Amazon, i magazzini dello sfruttamento

di DdA e FB

Durante la pandemia da coronavirus abbiamo ascoltato fino alla noia che siamo tutti sulla stessa barca, ma ahinoi la realtà è ben diversa. In questi mesi di profonda recessione economica, che ha causato l’impoverimento di una buona fetta di lavoratori, ci sono state realtà aziendali che, proprio grazie alla crisi pandemica, sono riuscite a far salire alle stelle i propri profitti. Infatti l’emergenza sanitaria che da mesi ha messo in ginocchio le classi più deboli si è rivelata anche un ottimo affare per i più grandi capitalisti e speculatori della terra facendo aumentare notevolmente i loro profitti, ovviamente sempre a scapito di milioni di lavoratrici e lavoratori in tutto il mondo.

Tra i tanti spicca il nome di Jeff Bezos, amministratore delegato del colosso dell’e-commerce Amazon, che da poco ha accumulato un capitale di oltre 200 miliardi di dollari, incrementando i propri profitti anche grazie alle misure restrittive dovute alla pandemia soprattutto negli USA e in Europa. Non è difficile capire come sia possibile accumulare una tale ricchezza nel pieno di una emergenza sanitaria che ha colpito tutto il mondo. Innanzitutto Amazon nasce con l’obbiettivo commerciale di consegnare in tempi brevi tutto ciò che il sistema in cui viviamo ti obbliga a consumare, tutto acquistabile con un semplice click su un qualsiasi dispositivo e consegnato direttamente a casa del consumatore. Con la diffusione galoppante del virus e le misure restrittive che ne sono conseguite, da un lato si sono impoveriti i piccoli commercianti e dall’altro si è fatto in modo che il colosso americano Amazon portasse alle stelle i suoi profitti, soprattutto grazie allo sfruttamento estremo dei propri dipendenti, che negli ultimi mesi hanno organizzato diversi scioperi coinvolgendo i più grandi magazzini in Europa e negli Stati Uniti.

Decine di migliaia di lavoratrici e lavoratori si sono organizzati su scala internazionale per rivendicare i più elementari diritti sui luoghi di lavoro: durante la prima fase della pandemia da covid-19 non sono state garantite le necessarie misure per evitare i contagi tra i lavoratori (distanziamento, disinfettante e dispositivi di protezione individuale), permettendo al virus di diffondersi in maniera preoccupante tra gli addetti, (l’azienda ha comunicato che il numero dei lavoratori che hanno contratto il virus è stato stimato in 20.000 unità, tuttavia il numero dei contagiati appare ovviamente sottostimato). In tanti ormai hanno denunciato i soprusi perpetrati all’interno dell’azienda come la continua videosorveglianza durante il turno o addirittura la pretesa di spiegazioni se durante l’orario di lavoro sopraggiunge la necessità di andare al bagno una seconda volta. Solo grazie all’estremo sfruttamento dei dipendenti, la maggior parte dei quali assunti a tempo determinato (appunto perché più produttivi, e soprattutto più ricattabili), è possibile accumulare così tanta ricchezza nel giro di pochi anni.

Come sempre nella storia la borghesia in periodi di crisi cerca una scappatoia e lo fa creando nuove forme di schiavismo per tenere saldo il controllo del proprio potere, e come sempre l’unica strada che il proletariato può percorrere è quella dell’organizzazione della classe operaia a livello mondiale. La stagione di lotta che si è aperta contro Amazon è un segnale positivo che arriva da oltreoceano, continuare a scioperare è necessario per difendersi dai continui abusi e soprusi dei padroni, che siano grandi o piccoli, soprattutto in questo periodo in cui le condizioni dei proletari peggiorano sempre di più.

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