In memoria di Teresa Recchia: operaia comunista rivoluzionaria

Il 19 Aprile 1935 moriva una esponente di rilievo del movimento operaio torinese: Gaetana Teresa Recchia. La sua storia, come per molti oppositori di sinistra, rimane ad oggi poco conosciuta. La sua figura è stata completamente sepolta dagli storiografi ufficiali del PCI allineati allo stalinismo. La sua vita fu spesa totalmente per la rivoluzione socialista e per la difesa incondizionata dell’Unione Sovietica anche all’interno delle fila dell’opposizione trotskista e soprattutto contro l’imperante degenerazione stalinista nel PCUS e nel PCI.

Prospettiva Operaia ricorda oggi chi, coerentemente ai propri principi rivoluzionari, preferì una vita di stenti e di enormi sacrifici materiali invece di piegare la testa ai diktat di Stalin come fece il “Peggiore”, Palmiro Togliatti.

Lo facciamo attraverso la pubblicazione di uno delle rarissimi lavori che meglio descrissero la storia, il ruolo e il lavoro politico nella classe operaia di Teresa Recchia ad opera di Paolo Casciola e del Centro Studi Pietro Tresso.

Tratto da Paolo Casciola, Appunti di storia del trotskismo italiano (1930-1945). Foligno, Quaderni del Centro Studi Pietro Tresso, Studi e ricerche, n. 1, 1986, pp. 25-29

Gaetana Teresa Recchia (1899-1935) [1]

Il 19 aprile di quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della scomparsa di Gaetana Teresa Recchia. La sua figura è legata a tutta una fase della storia del movimento operaio italiano, ad una intera epoca della lotta di classe.

Nata a Torino il 29 ottobre 1899, “Teresa” aderì diciassettenne, durante la guerra imperialista del 1914-18, alla gioventù socialista. Entrata giovanissima alla FIAT come operaia sellaia, vi si distinse per la sua attività politica e sindacale. Terminato il lavoro in fabbrica, era solita trascorrere la serata nei locali del partito, a discutere con gli altri compagni. Agitatrice ed organizzatrice d’eccezione, a partire dal 1917 “Teresa” collaborò strettamente con la direzione della federazione socialista torinese. Nel maggio di quell’anno partecipò alla possente manifestazione di Corso Siccardi, dove più di trentamila lavoratori accolsero la missione inviata in visita a Torino dal governo di Kerensky al grido di: “Viva Lenin!”

Militante del Circolo Socialista di Borgo San Paolo, “Teresa” fu in prima fila nei moti proletari torinesi dell’agosto 1917 e, assieme ad altri compagni, convinse un reparto di alpini stazionante in Piazza Villafranca a fraternizzare con gli operai insorti. “Teresa” era sempre presente, instancabile, nei punti più pericolosi della città portando, nascoste sotto gli abiti, pistole e munizioni agli insorti. Alla fine della guerra si dedicò tenacemente al lavoro di reclutamento al partito. Durante la grande manifestazione del maggio 1919 fu ancora una volta in prima fila ad affrontare la fucileria sbirresca in Piazza Statuto. A quel tempo, “Teresa” faceva parte del gruppo dei “rigidi”, cioè della maggioranza rivoluzionaria di sinistra della sezione torinese del PS1, in lotta contro il riformismo. Nel settembre 1920 prese parte, con la dedizione ed il coraggio che la caratterizzavano, all’occupazione delle fabbriche torinesi. E’ in questi anni che “Teresa” conobbe Mario Bavassano, colui che sarebbe stato il suo compagno per tutta la vita.

Al momento della scissione di Livorno (21 gennaio 1921), “Teresa” fu tra coloro che aderirono immediatamente al Partito Comunista d’Italia (PCdl). Durante le tragiche giornate del 1922, fu tra gli organizzatori della risposta operaia armata al terrore fascista. Negli anni successivi, “Teresa” partecipò attivamente alla lotta contro il fascismo, mettendo sempre a disposizione del giovane partito comunista la sua esperienza e le sue capacità. Nel 1924 fece parte della delegazione italiana al V Congresso Mondiale di un Comintern ormai burocratizzato, svoltosi a Mosca dal 15 giugno all’8 luglio di quell’anno. Rientrata in Italia, nel 1925 venne arrestata perché sorpresa a distribuire dei volantini comunisti nei pressi dello stabilimento “Diatto FIAT”, dove lavorava.

Allineatasi su posizioni gramsciane ed eletta a membro candidato del Comitato Centrale dal III Congresso Nazionale del PCdl (Lione, 20-26 gennaio 1926), “Teresa” subì la persecuzione della polizia fascista e fu costretta all’illegalità. Lavorò nell’apparato clandestino del PCdl dapprima in Toscana, fino alla metà del 1926, dove risiedette a Viareggio assieme a Bavassano, all’epoca segretario interregionale comunista di quella regione. Nel novembre 1926, in seguito all’assegnazione a Bavassano del segretariato per le Tre Venezie, entrambi si trasferirono a Padova, dove rimasero fino al marzo 1927. 11 30 settembre di quell’anno “Teresa” fu colpita da un mandato di cattura emesso dal Tribunale del Corpo d’Armata territoriale di Milano, in applicazione delle famigerate leggi eccezionali fasciste in vigore dal novembre 1926. Ma a quella data “Teresa” e Bavassano erano già emigrati clandestinamente all’estero, su ordine del partito, dapprima in Svizzera e, successivamente, in Francia.

Nell’emigrazione, “Teresa” continuò a lavorare per il partito. Nel marzo 1930, a causa della sua opposizione alla svolta staliniana del “terzo periodo”, venne espulsa burocraticamente dal Comitato Centrale del PCdl e, il 30 luglio dello stesso anno, fu espulsa dal partito assieme a Bavassano, all’epoca dirigente dei gruppi comunisti italiani in Francia e vecchio responsabile della sezione italiana del Soccorso Rosso Internazionale. Legatisi in precedenza ai “tre” (Pietro Tresso, Alfonso Leonetti e Paolo Ravazzoli, anch’essi oppositori di sinistra rispetto alla “svolta”), “Teresa” e Bavassano furono, con loro, i fondatori della Nuova Opposizione Italiana (NOI), la sezione italiana dell’Opposizione di Sinistra Internazionale fondata da Leon Trotsky.

Dopo l’espulsione, “Teresa” conobbe, così come tutti gli altri militanti bolscevico-leninisti italiani, la calunnia e la persecuzione staliniane – che andavano ad aggiungersi alle enormi difficoltà dell’emigrazione dovute alla mancanza di documenti, di un lavoro e, non di rado, di qualcosa da mettere sotto i denti.

A partire dal luglio 1933, dopo tre anni di militanza nella NOI, “Teresa” e Bavassano entrarono in conflitto con l’orientamento verso la costruzione di una nuova Internazionale (la Quarta) propugnato da Trotsky dopo il vergognoso collasso del Comintern stalinista di fronte all’ascesa al potere di Hitler in Germania. 1 due si legarono al “groupe juif”, il gruppo di lingua ebraica all’interno dell’organizzazione trotskysta francese, che si opponeva anch’esso al nuovo orientamento. Nella prima metà di ottobre di quell’anno il “groupe juif” ruppe col movimento quart’internazionalista per dar vita ad una nuova formazione, l’Union Communiste, alla cui creazione “Teresa” e Bavassano diedero un contributo decisivo.

Nei mesi successivi essi militarono attivamente nel nuovo gruppo, che si situava su posizioni politiche ibride, tra il trotskysmo e il bordighismo. Il 19 aprile 1935, “Teresa” morì di tubercolosi all’ospedale Tenon di Parigi, vittima — come scrissero i suoi compagni dell’Union Communiste – “di una lunga malattia contratta nel corso della sua attività rivoluzionaria illegale contro il fascismo italiano, ed aggravata dalle dure privazioni dell’emigrazione”. Alla sua cerimonia funebre, che ebbe luogo il 22 aprile al Père-Lachaise, parteciparono circa 200 militanti e delegazioni di numerose organizzazioni: dal PS1 massimalista alla Frazione di Sinistra del PCdl (bordighista), dal movimento di “Giustizia e Libertà” al Segretariato Internazionale trotskysta, da diversi sindacati francesi al Gruppo Bolscevico-Leninista del PSF diretto da Tresso. Era anche presente, a rendere l’estremo saluto alla combattente rivoluzionaria, un gruppo di operai torinesi emigrati in Francia.

Di “Teresa”, oggi, rimane ben poco. Chi cercasse la sua tomba nel cimitero parigino rimarrebbe deluso. L’incuria degli uomini ha lasciato che le sue ceneri venissero disperse tra mille altre. Gli stalinisti, da parte loro, coadiuvati da certi, presunti “trotskysti”, sono riusciti a cancellarne quasi completamente la memoria. Sarebbe vano, ad esempio, cercare il suo nome tra quelli contenuti nel ponderoso e mal ponderato dizionario biografico del movimento operaio italiano (6 volumi, Editori Riuniti, Roma 1975-79), tutto redatto in stile stalin-togliattiano e giustamente definito da qualcuno come “il dizionario coi buchi”. Recensendone i primi due volumi, Alfonso Leonetti volle colmare alcune di queste lacune, dimenticandosi però — com’era nel suo stile — dei nomi di Gaetana Teresa Recchia, di Mario Bavassano e di altri militanti rivoluzionari italiani. Ma il loro esempio e la loro memoria sono ben vivi tra i rivoluzionari proletari di oggi, e lo saranno ancor più tra quelli di domani. La storia si vendicherà degli inquisitori e dei loro complici diretti e indiretti, delle loro menzogne e delle loro omissioni.

Ci sia permesso, infine, di riprodurre le parole che un vecchio compagno di “Teresa”, Giovanni Boero (un operaio comunista torinese passato alla NOI nel 1931), scrisse a conclusione di un appassionato necrologio pubblicato nelle colonne dell’organo dell’Union Communiste pochi giorni dopo la scomparsa di questa rivoluzionaria:

“Avendo lottato sin dalla giovinezza per la creazione di un partito rivoluzionario proletario, ella si trovò sempre in lotta contro il burocratismo del Partito. Teresa non volle piegarsi di fronte ai nuovi idoli che hanno disgregato la coscienza della classe operaia e condotto a tante sconfitte.

Per questo venne cacciata dal PCdl, odiata ed insultata dai suoi vecchi compagni. Ma la falange dei proletari, che portano scolpiti a caratteri indelebili nel cuore e nel cervello i principi del carattere e della franchezza personale necessaria ad ogni combattente rivoluzionario, saprà elevare al suo vero posto d’onore ed additare ai combattenti della rivoluzione proletaria l’esempio della migliore compagna di Torino: Teresa Recchia.”


[1] Pubblicato originariamente sotto il titolo: “50 anni fa moriva una rivoluzionaria: Gaetana Teresa Recchia (1899-1935)”, in: Il Comunista, a. VI, n. 16-17 (Nuova serie), gennaio-aprile 1985.

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