Metalmeccanici: un CCNL nell’interesse di chi?

Dopo una lunga trattativa che durava ormai da un anno e mezzo, lo scorso 5 febbraio FIOM, FIM, UILM, Federmeccanica e Assistal hanno firmato un’ipotesi di accordo per il nuovo contratto nazionale di categoria. Nelle prossime settimane i metalmeccanici in Italia (una parte di loro per essere più precisi) dovranno votare se accettare o meno questo nuovo contratto.

Il nodo principale che ha bloccato a lungo la trattativa è stato soprattutto inerente alla questione dell’aumento salariale. Nella piattaforma di contrattazione votata ad ottobre del 2019 era presente una richiesta dell’8% sul salario minimo che doveva riguardare il triennio 2020-2022, la trattativa si è conclusa intorno all’incirca intorno a un 6% che sarà spalmata tra il 2021 e il 2024.

Con questo CCNL siamo in presenza di una riforma dell’inquadramento voluta fortemente da Federmeccanica e Confindustria, necessaria alla borghesia per evitare il tracollo in un periodo dove si sono ristretti i margini di crescita, soprattutto nei settori tradizionali. Il vecchio sistema d’inquadramento, introdotto nel 1973 e ottenuto attraverso le lotte del movimento operaio, verrà adesso modificato in cambio di elemosina spacciate per aumento salariale. Su questo aspetto seguirà nei prossimi giorni un nostro articolo dove si analizzeranno nel dettaglio i principali, e più critici, aspetti tanto della nuova piattaforma contrattuale delle tute blu quanto dell’antico ruolo filopadronale svolto dai maggiori sindacati italiani. Ci limitiamo qui a ricordare come i vertici confederali abbiano brindato entusiasti a un “risultato straordinario” (Francesca Re David, segretaria Fiom e Roberto Benaglia, segretario FIM) e al “miglior contratto degli ultimi anni” (Rocco Palombella, segretario Uilm). Certamente nelle sue dichiarazioni Palombella è stato più onesto o quantomeno più furbo degli altri, perché rispetto al contratto firmato nel 2016 era davvero difficile fare peggio. Questa è semmai un’aggravante perché non fa altro che dimostrare il ruolo nefasto svolto dal sindacato concertativo da tempo immemore nel martirio della classe lavoratrice.

Questo contratto è figlio diretto della linea di avvicinamento della CGIL a UIL e CISL, basata su una politica di collaborazione di classe tra lavoratori, imprese e Stato per una nuova crescita industriale, sancita dal Patto per la Fabbrica del 2018 siglato insieme a Confindustria. La politica dei sindacati confederali negli ultimi anni si è basata su una falsificazione storica della fase in cui viviamo, ovvero sull’idea che in questo momento di crisi sistemica e di cambiamento gli interessi dei lavoratori e quelli dei padroni possano coincidere per il bene del paese. Lo conferma anche il vergognoso appello all’unità nazionale firmato con ANPI, PD, M5S, LEU (e Rifondazione “Comunista”). Questo è stato l’atteggiamento che ha guidato l’azione sindacale durante la disastrosa pandemia da un anno a questa parte. I protocolli d’intesa sulla sicurezza firmati con lo Stato e il padronato lo scorso marzo erano quanto di più aggirabile (e infatti sono stati facilmente aggirati) da parte delle imprese, che hanno continuato l’attività produttiva nonostante la devastante avanzata del virus (si veda il caso più eclatante dell’area industriale bergamasca). Forse l’idea di unità nazionale e tra le classi dei burocrati della Triplice contempla anche il sacrificio fisico dei lavoratori.

Il fatto che questo contratto sia stato ottenuto soltanto con 4 ore di sciopero fa capire il ruolo marginale a cui è stata relegata la classe lavoratrice. La sua azione principale viene racchiusa nel voto sulla piattaforma di contrattazione. Questa strategia approfondisce la crisi del movimento operaio, ne paralizza sia l’azione che una rinascita, e rende la concertazione un nulla osta rilasciato dalle burocrazie sindacali per l’interesse del padronato. Il ruolo della FIOM, che in passato ha rifiutato contratti migliori rispetto a quest’ultimo, è stato essenziale in questa capitolazione. Il velo puramente mediatico di combattività con cui si ricopriva Landini dieci anni fa è caduto definitivamente con la firma del CCNL del 2016 e la sua successiva scalata alla segreteria. La CGIL di oggi, quella appunto di Landini, è sempre più parte integrante del comitato d’affari padronale e cane da guardia per tenere a bada la rabbia operaia. Anche il referendum che si sottoporrà ai lavoratori dopo le assemblee nei luoghi di lavoro si rivela la solita intimidazione “dell’accettare un aumento miserevole in alternativa a nessun aumento”. Ovviamente inviteremo tutte le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici a respingere con un secco NO al referendum la vergognosa proposta di rinnovo formulata da padroni e sindacati complici, ma siamo consapevoli che, nelle condizioni di ricatto in cui tale consultazione avverrà, il suo risultato non deve costituire il baricentro della battaglia politica su questo ennesimo scempio. Crediamo che bisogna opporsi fortemente alla deriva causata dall’opportunismo dei sindacati confederali, in primis della CGIL, costruendo un fronte unico di classe dei lavoratori e delle lavoratrici, dove i metalmeccanici assumano una posizione centrale, per lottare contro le burocrazie sindacali e la loro riluttanza nell’unire le lotte e nel dichiarare uno sciopero generale, per rifiutare logiche interclassiste e la politica servile verso Confindustria, per tornare a lottare per i nostri interessi che non sono e non saranno mai gli stessi di quelli dei nostri carnefici e sfruttatori.

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