Colombia: la ribellione popolare continua a crescere

di Emiliano Monge

Dopo 14 giorni di proteste e 7 di trattative, la ribellione popolare scatenata il 28 aprile non ha perso vigore. I negoziati chiamati “dialogo nazionale” non portano da nessuna parte, perché il governo narco-militare non sopporterebbe le concessioni minime richieste dalle masse.

La riforma fiscale che ha scatenato la ribellione era stata promossa dal FMI meno di due settimane prima dello scoppio, come parte di un programma di facilitazione del credito. La Colombia ha accesso a una linea di credito flessibile (LCF), uno strumento del FMI. La Colombia ha ricevuto attraverso questo meccanismo 5.370 milioni di dollari (circa 19 trilioni di pesos), di cui 3.900 milioni sono stati lasciati dal governo all’estero per essere incorporarti nel flusso di cassa del 2021. Ma il paese deve pagare il 50% di quel debito l’anno prossimo.

Gli appelli a Duque per seguire la via di Piñera cadono nel vuoto, perché anche la destra cilena non è ancora d’accordo a passare attraverso una transizione costituzionale, che potrebbe porre fine al sistema pensionistico privato e all’istruzione a pagamento – due pilastri del rifinanziamento capitalista.

I negoziati saranno prolungati per altri 10 giorni, senza fermare la militarizzazione dello Stato, ma nemmeno i blocchi stradali e gli scioperi. A Calí, Bogotá e in altre città, la repressione è stata “esternalizzata” alle forze paramilitari. Il Comitato nazionale di sciopero non ha ottenuto nulla da Duque.

La prima linea

“I ragazzi stanno affrontando la polizia con bastoni e pietre, l’organizzazione popolare può battere qualsiasi organizzazione statale” (France24, 9/5), dicono dai picchetti. La prima linea svolge assemblee e iniziative popolari, “pentolate popolari” (pasti comunitari), con la solidarietà dei medici di zona. Ricevono anche donazioni da La Loma, una comunità vicina (idem). “Prima delle pentole della comunità, molti ragazzi non avevano neppure abbastanza per un pasto quotidiano” (idem). Bogotá ha aumentato la sua povertà del 40% nella pandemia, cresciuta anche a Medellín, Cali e sulla costa atlantica, teatro delle più grandi mobilitazioni. L’indagine “Polso Sociale” del DANE indica che 2,4 milioni di famiglie non consumano più tre pasti al giorno.

Duque il 7 maggio si è riunito con la “coalizione della speranza”. Claudia López, sindaco di Bogotá, parte di quel gruppo, ha chiesto di proteggere l’esercito e la polizia e “ha fatto la disinvolta” riguardo l’uso degli spazi pubblici e privati (scuole, centri commerciali) come base operativa dell’esercito.

Gustavo Petro, di quel centrosinistra che dovrebbe essere primo nelle urne per il 2022, aveva chiesto la fine delle mobilitazioni quando Duque ha ritirato la riforma (Semana, 7/5). Ma Duque non ha ritirato la riforma; avrebbe avuto bisogno del permesso del FMI, che non si è pronunciato finora. Petro propone di “democratizzare” Duque, separandolo da Uribe; molti analisti lo accompagnano in questo approccio. Per questo dovrebbe avere il sostegno delle forze armate, le quali sono inseparabili dal paramilitarismo.

Il portavoce del Comitato nazionale di sciopero (CNP) ha giustificato l’incontro con il governo come “esplorativo”. “Siamo in sciopero nazionale. Lo sciopero non si fermerà solo perché si andrà a una riunione esplorativa con il presidente e il suo gabinetto” (el tiempo, 5/10).

Agenda sui fondamentali?

“Agenda su ciò che è fondamentale” è ciò che il governo e il CNP hanno definito come punti di discussione alla base. Il governo sarebbe disposto a versare più di 50 trilioni di pesos (13.286 miliardi di dollari) in investimenti sociali, il doppio di quanto intendeva raccogliere con la riforma fiscale (RT, 10/5). Il reddito di base richiesto dal CNP “costerebbe al paese 73,93 miliardi di dollari” (vanguardia, 7/5). Anche il progressismo cileno cerca di salvare il sistema AFP con un reddito di base.

Il CNP chiede il ritiro del disegno di legge di riforma sanitaria, vaccinazioni per la popolazione, reddito di base con un salario minimo legale in vigore per sei mesi per trenta milioni di persone che vivono in povertà, difesa della produzione nazionale (agricola, industriale, artigianale, contadina) e sovranità e sicurezza alimentare, sussidio per la piccola e media industria, lezioni gratuite per gli studenti, garanzia dei diritti delle donne e delle diversità sessuali durante l’emergenza, rifiuto delle privatizzazioni del settore pubblico, abrogazione del decreto che apre la strada alle irrorazioni aeree con glifosfato e del decreto 1174. Il “resoconto” non fa riferimento al debito estero, né propone la caduta dell’attuale governo.

Il 6 e 7 maggio si è tenuta la 5a riunione del CNP e dei Comitati dipartimentali di sciopero (CDP), insieme alle comunità nere, i contadini (Cumbre Agraria), gli indigeni della Minga e altre organizzazioni. Ha lanciato un appello a “rafforzare lo sciopero di fronte all’offensiva del governo”, ma si chiede solo una marcia per mercoledì 12, anticipando il previsto fallimento del “dialogo nazionale”.

Si propone “la smilitarizzazione, la fine della repressione e della violazione dei diritti umani e la negoziazione delle rivendicazioni”, come condizione per fermare la lotta. Si proclama l’aumento delle “assemblee popolari, sindacali e dei lavoratori, per informare, aiutare a dirigere e rafforzare lo sciopero nazionale, dipartimentale, municipale e regionale” e tenere una nuova riunione il 13 maggio.

11/05/2021

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