi d’interesse della banca centrale. Sia nelle economie avanzate sia in quelle in via di sviluppo, i prezzi più alti e il debito più costoso stanno avendo un impatto particolarmente duro sulle famiglie a basso reddito, mentre le PMI, che stanno ancora cercando di evitare la bancarotta, non possono permettersi un indebolimento dei consumi.

Il debito pubblico a livello globale è aumentato di 13 punti percentuali, fino al 97% del PIL, nel 2020. Gli intervistati del GRPS hanno identificato le “crisi di debito” come una minaccia critica a breve e medio termine per il mondo, nonché uno dei rischi potenzialmente più gravi nel prossimo decennio. L’eccesso di debito renderà più difficile per i paesi affrontare gli impatti economici del malfunzionamento della catena di approvvigionamento e delle ondate di COVID-19 e finanziare le transizioni tecnologiche senza gravare eccessivamente sull’impoverimento delle popolazioni. Il collasso dello Stato è inserito nella top 5 dei rischi per i prossimi 10 anni per Argentina, Bolivia, Cile, Colombia, Congo, Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras, Libano, Messico, Mongolia, Nicaragua, Perù, Sudafrica, Tunisia, Ucraina, Venezuela e Yemen.

L’incremento della polarizzazione della ricchezza e la gestione fallimentare della pandemia ha aggravato il processo di erosione della coesione sociale, che dal GRPS viene visto come un fattore di rischio essenziale e una minaccia a breve termine in 31 paesi, tra cui 5 appartenenti al G20: Francia, Germania, Argentina, Messico e Sudafrica. Ci si aspetta che le disparità aumentino ulteriormente: una ricerca della Banca Mondiale stima che, nel 2021, il 20% più ricco della popolazione mondiale abbia recuperato metà delle sue perdite, mentre il 20% più povero ha perso il 5% del suo reddito. Entro il 2030, si prevede che 51 milioni di persone in più vivranno in condizioni di estrema povertà rispetto al trend pre-pandemia.

La competizione economica ha trasformato la campagna vaccinale mondiale in una vera e propria guerra tra Stati, garantita dalla proprietà privata delle aziende farmaceutiche e dettata dalla necessità del singolo paese di tornare il prima possibile e prima degli altri ai “normali” ritmi di produzione e consumo per uscire dalla recessione. Una guerra dove 50 paesi sono arrivati nel giro di un anno a un tasso di vaccinazione superiore al 70% e a percentuali sostanziose di persone che hanno ricevuto la terza dose, mentre i 52 paesi più poveri (ospitanti il 20% della popolazione mondiale) non raggiungono neanche il 6% di vaccinati con la prima dose.

Il Global Risk Report pone l’accento su come le forti differenze nei tassi di vaccinazione e nell’accelerazione dello sviluppo della tecnologia digitale tra i paesi abbiano portato a riprese economiche a velocità diverse tra stati ricchi e stati più poveri. Queste riprese diverse rischiano ora di portare a una divergenza economica ancora maggiore di quella che già si registrava prima della pandemia. Oltre ai dati sui tassi di vaccinazione, il GRR aggiunge che attualmente il 40% della popolazione mondiale è offline e il 35% degli studenti vive in paesi dove le scuole sono chiuse. L’impatto previsto sulla crescita delle economie in via di sviluppo (ad eccezione della Cina) entro il 2024 sarà del 5,5% inferiore rispetto a quello previsto prima della pandemia, quello mondiale sarà del -2,2%.

Questa divergenza globale, che porterà a transizioni disorganizzate e fallimentari, è l’humus in cui si possono generare ulteriori tensioni sia geopolitiche sia di coesione sociale interna ai paesi le quali rischiano di peggiorare l’impatto a cascata della pandemia e di complicare il coordinamento necessario per affrontare le sfide comuni che abbiamo elencato in precedenza.

Per quanto riguarda il rallentamento del contrasto al cambiamento climatico abbiamo già degli esempi di come questo sia evidente. Il Brasile per esempio ha aumentato del 15% il disboscamento dell’Amazzonia dall’inizio della pandemia rispetto agli anni precedenti, in tanti paesi l’emancipazione energetica dal carbone sotto il capitalismo richiede sforzi economici che rischiano di aggravare in maniera significativa il problema del debito pubblico e quello della coesione sociale, nonché minare la loro competitività sui mercati a breve termine, incrinando ulteriormente la crescita economica. Abbiamo visto in questi giorni come la questione energetica sia fondamentale nella produzione di un paese. In Italia l’aumento dei costi per l’energia innescato dal covid ha aperto il rischio di fallimento per molte imprese, il che ha portato Confindustria a Gennaio a spingere sul governo per nuove misure di finanziamento e contenimento dei prezzi. Secondo il ministro della Transizione ecologica Cingolani «L’aumento del costo dell’energia rischia di avere un costo totale l’anno prossimo superiore all’intero pacchetto del Pnrr». [7] Anche in Europa, data la loro dipendenza dall’industria del carbone, i paesi dell’est rivendicano una transizione al green più lenta e in linea con le loro possibilità economiche nonché con la loro “ripresa” più lenta dalla pandemia.

Tuttavia il rischio imminente di “rallentamenti” alimenta il rischio futuro per cui sarà necessaria una velocizzazione dei processi ancora meno gestibile a causa del procedere inesorabile della crisi economica, che colpirà in maniera più forte quei paesi che procederanno più lentamente alla transizione green. Questo perché la conversione al green, così come la digitalizzazione, saranno fattori fondamentali per la competitività delle imprese, soprattutto a livello internazionale.

Per quanto riguarda queste sfide, il GRR mette in guardia anche dal rischio di crolli economici e bolle finanziarie innescati dalla crescita dei mercati green e digitali.

In questi ultimi due anni, inoltre, la competizione tra Stati Uniti e Cina è aumentata. Gli Stati Uniti hanno rafforzato le alleanze focalizzate nel Pacifico occidentale, più recentemente con il patto di sicurezza Australia-UK-USA.

Durante la pandemia, le tensioni geopolitiche si sono aggravate e si sono riversate sulla sfera economica. Le recenti tensioni in Ucraina stanno incrementando la crisi energetica e hanno già avuto ricadute sulle borse. Un conflitto avrebbe un effetto devastante anche dal punto di vista economico.

Inoltre, India e Giappone hanno messo in atto politiche protezionistiche. Le aziende occidentali in settori sensibili come la tecnologia stanno incontrando sempre più difficoltà a fare affari in Cina e anche i paesi occidentali e la Russia e stanno limitando gli investimenti dei concorrenti geopolitici in settori strategici.

Scenari turbolenti

Oltre a delineare, quindi, l’impatto economico, politico e sociale della pandemia Covid a breve e a lungo termine, ci sono altri aspetti stimolanti che vengono fuori da questa analisi dei rischi.

Per prima cosa viene, mostrata chiaramente l’ingovernabilità da parte del capitale sui “processi d’innovazione tecnologica” e come l’avanzare di questi tenderà inevitabilmente, in regime capitalista, ad approfondire le crisi e le disuguaglianze. Non esiste nessun fattore che possa implicare un cambio di tendenza.

Come sosteniamo dalla nostra nascita come collettivo politico, la crisi in atto con maggiore intensità dal 2008 non è una delle semplici “crisi cicliche” del capitale, concetto con cui buona parte della sinistra mondiale (anche di quella sedicente “rivoluzionaria”) ha liquidato questo periodo storico, ponendosi alla stregua degli economisti borghesi, anzi mostrandosi spesso più ottimista sulla solidità del potere del capitale rispetto ai capitalisti stessi. Questa crisi si sviluppa nel processo ininterrotto delle crisi del capitalismo e della sua tendenza al collasso ed è ora estesa ad ogni aspetto della vita sulla Terra. È l’espressione storica dell’attuale picco di esacerbazione delle contraddizioni tra forze produttive e rapporti di proprietà. La sua complessità la si può scorgere in riferimento a come i suoi vari aspetti (economici, sanitari, ambientali, bellici …) si legano tra loro in continui rapporti di causa ed effetto, a tal punto da mandare in tilt la ricerca di una strategia risolutiva anche per i cervelli degli economisti più esperti, come quelli del World Economic Forum. Una caratteristica nuova rispetto alle crisi del passato sta nel fatto che tocca l’intera economia mondiale, il che la rende superiore a quella del ’29, quando un terzo del mondo era fuori dalla produzione capitalista e dalla sua crisi.

Ovviamente non è possibile stabilire con certezza come la crisi si svilupperà in futuro, la pandemia di Covid è un esempio di come aggravamenti non previsti sono sempre dietro l’angolo; tuttavia sono evidenti i limiti con cui la borghesia mondiale si trova ad affrontarla. Nell’esperienza fallimentare della gestione pandemica ci sono tutti i fallimenti che si riproporranno nella gestione di altri problemi. Gli scenari catastrofici evocati dall’analisi dei rischi sono già realtà. L’azione parallela degli Stati e una transizione ordinata nel green e nel digitale sono delle chimere, a cui neanche i sacerdoti del capitale credono più. Dietro parole d’ordine come “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, “Digitalizzazione, innovazione, competitività”, dietro le immissione di liquidità, dietro i finanziamenti alle imprese, dietro i piani di recovery, si nasconde l’unico grande fine di queste operazioni: il salvataggio della borghesia e del sistema che ne garantisce l’esistenza, anche nel suo stato di putrefazione avanzato. Nessuna operazione potrà permettere di accrescere le forze produttive o di sviluppare liberamente la scienza e la tecnologia. Il loro sviluppo langue da tempo perché è frenato dai limiti imposti dalle leggi della proprietà privata e del sistema capitalista, perché è oggetto di monopolio da parte di un gruppo ristretto di monopolisti, che non è interessato a investire nella scienza e nella tecnologia, ma solo a comprimere salari e costi per controbilanciare la caduta del saggio di profitto.

Questa evidenza si mostra chiaramente in tutto il mondo. In Italia, per esempio, la transizione green dell’industria automotive sta conducendo tra le fabbriche del settore all’apertura di tanti tavoli di crisi e procedure di licenziamenti; la transizione al digitale, invece, ha portato negli ultimi anni al consolidarsi e allo sviluppo di grandi gruppi monopolistici che hanno retto l’impatto delle gare al ribasso, su cui pesa la crisi del debito, grazie allo sfruttamento intenso di operai e operaie dei settori informatici e tecnologici (ricorrendo sempre più spesso a subappalti concessi a piccole imprese con salari più bassi: dal 2020 secondo i canoni dell’UE sono state ampliate le quote di subappalto dal 30% al 40%). Il contratto nazionale 4.0 dei metalmeccanici firmato di recente è esemplificativo: aumenti salariali risibili scavalcati dall’inflazione dopo pochi mesi in cambio di un più rigido legame tra inquadramenti contrattuali (quindi salari) e competenze/mansioni, che favorirà un legame più stretto tra salario e capacità di produzione di plusvalore, il quale in un’epoca di crisi e mancanza di crescita condurrà inevitabilmente a uno schiacciamento dei salari.

Il grande assente nell’analisi dei rischi è proprio un accenno di strategia su come la borghesia dovrà muoversi. Ciò che si riesce ad estrapolare è soltanto un’accozzaglia di vuoti appelli alle unità nazionali, alla cooperazione tra Stati, a una comunicazione migliore con le popolazioni sulle tematiche più delicate (mancata completamente sui vaccini) e a delle politiche che non lascino “eccessivamente” indietro nessuno. Insomma l’unica risposta è composta da discorsi permeati da un idealismo fuori dal tempo che non hanno riscontri materiali nella realtà e che sono la perfetta immagine dell’impasse della borghesia mondiale e del suo smarrimento di ogni prospettiva strategica.

È interessante, però, notare come l’analisi di questi economisti si avvicina maggiormente alla caratterizzazione storico materialistica di Lenin della fase imperialista, come “periodo di guerre e rivoluzioni”, rispetto alle analisi di fase di molte forze di sinistra. Nel documento, infatti, viene analizzato come i processi economici di crisi e la tendenza al crollo impattino sulla solidità del potere e come questi nutrano il consolidarsi delle tendenze opposte di guerra (aggravarsi delle tensioni geopolitiche e venti di guerra che soffiano minacciosi) e rivoluzione. Ovviamente non si fa cenno in maniera diretta alla rivoluzione, ma il problema viene posto in termini di erosione della coesione sociale e di pericolo di rivolte e ribellioni popolari, conseguenti all’inevitabile peggioramento delle condizioni materiali delle masse.

È un contesto turbolento quello in cui si svilupperanno gli scenari futuri, la storia attuale ci lancia segnali continuamente.

La crisi di Lehman Brothers fu annunciata da tanti episodi che si facevano via via sempre più vicini tra loro: il crollo della Borsa di New York (1987); il crollo della moneta messicana (1994); la crisi asiatica e la svalutazione a cascata delle monete della regione, i cui effetti si sono ripercossi sull’economia mondiale nel suo complesso (1997); la crisi russa, che portò al crollo del rublo e del suo sistema bancario (1998); la crisi delle punto.com (2000) e la crisi argentina del 2001.

Così come la SARS, la MERS, l’ebola, la zika, la peste, la febbre gialla, sono stati segni premonitori di una nuova era di epidemie potenzialmente a rapida diffusione come è quella del Covid-19.

Allo stesso modo le ribellioni popolari si stanno espandendo a macchia d’olio per il globo. Nel 2019, anno prima della pandemia, Cile, Colombia, Perù, Ecuador, Haiti, Francia, Catalogna, Sudan, Algeria, Egitto, Libano, Iraq, Iran e Hong Kong furono scosse da grandi mobilitazioni di massa, così come più recentemente il Kazakistan. Queste sono tutte espressioni storiche dell’opposizione tra bisogni primari e dominio del capitale e, nonostante le peculiarità dovute ai contesti diversi in cui si sono sviluppate, molti slogan comuni hanno riecheggiato tra le strade inneggianti alla caduta dei regimi borghesi.

Se gli interessi della borghesia diventano sempre più inconciliabili e in contraddizione tra loro, quelli immediati del proletariato vanno a sovrapporsi sempre più a quelli storici. L’analisi della crisi va arricchita, condivisa, criticata, corretta e aggiornata di continuo, essa è un bagaglio fondamentale alla base di qualsiasi intervento politico e sindacale.

Il pessimismo dei capitalisti deve tramutarsi nell’ottimismo dei rivoluzionari.

[1] Wall Street Journal – 11/01/2021 – Global Growth Expected to Slow in 2022

[2] https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2022/01/18/oms-la-pandemia-non-e-finita.-da-omicron-nuove-varianti_1258fca4-8056-4d06-939d-9b313c75bebf.html

[3] https://www3.weforum.org/docs/WEF_The_Global_Risks_Report_2022.pdf

[4] Sole 24 Ore – 13/01/2021 – Allarme Permafrost: lo scioglimento minaccia oleodotti e intere città

[5] https://www.genano.com/it/infobase/aumenta-la-probabilita-di-una-pandemia-globale

[6] Il rapporto causa-effetto tra la sempre maggiore vulnerabilità alle epidemie e alle pandemie e la sempre più veloce distruzione dell’habitat è il seguente: con il procedere della deforestazione si riducono gli spazi nei quali vivono ammassati gli  animali; questa riduzione della superficie delle foreste spesso è dovuta alla necessità di ricavare terra destinata agli allevamenti; qui avviene il contatto tra gli animali selvatici, incubatori del virus, e gli animali destinati al macello; a loro volta gli animali allevati si incrociano con animali coi quali probabilmente non sarebbero mai venuti a contatto in natura, e questo avviene negli ormai famigerati wet markets, con la presenza contemporanea di animali morti e animali in attesa di essere macellati sul posto. Questo processo di commistione di animali selvatici e allevati, vivi e morti, fu all’origine dell’epidemia di SARS del 2002-2003 e con ogni probabilità lo è anche dell’attuale pandemia. I ricercatori del programma Predict hanno identificato 900 nuovi virus legati all’estensione delle attività umane, inclusi ceppi di coronavirus comparabili alla SARS e prima sconosciuti.

Fonte One Health Institute : https://ohi.sf.ucdavis.edu/what-weve-found

[7] https://amp24.ilsole24ore.com/pagina/AEwCAbCB

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