I colori della Palestina

di MP

“Il rosso del sangue versato nelle lotte di liberazione, il nero dei lutti, del dolore, della tristezza sotto l’occupazione israeliana, il bianco di una pace antica e ingiustamente negata, il verde della fertile terra di Palestina”. Oggi, nei paesaggi devastati del Medio Oriente, culla di civiltà umana dove sembra concludersi in tragedia una storia millenaria che è stata madre della stessa Europa, quei colori resistono e insistono nella prigione a cielo aperto di Gaza e nei territori occupati dall’espansionismo dello Stato ebraico di Israele.

Nel marzo 2017 due giuristi di fama mondiale, Richard Falk e Virginia Tilley, hanno stilato un lungo rapporto per conto dell’agenzia Escwa dell’Onu. Falk e Tilley analizzavano in dettaglio la natura del sistema politico israeliano, la divisione del popolo palestinese in quattro status giuridici diversi (rifugiati all’estero, palestinesi cittadini israeliani ma senza nazionalità, apolidi e meri residenti a Gerusalemme e infine residenti a Gaza e in Cisgiordania sotto occupazione militare). La conclusione: Israele ha istituito nel tempo un regime di apartheid. Pochi giorni dopo il rapporto è scomparso dal sito delle Nazioni unite, oscurato. In risposta l’allora direttrice dell’Escwa, Rima Khalaf, si è dimessa in polemica con l’occultamento. La frammentazione strategica del popolo palestinese è il metodo principale con cui Israele impone un regime di apartheid. In primo luogo, esamina come la storia della guerra, della spartizione, dell’annessione de jure de facto e dell’occupazione prolungata in Palestina abbia portato il popolo palestinese a ripartirsi in piú regioni geografiche amministrate da una serie di leggi tra loro distinte. Tale frammentazione opera al fine di rendere stabile il dominio razziale sui palestinesi da parte del regime israeliano e di minare la volontà e la capacità del popolo palestinese di organizzare una resistenza unitaria ed efficace. Metodi diversi sono impiegati a seconda di dove vivono i palestinesi. Questo è il mezzo principale con cui Israele rafforza l’apartheid e allo stesso tempo impedisce il riconoscimento a livello internazionale del modo in cui il sistema funziona, vale a dire un insieme complementare volta a instaurare un regime di apartheid.

Yuval Noah Harari definisce il conflitto israelo-palestinese come “ring del mondo”, ma non parliamo di una competizione in cui gli avversari hanno, evidentemente, le medesime possibilità.

Israele nel corso degli ultimi quaranta anni si è accaparrata nuovi territori occupando Gerusalemme Est, la Cisgiordania, la Striscia di Gaza, le alture del Golan e la Penisola del Sinai: tutte aree dove, a discapito dei palestinesi che vi vivevano, lo Stato ebraico ha promosso nuovi insediamenti con l’appoggio degli USA e quello dell’Europa.

Nel luglio 2000, a Camp David gli Stati Uniti assecondano Israele nel non rispettare i patti firmati in precedenza. Inoltre ad Arafat viene chiesto di sottoscrivere un impegno presentatogli solo in forma orale. Nell’ottobre Sharon si reca con tremila soldati sulla spianata delle Moschee a Gerusalemme e proclama la sovranità israeliana su tutta la Palestina, La provocazione dà il via alla seconda Intifada. Nel febbraio 2001 Sharon, il responsabile dei massacri di Sabra e Chatila, vince le elezioni con la più alta percentuale di suffragi mai avutasi in Israele. Nella primavera del 2002 Israele bombarda e invade con centinaia di carri armati la Cisgiordania (massacro di Jenin). Sharon attua il suo progetto, pubblicamente enunciato, di “liberarsi” del processo di pace e, con la costruzione del Muro e l’annessione di gran parte della Cisgiordania, cancellare ogni prospettiva di Stato indipendente palestinese. Nel luglio 2004 la Corte Internazionale dell’Aja stabilisce che “La costruzione del muro da parte di Israele nei Territori palestinesi, all’interno e intorno a Gerusalemme Est è contraria alla legge internazionale” e pertanto Israele deve “porre fine alla sua violazione del diritto internazionale”. Tredici giorni dopo l’Assemblea Generale dell’ONU impone (150 favorevoli, compresi i 25 paesi dell’Unione Europea, 6 contrari e 10 astenuti) ad Israele di uniformarsi al diritto internazionale. Israele rifiuta di adempiere all’obbligo. L’undici novembre 2004 Yasser Arafat muore a Ramallah assediato dai carri armati israeliani. Nel gennaio 2006, Hamas, il Movimento di Resistenza Islamica nato nel 1987, vince le elezioni in Palestina. Appoggiata dall’Occidente, Israele non riconosce il governo espresso democraticamente e plebiscitariamente dai palestinesi.

Israele continua a costruire colonie e a sfollare i palestinesi, in un angosciante ripetersi della Naqba, è il dicembre 2008 quando Israele lancia una durissima offensiva militare denominata “piombo fuso”. L’attacco provoca 1203 vittime tra i palestinesi – tra cui 450 bambini – e oltre 5000 feriti. L’Onu ha condannato l’aggressione con la risoluzione 1860 del 8 gennaio 2009, ma gli Stati Uniti sono troppo interessati a mantenere calmo lo scacchiere mediorientale, e allo stesso tempo tendono a salvaguardare gli interessi di Israele, storico alleato. La situazione internazionale non ha quindi favorito il raggiungimento di una soluzione al problema israelo-palestinese e le risoluzioni dell’ONU non sono mai state fatte rispettare. Risulta incomprensibile come le Nazioni Unite non ne abbiano mai imposto il rispetto ad Israele.
A distanza di 60 anni il diritto al ritorno dei profughi, e alla creazione di uno stato palestinese indipendente, continuano a venire palesemente ignorati. Un esempio di come i palestinesi siano espulsi dalla storia e dalla geografia è dato dal comportamento del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dal modo in cui tratta i palestinesi e si rapporta alla questione palestinese. Per suo volere Gerusalemme è stata esclusa dai nego- ziati, quasi la città fosse in toto e completamente israeliana, e ciò malgrado ci siano delle risoluzioni delle Nazioni Unite che dicono il contrario. La questione dei rifugiati palestinesi è stata derubricata dall’agenda dei nego- ziati. E ancora: l’assistenza ai rifugiati palestinesi che si trovano ancora al di fuori della Palestina è stata interrotta, gli aiuti agli ospedali palestinesi di Gerusalemme Est sono stati soppressi, l’ufficio dell’Olp a Washington è stato chiuso.

L’occupazione israeliana, con le sue strategie di liquidazione della questione palestinese (moltiplicazione delle colonie di insediamento, arbitrarie detenzioni amministrative, apartheid all’interno di Israele e nei territori occupati, terrorismo poliziesco quotidiano a “educazione” dei giovanissimi e dei bambini, il muro di separazione, le continue aggressioni dei coloni israeliani), è anche un problema internazionale. I palestinesi tengono aperta “la contraddizione” con le loro lotte di resistenza, ma non sono soli. Le loro ragioni sono condivise e sostenute da vaste aree di opinione pubblica internazionale; le campagne Bds (boicottaggio, disin- vestimento, sanzioni) per colpire le politiche dei governi israeliani e aprire conflitti economici nella stessa società israeliana, sono un segno concreto di solidarietà attiva con la causa palestinese. Vanno nella stessa direzione le tan-te forme di sostegno dell’attivismo internazionalista a fianco dei palestinesi e tese a orientare, con l’informazione e la pressione politica, i comportamenti dei governi nazionali.

Sia in Cisgiordania che nella Striscia di Gaza c’è una grande classe operaia, ma è estremamente frammentata, sparpagliata in 90.000 microimprese, l’89% delle quali ha cinque dipendenti o meno. Inoltre, soltanto il 20% della forza lavoro è sindacalizzato e cosí si è persa la capacità di agire come collettività. A questo va aggiunto che anche i partiti politici si sono indeboliti perché i due piú grandi, Fatah e Hamas, sono diventati partiti di governo e, pertanto, sono passati dall’essere costituiti da militanti che lottavano per la libertà a 14 formazioni di funzionari pubblici all’interno di istituzioni gerarchiche. Il movimento di liberazione palestinese, benché indebolito e frammentato come non mai, ha infatti dimostrato sorprendenti capacità di resilienza, conserva piena legittimità internazionale, conduce molteplici attività di resistenza e non ha rinunciato alle rivendicazioni storiche all’autodeterminazione attraverso l’indipendenza, la liberazione e il ritorno.

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