Un anno di pandemia

Il 21 febbraio 2020 è la data simbolica con cui viene fatto coincidere l’inizio della pandemia in Italia, la data in cui si scoprì il primo caso di corona virus, il paziente 1 di Codogno. I dati che in quei frangenti arrivavano dalla Cina erano tutt’altro che rassicuranti e lasciavano presagire una catastrofe sociale e sanitaria. In quegli ultimi giorni di febbraio, però, la borghesia si premurò di organizzare una campagna per tranquillizzare gli animi, attraverso gli esponenti di Confindustria, i suoi politici (Zingaretti, Salvini, Fontana, Sala, ecc.) e con la complicità dei vertici dei sindacati confederali, uniti ad unisono nello slogan #milanononsiferma. La produzione e i mercati non potevano fermarsi  e difatti non si sono fermati durante l’anno trascorso e non si possono fermare neanche adesso di fronte a più di 95.000 decessi ufficiali in Italia e 2,5 milioni nel mondo. Le leggi economiche di questo sistema dimostrano che il capitale non esiste in quanto tale se rimane fermo, bensì attraverso la sua ininterrotta valorizzazione.

A distanza di un anno ci troviamo quindi a vivere lo stesso copione. Oggi preoccupano le nuove varianti più aggressive. La zona di Bollate in Lombardia è dichiarata rossa, ma ancora oggi, le fabbriche continuano imperterrite nella produzione, così come tante scuole restano aperte per consentire ai genitori di continuare ad essere produttivi e a farsi sfruttare [1].  Ed è così anche nel basso Molise, una regione poco colpita dalla prima ondata, ha conosciuto negli ultimi mesi un forte incremento dei morti, dovuto anche a una sanità fatiscente, caratteristica accomunante in molte regioni meridionali. Il basso Molise è attualmente zona rossa ma gli operai stanno continuando a lavorare e nella FCA di Termoli scioperano in difesa della propria salute e di quella dei propri cari e conviventi [2].

Alla luce del fatto che la vita sociale è stata completamente ridimensionata, per non dire annullata, è assodato che il virus si propaghi maggiormente nei luoghi di lavoro (che siano fabbriche, uffici o scuole) e nei mezzi pubblici sovraffollati nelle ore di punta. Lo dimostrano chiaramente i dati di marzo e aprile dell’anno scorso che videro la Lombardia e le zone industriali del nord più colpite, dove la produzione non si fermò mai completamente e dopo quasi due mesi di lockdown i casi non erano scesi come nelle altre zone.  Lo dimostra l’impennata di casi a ottobre a poche settimane dalla riapertura di tutte le attività lavorative. Lo dimostra la straordinaria discesa dei casi dopo le vacanze natalizie, alla faccia della propaganda governativa che ha sempre tentato di dare la colpa alle scelte personali dei singoli.

Sebbene il virus è un problema di natura biologica, il suo salto di specie e la sua propagazione pandemica sono da considerarsi problemi sociali, strettamente connessi al modello di sviluppo adottato dalla società esistente e al suo attuale stato di salute. Cercarne la causa nelle abitudini dei singoli, è un atteggiamento oscurantista e antiscientifico. La pandemia non è una catastrofe naturale capitata casualmente come può essere un terremoto o un asteroide, ma un fattore storico della crisi capitalista che ha colpito il mondo nell’epoca della decomposizione del regime storico del capitale, che si manifesta fortemente nei suoi molteplici aspetti come la depredazione dell’ambiente e l’inabilità delle condizioni di vita, lavoro, abitazione e salute. Il ricatto del lavoro salariato, il grande fardello dell’umanità in questa fase storica, è al centro del problema. Durante l’ultimo anno il conflitto capitale/lavoro si è elevato a una questione di vita o di morte e, per salvaguardare questo regime di sfruttamento, i governi di tutto il mondo hanno mandato quotidianamente al macello milioni di lavoratori, annullando contemporaneamente la vita sociale delle persone. Lo sfruttamento, la morte e l’alienazione sono usciti fuori dalle fabbriche e dagli uffici, hanno invaso capillarmente le vite di ognuno di noi, sono entrati nelle case attraverso lo smartworking e hanno colpito anche i familiari e i conviventi dei lavoratori. Ciò dimostra senza alcun tipo di filtro all’umanità intera come la sua condizione sia legata irreversibilmente a quella del proletariato.

Oggi quindi, come un anno fa, continuiamo a rivendicare fortemente l’astensione dal lavoro a parità di salario in luoghi di lavoro non messi in sicurezza e nelle zone considerate a rischio e ci poniamo al fianco di tutti i lavoratori che scioperano in difesa della propria salute, dei propri cari e dell’umanità intera.

NON SIAMO CARNE DA MACELLO!

[1] https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2021/02/17/news/bollate_entra_in_zona_rossa_ma_le_fabbriche_non_si_toccano_-288072712/ 

[2] https://quotidianomolise.com/rischio-per-la-salute-degli-operai-sciopero-alla-fca-di-termoli/

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