Sciopero generale del 16 dicembre, un bilancio in chiaroscuro e prospettive di lotta per l’immediato futuro

Arrivato agli sgoccioli di un autunno turbolento, in cui si è consolidato un forte disagio sociale alimentato da un anno e mezzo di pandemia e da un conseguente inasprimento della crisi economica, lo sciopero generale del 16 dicembre, proclamato da CGIL e UIL, ci ha delineato un ritratto preciso dello stato attuale della crisi della politica, del sindacato e del movimento operaio.

Cominciato con un coro unanime di attacchi verso l’arma dello sciopero, al grido di “Irresponsabili”, da parte della stampa borghese, di politici del governo d’unità nazionale e della CISL, si è concluso con la solita guerra sui numeri dell’adesione. La CGIL ha parlato di picchi del 70% e 80% in alcune realtà metalmeccaniche, dei trasporti, dell’agroindustria, del commercio e dei lavoratori somministrati [1]. Per Confindustria invece l’adesione è stata solo del 5% mentre la CISL, che è scesa in piazza sabato 18 in contrapposizione allo sciopero per rivendicare la coesione sociale, ha dichiarato con soddisfazione crumira la scarsa adesione dell’ “1,5% all’Ilva di Taranto, sotto il 10% in Stellantis, Fincantieri e Leonardo”.

Ad ogni modo, spiacenti per il sindacato giallo/democristiano della CISL, la giornata di lotta del 16 è stata quella che ha mobilitato più lavoratori e lavoratrici, con una fetta consistente del proletariato di fabbrica, dal 2014, in occasione dell’ultimo sciopero generale indetto dalla CGIL contro il Job Act.

Uno sciopero che tuttavia nella debole e vaga piattaforma rivendicativa porta con sé tutti i limiti, in questa fase storica, del sindacato, del movimento operaio, delle sinistre “riformiste”, radicali o di classe siano, nel contesto di un quadro generale di crisi sistemica, economica, sanitaria e sociale, a cui nessun governo della borghesia e nessuna forza politica o sindacale riesce a dare risposte o suggerire vie d’uscita.

Uno sciopero monco, boicottato e infamato

Al di là del già citato boicottaggio della politica e del giornalismo, gli ostacoli maggiori posti alla riuscita della giornata di lotta sono arrivati innanzitutto dalle stesse dirigenze di CGIL e UIL, che lo hanno proclamato con colpevole ritardo, dopo mesi passati a elemosinare un ruolo attivo all’interno di un patto d’unità nazionale con governo e padronato, mentre la classe lavoratrice viveva, e continua a vivere, sulla propria pelle licenziamenti, aumento dell’inflazione e del carovita, morti sul lavoro, vertenze di crisi e il continuo rischio di contagio causato dalla critica situazione sanitaria. Lo hanno organizzato senza aver coinvolto direttamente lavoratori e lavoratrici dei vari settori, senza aver organizzato capillarmente le assemblee nei luoghi di lavoro, senza un percorso comune necessario in un momento in cui l’assenza del movimento operaio come soggetto storico “attivo” pesa come un macigno sulle sorti di tutte e tutti. Si è arrivati, quindi, all’appuntamento oltre che in ritardo, completamente impreparati, con il settore della scuola che è sceso in piazza con una settimana in anticipo, con la FIOM che ha dovuto annullare con un preavviso di 3 giorni lo sciopero dei metalmeccanici previsto per il 10 e con altri settori che non hanno potuto affatto incrociare le braccia a causa dell’intervento del garante dello sciopero. In questo senso, non sarebbe corretta neanche la definizione di sciopero generale. Lo hanno fatto senza aver dato ascolto né parola ai lavoratori protagonisti di vertenze di crisi come GKN, dove gli operai che hanno chiesto per mesi la costruzione di un vero sciopero generale e generalizzato sono stati lasciati soli a sbattere la testa contro il muro inamovibile della pace sociale imposta dalle burocrazie confederali.

In CGIL, la parola d’ordine dello Sciopero Generale è stata considerata tabù fino a meno di un mese fa ed è stata evitata come la peste in ogni comunicato e in ogni comizio (come quello di Ottobre in piazza San Giovanni, dove si è anche evitato di far intervenire rappresentanti di aree CGIL che spingevano in tale direzione).

Anche la scelta di Piazza del Popolo a Roma come location per la manifestazione, senza corteo, del 16 imponeva già di per sé una presenza limitata.

È evidente che da parte delle stesse burocrazie sindacali non ci sia stato un reale interesse per la massima riuscita dello sciopero. Da parte loro, gli unici obiettivi posti sono consistiti nel portare attenzione mediatica sui loro organismi e i loro leader e nel pacificare il malcontento interno alle proprie organizzazioni. Non era certo presente la volontà paralizzare il paese, rispondendo con la stessa radicalità agli attacchi padronali. Questo però avrebbe comportato, da un lato, uno scontro con il governo d’unità nazionale, e, dall’altro, un indirizzamento del movimento operaio verso il ritorno ad una partecipazione attiva nel conflitto di classe, che spazzerebbe via le loro strategie di conciliazione minando alla sopravvivenza del loro apparato e alla pace sociale che cercano di tutelare.

La piattaforma di sciopero non andava oltre le solite timide richieste di un piano industriale per il paese atto a garantire il lavoro, di lotta all’evasione fiscale (alla “borghesia cattiva”), di ridistribuzione della tassazione IRPEF tra lavoratori ricchi e poveri, di riforma delle pensioni giusto un pò meno degradante della Fornero.

Dal canto suo, il sindacalismo di base ha perso una grande occasione. Avrebbe potuto dichiarare unitariamente la partecipazione allo sciopero generale ed intervenire in maniera diretta tra tutte le contraddizioni aperte da una giornata come questa, cercando di mettere in relazione lavoratori di diverse realtà, dando un seguito al percorso intrapreso nello sciopero unitario dell’11 ottobre. Invece ha in gran parte snobbato, quando non boicottato, la giornata del 16, ritrovandosi a fine anno a non aver proclamato neanche un’ora di sciopero di fronte alla manovra finanziaria più antioperaia degli ultimi anni.

In alcuni casi (Si Cobas [2] e Sol Cobas [3]) ci si è limitati a dare indicazione di sciopero ai propri iscritti nei luoghi di lavoro in cui c’era un minimo di mobilitazione, in altri casi (USB) si è persino giunto a dichiarare senza vergogna che questo sciopero non era nei loro interessi [4].

Se il dito punta in direzione di una mobilitazione che può portare a una partecipazione più vasta di lavoratori e operai di fabbrica di fronte a una catastrofe sociale e a uno sciopero che implicitamente è sintomatico del fallimento di anni di concertazione, i sindacati di base (non tutti per fortuna) guardano soltanto a Landini.

Uno sciopero inevitabile

Nella proclamazione di questo sciopero generale e nella sua inevitabilità di fronte a una manovra finanziaria simile, che non affronta la catastrofe ma la normalizza, c’è tutto il fallimento di una politica sindacale conciliatoria, i cui risultati si sono visti in primis nei contratti nazionali firmati nell’ultimo anno e invecchiati malissimo nel giro di qualche mese, i cui scarsi aumenti salariali sono stati spazzati via dall’aumento dell’inflazione.

Il “patto per la fabbrica” tra la triplice e Confindustria ha portato a un CCNL dei metalmeccanici che ha sancito solo la garanzia per il padronato di correlare il salario operaio, a livello di mansione e specializzazione, con la riforma dell’inquadramento. Quei 20/30 euro lordi in più in busta paga nel 2021 (fino a giugno del 2022) se potevano sembrare miseri ad Aprile, quando il CCNL fu votato, con l’aumento dei prezzi sono a tutti gli effetti un arretramento salariale. Lo scrivevamo qui [5] e non ci stupiamo quindi che tante testate giornalistiche stanno riportando la notizia che i salari in Italia non sono aumentati dagli anni‘90.

Allo stesso modo, il risultato della spasmodica ricerca di sintonia con governo e padroni, accompagnato dall’assenza di conflitto, ha agevolato il parto di una manovra finanziaria totalmente insufficiente nel venire incontro anche alle minime esigenze di lavoratori e lavoratrici e dei ceti più poveri, martoriati dalla crisi economica.

La riforma dell’Irpef presentata a dicembre, per esempio, di fronte all’aumento dell’inflazione era una grandissima presa in giro. Se guardiamo i risparmi annuali dovuti alla detassazione [6] e li confrontiamo con l’aumento del carovita quantificato dal Assoutenti di 1100 euro annui medi per nucleo familiare [7], possiamo quantificare la perdita del potere d’acquisto soprattutto nelle fasce a reddito più basso (per la quasi totalità classe operaia):

  • 61 euro per i redditi fino a 15 mila euro
  • 150 euro per quelli tra 15 mila e 28 mila euro
  • 417 euro per quelli tra 28 mila e 50 mila euro
  • 692 euro per quelli tra 50 mila e 55 mila euro
  • 468 euro per quelli tra 55 mila e 75 mila euro
  • 247 euro per quelli oltre i 75 mila euro

Per le famiglie e per i lavoratori o lavoratrici con redditi più bassi avevamo stimato quindi una perdita di oltre 800 euro annui. Nonostante la riforma sia in fase di aggiornamento con dei bonus per le famiglie con figli a carico, bisognerà tenere conto dell’inflazione che con ogni probabilità sarà destinata a salire ancora nel 2022. Senza un riadeguamento automatico dei salari in funzione dell’inflazione, un salario minimo ben al di fuori della soglia di povertà e un salario sociale ai disoccupati, qualsiasi misura risulterà ancora più inadeguata di quanto lo è ora nel contrasto al problema della precarietà e della povertà crescente. Il Sole 24 Ore [8] ha stimato che se l’inflazione dovesse continuare a questi ritmi in 10 anni avremmo una perdita del 28% del potere d’acquisto anziché del 6,4%, stimato senza l’effetto dell’aggravio della crisi dell’ultimo anno e mezzo.

Quota 102, che sostituirà Quota 100 (parentesi già prevista dallo stesso Salvini come a tempo determinato) per il 2022, è di fatto un ritorno graduale verso la Fornero, che infatti non era mai scomparsa, con buona pace della propaganda leghista. Che, tra l’altro, Quota 100 si sia rivelata una farsa che scaricava l’uscita anticipata sull’importo percepito dal lavoratore, ancora lasciando intatta la Fornero, e rispondendo di più alle esigenze padronali di mandare in pensione lavoratori anziani e quindi meno produttivi, non intacca il fatto che questo nuovo aumento dell’età pensionabile risulta una manovra criminale. Non soltanto se pensiamo al problema occupazionale, ma anche se poniamo la questione in termini di sicurezza sul lavoro, tanto in periodi di “normalità” (nel 2019 le statistiche ci mostravano come per un lavoratore più anziano è più facile che l’infortunio sul lavoro finisca con la morte [9]) quanto a maggior ragione dopo un anno e mezzo di pandemia, con un virus che colpisce mortalmente in primo luogo le persone sopra i 50 anni, e che ha contribuito a diminuire l’aspettativa di vita di un anno e mezzo[10]. In questa pandemia, a parte in una breve parentesi nei primi mesi, la produzione non si è mai fermata obbligando milioni di lavoratori e lavoratrici a recarsi quotidianamente a lavoro, anche durante le zone rosse, così, a parte la questione contagi, le morti per infortunio da covid sul lavoro (accertate) nel 2020 sono state 525, circa un terzo delle morti sul lavoro totali dello stesso anno[11].

La legge sulle delocalizzazioni è una farsa che di fatto non impedisce le delocalizzazioni, ma crea una procedura specifica a riguardo, la cui violazione si traduce semplicemente in un raddoppiamento del prezzo del ticket di licenziamento. Buffonata!

Sette anni dall’ultimo sciopero generale, tra crisi e fallimenti della politica e del sindacato

Dato il lungo tempo trascorso dall’ultimo sciopero generale proclamato da CGIL e UIL, viene naturale un paragone tra la giornata del 16 e l’ultima mobilitazione generale di sette anni fa. 

Correva l’anno 2014, al governo c’era Renzi che attraverso il Job Act introduceva il contratto a tutele crescenti eliminando l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, il quale provava a tutelare i lavoratori dai licenziamenti “senza giusta causa” (per quel poco che questa espressione significhi nella società dello sfruttamento del lavoro). Anche in quell’occasione lo sciopero fu dichiarato in ritardo, soprattutto a causa della titubanza della CISL, che poi non aderì esattamente come adesso. Anche quella volta ci furono delle pressioni interne alla CGIL, per attaccare in anticipo da parte di determinati settori e aree, a cui i vertici non diedero ascolto, preparando una sconfitta annunciata di portata storica perché l’articolo 18, ultimo baluardo delle conquiste sindacali del ‘900 (per la cui difesa avevano già scioperato 20 milioni di lavoratori nel grande sciopero generale del 2002 contro il governo Berlusconi), fu cancellato.

Per certi versi sembra di rivivere la stessa trama in cui protagonisti diversi ripercorrono la stessa strada piena di errori tracciata in passato, anzi questa volta in termini di numeri di adesione e di organizzazione di percorso è andata anche peggio. Ma la storia corre e dobbiamo evidenziare come le condizioni oggettive siano peggiorate da allora e come negli ultimi sette anni la crisi sistemica del capitalismo, sfociata negli ultimi due anni nella crisi sanitaria mondiale, ci siamo trovati di fronte al fallimento di ogni forza che agisce direttamente o indirettamente nello spazio democratico.

È caduto Renzi con i suoi miseri 80 euro, assorbiti nell’ultima manovra finanziaria dalla riforma dell’Irpef, che gli consentirono il 40% alle elezioni europee. È fallito il suo job act, che voleva mostrare come fossero le rigide tutele sindacali il vero problema della disoccupazione e degli investimenti in Italia, ma al di là dei primi timidi risultati di assunzione, sempre più in regime para-schiavistico, garantiti dagli incentivi statali nei suoi primi tre anni di vita, ci ritroviamo dopo sette anni con un più grave problema di occupazione e precarietà.

È fallito il populismo/sovranismo in salsa giallo/verde vittorioso, in maniera monca, alle elezioni del 2018. Ce lo ricorda nuovamente la manovra finanziaria attuale, con la cancellazione di Quota 100 e il ridimensionamento del già ridicolo Reddito di cittadinanza. Nonostante queste due manovre si rivelarono delle truffe e ne uscirono notevolmente ridimensionate rispetto alle promesse elettorali, non si può negare che gli argomenti strumentalmente affrontati erano radicati in problemi materiali reali. Adesso quelle due forze sono al governo con Draghi e vedono cadere impotenti i loro cavalli battaglia, e disperdere i loro voti elezione dopo elezione.

In questo sciopero c’è, quindi, anche tutto il fallimento della politica!

Una grande anomalia che caratterizza questi tempi nasce, infatti, proprio dalla totale mancanza di rappresentanza politica della classe operaia sia fuori sia dentro il parlamento, la quale ha finito per scaricare la lotta politica direttamente sul mondo del sindacato, approfondendone la sua crisi.

Ci ritroviamo i sindacati confederali che cercano di rappresentare un soggetto operaio in una coalizione nazionale con Stato borghese e padronato, i quali nel proliferare della crisi e con l’aumento del debito pubblico non possono permettersi né concessioni economiche né tantomeno politiche. La recente strategia di Landini punta ad accarezzare ed imbonire Draghi, rappresentandolo come un soggetto senza colpe prigioniero delle destre di governo, e utilizzando la tensione sociale, da cui è terrorizzato e che vuole tenere a bada a tutti i costi, come moneta di scambio per contare qualcosa nella coalizione sociale di unità nazionale. Sono solamente gli interessi di Landini e dei suoi vassalli, è solo la sopravvivenza dell’apparato burocratico CGIL, gli obiettivi di tale mercanteggiamento, gli interessi di operai, lavoratori e disoccupati non possono invece coincidere, confluendo in un immaginario interesse sociale generalizzato della nazione (“la storia di ogni società è storia di lotte di classi” dimostravano scientificamente Marx ed Engels ormai quasi due secoli fa), con quelli della borghesia, una classe di parassiti che cerca di sopravvivere benché la sua funzione progressiva nella storia è storicamente scaduta e marcita.

Allo stesso tempo assistiamo a tentativi di salti politici anche all’interno del sindacalismo di base, la cui mancanza effettiva di margini di conquista economica unita alla propria autoreferenzialità, anche questa dettata da motivi di sopravvivenza, pongono un freno evidente al risveglio della lotta di classe e alla costruzione di un vero sindacato di classe. Perché se la priorità è saldare l’adesione dei propri iscritti costruendo un’esaltazione osannatrice del proprio infallibile sindacatino, è chiaro che tentativi di costruzione unitaria come lo sciopero del sindacalismo di base del 11 ottobre si trasformano in una guerra tra bande, e infine si arriva a dichiarazioni folli e conservatrici come quella dell’USB in occasione dello sciopero CGIL del 16 dicembre [4]. Le loro piattaforme rivendicative, tra l’altro, sono sì maggiormente apprezzabili di quelle della CGIL, ma approcciandosi al giusto metodo delle rivendicazioni transitorie di sovvertimento del sistema capitalista in maniera non corretta, per cui la tassa patrimoniale diventa un formidabile attacco alla proprietà e le nazionalizzazioni operaie no, risultano essere delle versioni più radicali di quelle dei confederali ma ben lontane dal costruire dei percorsi basati realmente sull’indipendenza di classe. Gli sfondoni presi poi nelle battaglie contro l’obbligo vaccinale, cavalcando l’idiozia no-vax contro la linea dei sindacati confederali per la vaccinazione obbligatoria come tutela dei lavoratori, li hanno persino fatti scivolare su posizioni più reazionarie rispetto a CGIL, CISL e UIL in merito a questo tema. Come se ci si potesse insediare nella classe operaia con un ribellismo sterile e piccolo borghese, che contrappone il salario alla salute e non risolve ma aggrava il problema della pandemia, la quale, essendo un problema dell’umanità intera, è particolarmente un problema del proletariato, che ne costituisce sia la maggioranza a livello numerico che la parte più esposta al contagio per le condizioni in cui vive. Tutto questo (soprav)vivere di luce riflessa da parte del sindacalismo di base nei confronti dei sindacati confederali, a cui rivolgono attacchi ripetitivi e sterili senza analizzare la fase di crisi del sindacato che riguarda in maniera diretta anche loro, si traduce in un impasse strategico e in un evidente limite per le coscienze dei propri iscritti.

Cosa ci lascia questo sciopero?

Nonostante quindi un’adesione non certo eccezionale, la mancata volontà delle burocrazie opportuniste di CGIL/UIL di organizzarlo in maniera partecipativa e capillare, questo sciopero ha comunque messo in luce tutti i limiti della politica borghese nel poter risolvere la crisi economica e sociale e tutte le contraddizioni con cui le varie parti sociali si sono approcciate ad esso.

È in queste contraddizioni che lavoratrici e lavoratori combattivi e rivoluzionari devono agire, fuori e dentro i luoghi di lavoro, fuori e dentro il sindacato. È da queste contraddizioni che deve partire la necessaria lotta contro le burocrazie sindacali, contro la loro direzione priva di prospettive per la classe operaia, contro l’imposizione di un’immaginaria pace sociale attraverso la politica della conciliazione. È nelle contraddizioni sempre più acuite dalla crisi e dal conseguente impasse politico, dove l’irriducibile opposizione tra i bisogni umani e il dominio del capitale si radicalizza giorno dopo giorno in ogni parte del mondo, che nasce la prospettiva di una nuova società e la cacciata di un potere che è sempre meno in grado di garantire anche i semplici bisogni primari. È in queste stesse contraddizioni che sono nati e si sono sviluppati scioperi (come quello ad oltranza, molto recente, dei metalmeccanici di Cadice) e le ribellioni popolari che in questi anni si sono sollevate nel mondo. È nell’approccio dialettico a tali contraddizioni che si costruiscono i rapporti di forza e che si pone la necessità del passaggio da una vertenza singola a una su scala nazionale, da una lotta nazionale ad una internazionale.

La crisi della borghesia se da un lato limita l’azione e la rinascita di un movimento operaio spinto da quasi un secolo di direzioni controrivoluzionarie ad agire in subalternità nei confronti della classe che lo sfrutta, dall’altro apre ampi orizzonti al proletariato che è l’unico soggetto storico che può intervenire nelle contraddizioni aperte e approfondite dalla crisi; questo però a patto che sviluppi una propria iniziativa indipendente e una direzione che, partendo dai suoi bisogni materiali primari e i suoi interessi immediati, lo spinga verso una lotta per il potere e per la propria emancipazione. Un’iniziativa che a nostro parere non può che partire da rivendicazioni concrete e necessarie da introdurre nella lotta sindacale: un salario minimo intercategoriale di 1500 euro netti; la scala mobile dei salari ossia l’aggiornamento automatico dei salari al carovita che la crisi ha prodotto e produrrà sempre più; la redistribuzione di tutto il lavoro che c’è tra tutta la forza lavoro per affrontare il dramma della disoccupazione; la riduzione della giornata e della settimana lavorativa a parità di salario a non più di 6 ore giornaliere e 30 ore settimanali; un salario sociale ai disoccupati di almeno 1000 euro netti; l’abolizione della legge Fornero e il ritorno al sistema retributivo, con pensioni non inferiori a 1300 euro al mese; l’abolizione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro e la trasformazione dei contratti precari in contratti a tempo pieno e indeterminato; la costruzione di comitati di fabbrica per la difesa della salute del proletariato e per maggiori garanzie sulla sicurezza nei luoghi di lavoro; il blocco delle procedure di chiusura e licenziamento, e quando la classe padronale non cede nei suoi intenti di ricattare e affamare le famiglie operaie, la lotta per l’esproprio senza indennizzo per i padroni e per porre le fabbriche sotto il controllo operaio.

La crisi sistemica accorcia il margine di manovra della borghesia (e quindi anche i margini di conquista della lotta sindacale), la priva di un’iniziativa strategica, spinge il mondo verso la guerra, prepara l’umanità a nuove crisi più profonde e nuove catastrofi e allo stesso modo accorcia la distanza che separa gli interessi immediati e quelli storici del proletariato.

Se alla sconfitta del 2014 contro il governo Renzi sono seguiti sette anni di nulla a livello di battaglia sindacale a livelli di massa, è stato anche perché l’economia era “drogata” dal Quantitative Easing e la mancanza di margine di consolidamento di ogni controrivoluzione o reazione (come il populismo e il sovranismo) era coperta da un velo di demagogica illusione, strappata via dalla crisi. Quello del 16 dicembre, invece, non è stato uno sciopero contro una legge o contro un “politico antipatico”, ma, con tutte le distorsioni e i limiti del caso, ha posto l’accento su reali condizione materiali oggettive peggiorate sensibilmente dal 2014 ad oggi, le quali non scompariranno con un colpo di bacchetta magica, ma continueranno ad aggravarsi. Anche se le burocrazie continueranno ad ostacolare imperterrite il vero risveglio della lotta, nella inevitabilità di questo sciopero c’erano le stesse ragioni che devono spingerci a non farlo restare un episodio isolato.

Prospettiva Operaia

[1] https://www.huffingtonpost.it/entry/mappatura-di-uno-sciopero-generale_it_61bb386be4b0297da61a8b34

[2] http://sicobas.org/2021/12/15/comunicato-per-uno-sciopero-generale-vero/

[3] https://www.solcobas.org/sullo-sciopero-generale-del-16-dicembre

[4] https://www.usb.it/leggi-notizia/stiamo-con-draghi-ma-scioperiamo-i-sindacati-concertativi-sono-ormai-nel-pallone-1511.html

[5]  https://prospettivaoperaia.org/2021/04/07/metalmeccanici-il-ccnl-4-0-che-guarda-al-futuro-dei-padroni/

[6]https://www.open.online/2021/12/04/governo-draghi-taglio-cuneo-fiscale/

[7] https://www.lastampa.it/economia/2021/12/24/news/luce_e_gas_assoutenti_nel_2022_spesa_in_rialzo_di_1_110_euro_a_famiglia_77_sul_2019_-2068490/

[8]

Sole 24 ore 19 Dicembre – Risparmi, con l’inflazione 500 miliardi sono a rischio

[9] https://www.truenumbers.it/infortuni-sul-lavoro-vittime/ [10]http://www.regioni.it/newsletter/n-4134/del-06-09-2021/istat-con-la-pandemia-laspettativa-di-vita-cala-piu-di-un-anno-23125/

[11] https://cadutisullavoro.blogspot.com/search?q=Coronavirus

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...