Elezioni presidenziali 2020, gli USA puntano sul democratico Biden… per proseguire nel proprio declino!

Non accadeva da 40 anni che il governo degli Stati Uniti, il più potente paese al mondo, cambiasse colore politico dopo appena un mandato (4 anni), il che è già un primo segnale di cosa il trumpismo sia stato (nella realtà, non nella propaganda del Tycoon o nelle analisi astratte di una sinistra terrorizzata): l’illusione protezionista per uscire dalla crisi; un finto isolazionismo, tradito il giorno dopo essersi insediato come presidente, in politica estera; la cura degli “affari di famiglia”, che fa il paio con il fallimento di vuote promesse in campo socioeconomico; l’inconsistenza materiale del grido di battaglia “Make America great Again”.

Il 3 novembre: cambio della guardia alla Casa Bianca

Sarà quindi Joe Biden a guidare gli USA per i prossimi 4 anni, avendo il Partito Democratico ottenuto 306 “grandi elettori” contro i 232 del Partito Repubblicano: i 538 grandi elettori, consistenti nella sommatoria dei 435 deputati, i 100 senatori, più i 3 rappresentanti del distretto di Columbia – Washington, sono infatti, in realtà, gli eletti direttamente dalla popolazione nei singoli Stati (ma senza alcun criterio minimamente “democratico” di proporzionalità bensì con l’assegnazione in blocco al partito che prende più voti di tutti i seggi assegnati ad ogni singolo Stato), al contrario del presidente degli Stati Uniti che viene “formalmente” eletto appunto dai grandi elettori.

Tornando a queste elezioni, nel voto popolare, quello che conta il numero delle schede effettive a favore dei candidati al di là del meccanismo dei grandi elettori, Biden ha ricevuto 81.284.716 di voti, Trump 74.223.367. Ora, ricevere più di 80 milioni di voti, si dirà, è un grande risultato, che offre un grosso sostegno popolare al nuovo presidente. In realtà, la tanto acclamata alta affluenza alle urne di queste elezioni rispetto alle precedenti significa appena il 62% degli aventi diritto, il che implica che una buona fetta della working class americana non ha votato affatto, né per Biden né per Trump. Nei dati reali e complessivi, quindi, abbiamo un 38% di astenuti, un 31,5% per Biden e un 29,5% per Trump… il partito vincente è quello dell’astensione. Non solo, ci sono circa 20 milioni di americani che risultano esclusi dal processo elettorale perché gli viene negato il diritto di voto, come i detenuti o coloro a cui per i più svariati motivi è stata rifiutata la registrazione negli elenchi votanti. Ancora una volta, nella “più grande democrazia (borghese) del mondo” chi viene eletto alla Casa Bianca lo fa con il sostegno di poco più di un quarto della popolazione.

Quanto alla composizione del corpo elettorale dei due candidati, in un articolo sul proprio blog, l’economista Michael Roberts fornisce interessanti dati (https://thenextrecession.wordpress.com/2020/11/08/us-election-women-the-young-the-working-class-the-cities-and-ethnic-minorities-get-rid-of-trump/). Innanzitutto è del tutto fuorviante la dicotomia che mostra la classe operaia bianca tutta a sostegno di Trump mentre Biden avrebbe giovato principalmente della massiccia penetrazione di lungo corso all’interno della società americana delle “politiche dell’identità” e del ruolo che hanno avuto i movimenti per i diritti sociali. In base al reddito si produce una sorta di consenso a scaglioni: gli elettori che guadagnano fino a un massimo di 50.000 $ annui (il 38%) hanno votato principalmente per Biden (53% per Biden, 45% per Trump); quelli tra i 50.000 e i 99.000 $ (il 36%) hanno sostenuto, anche se di poco, Trump (50% a 48%); quelli che guadagnano dai 100.000 $ (il 25%) hanno optato per il candidato democratico (51% a 47%); fino poi ai milionari che, non certo nella totalità ma in maggioranza sì, hanno votato repubblicano. Quindi, c’è sicuramente una minoranza di classe operaia che ha sostenuto Trump ma principalmente nelle piccole città e nelle aree rurali, mentre la maggior parte degli operai americani, quelli delle aree urbane (il 65%), ha rigettato il trumpismo, votando per Biden.

È poi vero che, oltre alla maggioranza dei lavoratori, il candidato democratico ha potuto usufruire del supporto elettorale delle minoranze etniche (63% per Biden contro 35% per Trump nel caso degli ispanici; 90% a 8% per quanto riguarda i neri, i quali però, alla faccia della sbandierata integrazione razziale americana, votano in pochi, e infatti sono risultati essere poco più di un decimo dei votanti), delle donne (55% a 45%), dei giovani (61% a 36% tra gli under 30; 54% a 43% per la fascia 30-45 anni).

È chiaro che, sebbene non si identifichi affatto con il programma minimalista sbandierato da Biden in campagna elettorale, una buona parte di coloro che hanno costituito la carne viva delle grandi mobilitazioni, in alcuni casi a carattere di massa, anti-Trump e anti-establishment, ha votato democratico.

Il governo Biden: amministratori “di fiducia” e cooptazione delle masse in rivolta… con la partecipazione di Sanders e della sinistra

Biden ha promesso che la sua sarà un’amministrazione a forte presenza di donne e rappresentanti delle minoranze. Ovviamente si riferiva a donne e rappresentanti delle minoranze “affidabili”, ben integrate all’interno della piovra del potere capitalista.

Partiamo dal nuovo Segretario al Tesoro, Janet Yellen, la prima donna a ricoprire questo ruolo nella storia degli USA. Peccato che si tratti di una donna che ha davvero poco a che fare con le coraggiose proteste che negli USA e in tutto il mondo hanno visto milioni di donne in lotta per l’emancipazione della propria condizione. Janet Yellen, infatti, non è altro che l’ex-presidente della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti (cosa che tra l’altro le garantisce anche il sostegno di diversi repubblicani).

Un’altra prima volta è quella di Alejandro Mayorkas, figlio di esuli cubani, che sarà il primo ispanico e immigrato a diventare Segretario del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale (un equivalente del nostro ministero degli Interni), quindi colui che gestirà la repressione (anche sugli immigrati come lui… beh, non proprio come lui). Ad affiancare il Dipartimento per la Homeland Security c’è il Department of Interior, che negli USA si occupa principalmente di demanio statale, alla cui guida ci sarà per la prima volta una nativa americana, Deb Haaland, deputata che rappresenta la tribù del New Mexico dei Laguna Pueblo. Per perorare la sua causa all’appello dei leader tribali si sono aggiunte le firme di almeno 150 parlamentari democratici, un bel pezzo di nomenclatura Dem. Restando nel campo della sicurezza e della difesa, infine, dovremmo avere il primo afroamericano alla guida del Pentagono perché il Segretario alla Difesa dovrebbe essere Lloyd Austin, generale in congedo, vice-capo di Stato Maggiore delle Forze Armate ed ex-capo dello Us Central Command, organo militare dal quale dipendono le principali operazioni di guerra (Afghanistan, Iraq, Siria…).

Ma la nomina più attesa è quella a Segretario di Stato (ministro degli Esteri), che andrà ad Antony Blinken. Quest’ultimo nell’amministrazione Obama ha già affiancato Biden come consigliere alla Sicurezza Nazionale, ed è stato consigliere strategico di Hillary Clinton quando era lei ad essere Segretaria di Stato durante il primo mandato Obama, nonché vice Segretario di Stato negli ultimi anni dello stesso Obama. Interventista convinto, ha avuto un ruolo centrale nel definire la disastrosa politica americana in Siria e l’appoggio ai sauditi nella guerra in Yemen, ha avvallato il massacro israeliano “Margine di Protezione” del 2014 a Gaza, si è reso protagonista di taciti e complici consensi nei confronti di Erdogan, nel suo banditismo filo-jihadista al confine tra Turchia e Siria, e nei confronti di Al-Sisi, nel suo colpo di Stato militare in Egitto. Preoccupato di mostrare fin da subito il volto che l’imperialismo yankee assumerà durante la presidenza Biden, si è presentato dichiarando che “se non è Washington ad esprimere la sua leadership, o lo faranno altri, oppure si creano dei vuoti pericolosi. Tutte opzioni che certo non aiutano gli interessi americani”. In barba a qualsiasi strategia fondata sul “multilateralismo” che viene lui attribuita, Blinken ha chiarito immediatamente il suo compito: ridare agli Stati Uniti il lustro e il ruolo di potenza globale.

Un capitolo a parte merita la vice-presidenza, per cui Biden ha scelto Kamala Harris. Una donna, una non-bianca, una figlia di immigrati… con lei si chiude il cerchio del tentativo di cooptazione di chi per le strade ha lottato negli ultimi anni (e lotta tuttora) per le donne, i neri, i diritti sociali, l’emancipazione dalla condizione di marginalità sociale a cui è relegato il proletariato americano. Dell’elezione della Harris sarà forse soddisfatta una paladina della sinistra più varia (da quella riformista/progressista a quella femminista/intersezionale a quella “anticapitalista” come slogan e rivoluzionaria della domenica), Angela Davis, che, nel suo solito rapporto ambiguo con i Democratici americani durante le tornate elettorali, ha prima criticato ma poi sostenuto apertamente la Harris, e pure Biden. Ma chi è Kamala Harris? Un pezzo forte dell’establishment che da procuratrice ha perseguito, processato, incarcerato, migliaia di persone, in maggioranza nere, ed è stata perfino autrice della proposta di mettere in prigione i genitori dei bambini ad alta assenza scolastica. Anche se oggi si dichiara favorevole alla legalizzazione della cannabis, ha contribuito ad arrestare molti afroamericani per crimini legati al piccolo spaccio e al consumo, e non si è fatta scrupoli a difendere la pena capitale in California. Sia lo strumento della droga (nel senso della sua gestione da parte dello Stato capitalista) che la pena di morte sono stati storicamente dei pretesti per proseguire la segregazione razziale negli USA quindi altro che paladina degli afroamericani. Il principale sponsor della Harris è stata la potente Hillary Clinton. I primi fondi per la Harris sono arrivati (2017) dai grandi donatori delle campagne Clinton, con eventi organizzati negli Hamptons e in altre ricche località. I principali membri dello staff Clinton si erano poi messi al lavoro ben prima dell’intervento pubblico della stessa Hillary quando con un suo famoso tweet ha dichiarato: “sono esaltata nel dare il benvenuto a Kamala Harris in questo storico ticket democratico. Ha già dato prova di essere un’incredibile servitrice e leader pubblica. E so che sarà una partner forte per Joe Biden. Vi prego di unirvi a me per sostenerla e farla eleggere”. Altro che figura “di rottura” con il vecchio corso.

Con tali personaggi nutriamo diversi dubbi che il tentativo di cooptazione di Biden riesca in pieno. Ben presto qualsiasi illusione sul cambio di rotta della politica americana evaporerà come neve al sole. Non deve esser taciuta però la grave responsabilità di coloro che si ergono a forze di sinistra nel territorio minato degli Stati Uniti. Lo sfacciato sostegno del movimento di Bernie Sanders alla campagna di Biden fornisce solo un’ulteriore prova della sua nullità politica e della sua inutilità storica. Sanders ha la grave responsabilità, da riformista puro qual è, di non aver mai neanche concepito l’idea di costruire un’alternativa all’apparato del Partito Democratico. Come abbiamo sottolineato in un precedente articolo: l’assenza totale negli USA di una tradizione politica socialdemocratica ha fatto sì che la costruzione di un movimento democratizzante come quello sanderista, nato soprattutto dal sostegno militante di giovani studenti e middle class depauperata dalla crisi, si strutturasse non su basi sociali (come è avvenuto in Europa nei partiti socialisti e comunisti), ma esclusivamente sulla personalità carismatica del proprio leader, onnipresente in tutte le campagne elettorali, ma praticamente assente nelle lotte sociali” (https://prospettivaoperaia.org/2020/06/10/la-farsa-di-bernie-sanders-e-la-bancarotta-del-progressismo-americano/). Il penoso sostegno che ancora oggi i Democrat Socialists of America, la più grande organizzazione della sinistra americana con i suoi 70.000-80.000 iscritti, offrono a Sanders la dice lunga sulla qualità politica di quest’altro mito della sinistra “anticapitalista”. Del resto i DSA dipendono “materialmente” dal Partito Democratico visto che è nelle sue fila che eleggono i “propri” parlamentari, cosa che si è ripetuta anche stavolta con l’elezione alla Camera di Rashida Tlaib, Danny Davis, Cori Bush, Jamaal Bowman e soprattutto Alexandria Ocasio-Cortez.

Dai militanti di Occupy Wall Street a quelli del Black Lives Matter (un movimento che, come ha scritto il New York Times il 3 luglio, nel solo mese di giugno ha coinvolto oltre 20 milioni di dimostranti in quasi 5.000 manifestazioni), dalle donne in lotta per la propria emancipazione agli attivisti per i diritti sociali come quelli della forte comunità LGBT, per quanto riguarda poi il “corpo del movimento”, come abbiam visto dai dati elettorali, c’è sicuramente una parte, elementi proletari compresi, che mantiene forti illusioni che questo sistema collassante possa ancora essere riformato radicalmente, senza dover ricorrere alla necessaria resa dei conti rivoluzionaria. La maggioranza dei giovani proletari che festeggiano la sconfitta di Trump, lo fanno perché vedono in essa una continuazione delle loro mobilitazioni. Ma la loro lotta ha contato parecchio nei rapporti di forza nel cuore del capitalismo mondiale e non si fermerà davanti ai giochi di prestigio di Biden & C. L’idea della prospettiva socialista scava da tempo nelle coscienze e ha imposto ormai la sua legittimità. A differenza dell’epoca Obama, non sarà facile mettere a tacere le masse con il “politicamente corretto” e qualche concessione sulla sanità perché proprio le masse hanno accumulato esperienza e maturità politica e perché le condizioni oggettive della spaventosa crisi capitalista non concedono più alcuna carta da giocare ai politicanti borghesi, a partire proprio dagli USA.

Nell’occhio del ciclone di una crisi di sistema

Se nella Camera dei Rappresentanti i Democratici hanno eletto 222 deputati contro i 205 eletti dai Repubblicani, questi ultimi al momento mantengono la maggioranza al Senato con 50 seggi contro i 48 del PD. Per gli altri 2 seggi, entrambi della Georgia, si andrà al ballottaggio il 5 gennaio (conquistando i due seggi la situazione, al Senato, sarebbe dunque di perfetta parità, ma l’ago penderebbe dalla parte dei democratici con il voto della vice-presidente Kamala Harris). La presidenza Biden è costruita sull’argilla però non solo per la risicata maggioranza al Congresso ma anche per la debolezza politica rappresentata dal personaggio Biden e soprattutto per la terrificante crisi economica che ovviamente il trumpismo non solo non ha risolto ma non ha nemmeno scalfito. Quella guidata da Biden è la quarta amministrazione consecutiva che promette di “rimettere in piedi l’America”, dopo che le tre precedenti hanno fallito in questo stesso obiettivo. La verità è che, dopo il tracollo finanziario del 2008, la ricostruzione degli Stati Uniti non sarebbe mai potuta avvenire perché gli effetti non si possono combattere se non si distrugge la causa, cioè il modello socioeconomico che ha prodotto quel tracollo (erodendo i diritti della classe lavoratrice, depauperando la classe media, producendo sempre più disuguaglianza). La disgregazione e la polarizzazione della società americana è visibile ormai a tutti e a nulla serviranno, superato lo shock della presidenza Trump, gli appelli alla riconciliazione e all’unità nazionale di Biden.

Quest’ultimo, a livello internazionale, magari non avrà difficoltà a mantenere le facili promesse elettorali del ritorno all’Organizzazione Mondiale della Sanità e all’Accordo di Parigi sul clima, ma non c’è dubbio che, ad esempio, la politica di scontro con la Cina proseguirà perché è parte del processo di restaurazione capitalista e della strategia di guerra (a partire da quella commerciale, con attualmente dazi sui ¾ dei prodotti importati dalla Cina) per risolvere la crisi del capitalismo USA.

In politica interna la folle gestione della pandemia pesa come un macigno su una situazione già disastrata a causa dell’abisso in cui la nazione è stata sprofondata dalla crisi del capitale. Gli Stati Uniti sono il paese in cui il massimo sviluppo di sistemi sanitari avanzati va di pari passo con il massimo livello di privatizzazione della sanità, a cui appunto non accedono le grandi masse americane. Ecco così che lo Stato più potente al mondo conta il maggior numero di morti (quasi 350.000) e contagi (oltre 18.000.000) al mondo. La crisi sanitaria, abbiam detto, si somma alla crisi sociale. Da marzo, coloro che ricevono una qualche forma di indennità di disoccupazione, e non si tratta ovviamente che di una parte dei disoccupati reali, sono più di 20 milioni (9 milioni, ad esempio con il Pandemic Unemployement Assistance Program, altri 5 attraverso il Pandemic Emergency Unemployement Compensation, solo per citare due esempi di sussidi recenti): un ordine di grandezza paragonabile solo alla Grande Crisi del 1929. I regolamenti federali che bloccano gli sfratti e permettono di rimandare i pagamenti delle rate del mutuo casa sono poi ciò che evita il carattere di catastrofe sociale al problema abitativo. Sia i provvedimenti legati alla disoccupazione che quelli legati alla questione sfratti (sono 30 milioni gli americani che li rischiano) vanno estinguendosi. Indipendentemente dal fatto che saranno rinnovati o meno, ciò dà un’idea della fragilità in cui versa la prima economia del globo. Per la quale si prevede un calo del PIL del 2,5% nonostante i 2,2 trilioni di dollari di aiuti alle imprese. Addirittura, secondo il Food Research and Action Center, è presente negli USA una vera e propria emergenza alimentare con anche qui circa 30 milioni di americani (in maggioranza, ma non solo, neri ed ispanici) che soffrono la “carenza di cibo”.

Davanti ad una tale situazione la “minestrina riscaldata” del governo Obama III o Biden I che dir si voglia non ha nessuna speranza di avere il minimo successo. Le contraddizioni e le aberranti disuguaglianze prodotte dal sistema economico in cui viviamo, a partire proprio dal cuore del capitalismo mondiale, possono essere superate soltanto da una forza sociale, la classe operaia, che nel liberare sé stessa libererà tutti gli altri oppressi (compresi i neri e le minoranze etniche per cui si battono le coraggiose mobilitazione di Black Lives Matter) da questo sistema di sfruttamento. Nell’attuale polveriera sociale, a partire dalla costruzione degli scioperi, la classe operaia nordamericana deve quindi intraprendere un’azione indipendente dai due grandi partiti padronali, che porti nel tempo alla creazione dell’organizzazione politica dei lavoratori e di tutti gli oppressi.

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