METALMECCANICI: OLTRE LO SCIOPERO DEL 5 NOVEMBRE

La giornata di sciopero dei metalmeccanici del 5 novembre, indetto da FIOM, FIM e UILM, è avvenuta a seguito della rottura di una lunghissima trattativa per il rinnovo del CCNL, iniziata ormai un anno fa. Il tema dell’aumento salariale dell’8% sul salario minimo, presente nella piattaforma sindacale, è stato al centro della decisione di Federmeccanica/Assistal di voler interrompere la trattativa. Senza farci ingannare da visioni impressioniste dal punto di vista sindacale, ricordiamo che si tratta di un aumento di per sé insufficiente, soprattutto se si mette in conto che veniamo da un decennio in cui i lavoratori del settore hanno pagato di tasca propria la crisi con cassa integrazione, solidarietà, licenziamenti, aumento dell’intensità del lavoro direttamente proporzionale a un aumento di infortuni e morti bianche, e nessun avanzamento salariale significativo. Inoltre, buona parte della crescita dei profitti dei padroni avvenuta negli ultimi anni, in un mercato sempre più saturo e competitivo, è dovuta soprattutto al sacrificio dei lavoratori e non a reali margini di crescita.

La guerra sui dati dello sciopero

È difficile affermare con certezza quale sia stata la percentuale approssimativa di partecipazione allo sciopero, considerando che su 1,6 milioni di metalmeccanici solo il 26% è sindacalizzato (dati di Federmeccanica del 2017) e in una buona fetta delle imprese il sindacato è completamente assente.

La tensione che si respira in seguito alla rottura è subito sfociata in una guerra sui dati ufficiali. Per Federmeccanica ha scioperato soltanto un misero 16% dei metalmeccanici. Contrariamente, secondo FIOM, FIM e UILM la partecipazione è stata mediamente del 70%. (https://www.corriere.it/economia/lavoro/20_novembre_05/dopo-sciopero-metalmeccanici-trattativa-resta-salita-07d45a18-1f96-11eb-a173-71e667bc7224.shtml)

In Emilia Romagna sono stati segnalati picchi a Bologna, alla Ducati un’adesione del 90% e alla Bonfiglioli dell’85%. A Ferrara si sarebbe sfiorato il 95% negli appalti del petrolchimico. In Lombardia: a Brescia sia per Brembo che Tenaris l’80%; per le Fonderie Sanzeno il 90% come agli Eredi Gnutti mentre la Whirlpool di Varese ha totalizzato l’80% di astensioni, come quelle del gruppo Leonardo. In Veneto l’Electrolux ha toccato il 95% di adesioni, le Acciaierie Venete a Padova il 95% mentre il petrolchimico a Marghera il 90%. In Campania la Dema ha raggiunto il 90% delle astensioni; in Toscana, Nuovo Pignone e gruppo Leonardo il 90% così come in Umbria l’Ast di Terni. Al contrario è stata registrata una scarsa partecipazione nel settore informatico, dove un mercato del lavoro più dinamico, che offre migliori contrattazioni di secondo livello da un punto di vista salariale, influisce negativamente sugli interessi collettivi relegando i lavoratori informatici ad essere la retroguardia dei metalmeccanici.

Prendendo per buoni i dati dei sindacati relativi alle imprese strategiche per la produzione del Paese e considerando appunto la grande frammentazione del movimento operaio, possiamo guardare con positività l’adesione allo sciopero.

La rottura inevitabile della trattativa

La rottura tra sindacati e Federmeccanica era qualcosa di ampiamente prevedibile, poiché, in un momento tale di crisi economica, la borghesia non è disposta a concedere alcunché. La nomina di Bonomi a presidente di Confindustria serviva appunto a dettare una linea dura su questo fronte. Non a caso il n.1 di Confindustria ha affermato, in occasione del dibattito con la CGIL di Landini a “Futura”[i], “niente aumenti salariali. Soprattutto in un momento come questo dove gli italiani non consumano e tendono ad accumulare i propri risparmi. Al contrario più welfare aziendali sulla linea del contratto dei metalmeccanici del 2016”.

I sindacati, d’altro canto, non possono permettersi, almeno momentaneamente, di accettare un altro CCNL farsa come quello firmato nel 2016. In quel caso si veniva da un forte attacco di Federmeccanica, dettato da un calo di profitti e della produzione. Tutto questo permise alle RSU aziendali di presentare ai lavoratori quel contratto come accettabile, rispetto alle condizioni iniziali di trattativa imposte da Federmeccanica. A seguito di quella firma, che portò una pacificazione tra le parti, Landini divenne segretario della CGIL e portò all’interno del sindacato una nuova linea di avvicinamento con UIL e CISL basata su una politica di collaborazione di classe tra lavoratori, imprese e Stato per una nuova crescita industriale, sancita dal Patto per la Fabbrica del 2018 siglato insieme a Confindustria. Quella firma portò anche a un definitivo intorpidimento della FIOM, che sotto la guida Landini era vista mediaticamente come l’ala “più combattiva” della CGIL. Il risultato a cui abbiamo assistito è stato una conseguente paralisi delle lotte e un ulteriore indebolimento del movimento dei lavoratori. Ovviamente quella strategia, portata in piazza nel 2019 alla manifestazione di CGIL-CISL-UIL di febbraio e allo sciopero generale dei metalmeccanici di giugno, ha condotto ad un fallimento annunciato per i lavoratori e difatti la rottura di questa trattativa ne è la dimostrazione. Collaborare con le imprese per favorire un nuovo sviluppo economico è qualcosa che non può evitare il conflitto, perché gli interessi della borghesia, rappresentata da Confindustria, e quelli dei lavoratori sono oggi più che mai inconciliabili. A “Futura” quando Bonomi rimprovera ai sindacati di venir meno al Patto per la Fabbrica e sostiene che gli aumenti salariali non possono esservi nel contratto nazionale ma devono essere negoziati nei contratti integrativi in base alla produzione di ogni singola azienda, si fa portavoce dell’interesse della borghesia, che, per sopravvivere, ha bisogno di riadeguarsi al mercato globale, mutato ancor più rapidamente dai processi della quarta rivoluzione industriale. Questa politica però favorisce inevitabilmente maggiori disuguaglianze sociali, aumento di precarietà e disoccupazione.

Il proseguimento del tavolo concertativo assume per le burocrazie confederali un valore di grande importanza. Lo sciopericchio di sole quattro ore del 5 novembre va letto in questa ottica. Mostra la necessità del sindacato confederale di continuare la trattativa e il percorso tracciato in questi anni cercando di strappare un contratto leggermente migliore. Infatti, la prospettiva di un risultato completamente negativo, senza neanche un aumento salariale per quanto ridicolo, porrebbe maggiormente l’accento sul fallimento delle politiche dei sindacati, favorendo ancor di più lo scollamento tra burocrazie sindacali e lavoratori, che hanno già dimostrato di poter scavalcare il sindacato, come è avvenuto per gli scioperi spontanei di marzo e per quelli di ottobre, in seguito al fallimento della trattativa. La rabbia operaia è qualcosa che fa paura (Landini lo sa perfettamente e va fiero di averlo contenuta) e il suo contenimento preventivo è qualcosa che in questa fase storica interessa imprese, sindacato e lo stesso governo, soggetti diversi ma che vivono tutti un momento di estrema debolezza.

La necessità dell’indipendenza di classe e di un fronte unico di lotta dei lavoratori e delle lavoratrici

Il coronavirus ha riportato a galla tensioni e conflitti tra le classi della nostra società, facendo luce in particolare sul loro stato di salute in questo determinato momento storico. La borghesia vive la sua crisi più profonda e non ha più alcun ruolo progressivo nello sviluppo dell’umanità. In Italia, la sovrapposizione tra zone industriali e zone dove il virus si è diffuso maggiormente è stata chiara fin da subito. Tante imprese, però, non hanno voluto interrompere l’attività produttiva per non perdere competitività sul mercato internazionale.

Il proletariato industriale è stato trattato come carne da macello e, nel marzo scorso, ha dovuto alzare la testa con scioperi spontanei che hanno bloccato la produzione. La sua essenzialità nel processo produttivo continua a fare di esso la più importante forza rivoluzionaria.

Nel frattempo, di recente, abbiamo assistito alla frustrazione di tantissimi lavoratori del commercio, che hanno visto chiudere e limitare le proprie attività dall’oggi al domani. Manifestazioni spontanee sono sorte in diverse zone in Italia e hanno portato in piazza l’irriducibile contraddizione tra dominio del capitale e bisogni umani, acuita dalla crisi.

Sebbene non sia ancora riaffiorata con la dovuta forza, questa tensione sociale e il risveglio delle lotte stanno influendo in maniera positiva anche sul rinnovo dei contratti. Molte associazioni di settore hanno scavalcato la linea dura di Confindustria, dovendo trattare almeno sugli aumenti salariali. Ciò è avvenuto nel settore alimentare con Assobibite (bibite analcoliche, Coca Cola Italia compresa), Assolatte e Anicav (conservieri ortofrutticoli) (https://www.repubblica.it/economia/2020/11/10/news/contratti-273881617/?ref=RHBT-VS-I270681073-P2-S1-T1 ) e nel settore telecomunicazioni con Assotelecomunicazioni (https://www.corriere.it/economia/lavoro/20_novembre_13/telecomunicazioni-rinnovano-contratto-100-euro-piu-bc2ab78e-2589-11eb-9464-032251e7abf1.shtml). È possibile quindi che questo clima di tensione possa influenzare anche la trattativa del CCNL dei metalmeccanici. Ricordiamo però che nessun aumento salariale potrà considerarsi un punto di arrivo.

In questa fase, ogni avanzata economica necessaria per un tenore di vita migliore dei lavoratori aggrava la crisi della borghesia. Il futuro che ci aspetta sarà irrimediabilmente segnato da questa crisi e le armi con cui questa classe di parassiti cercherà di salvare sé stessa si ripercuoteranno in maniera tragica sulla vita dei lavoratori. La fine del blocco dei licenziamenti, prevista per ora nella prossima primavera, potrà coincidere con un primo assaggio di tale tragedia. Tutte le forme d’interventismo statale applicate dal governo attuale si pongono come freno alla rabbia sociale, ma non potranno essere eterne e tra l’altro aggravano anziché risolvere la crisi di sistema.

Il futuro che abbiamo davanti rende urgenti e necessari il rafforzamento e l’unione delle lotte e la costruzione di un fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici. Il ruolo strategico dei metalmeccanici all’interno del ciclo produttivo fa di essi una presenza necessaria e centrale all’interno del movimento. La volontà delle burocrazie sindacali di tenere separate le lotte, la loro riluttanza a dichiarare uno sciopero generale ad oltranza, pone all’ordine del giorno una dura battaglia a queste burocrazie. Le varie assemblee tra lavoratori combattivi, sviluppatesi negli ultimi tempi, devono cercare di adempiere a questi compiti e invitiamo i metalmeccanici ad essere protagonisti di questi percorsi.

La crisi di sistema e di dominio politico spinge fortemente le lotte economiche, che appoggiamo fortemente, a sfociare in lotte politiche. Riconosciamo pienamente la necessità che i percorsi di lotta sviluppino anche un livello politico, ma sulla base della totale indipendenza di classe. In caso contrario si rischia di fare un gioco simile a quello dei sindacati confederali, sostituendo alla collaborazione con i padroni quella con lo Stato borghese, come nel caso della centralità assunta dalla rivendicazione di una tassa patrimoniale in molti percorsi di lotta. L’unico percorso politico indipendente della classe lavoratrice è quello che lotta per un governo dei lavoratori e l’abbattimento della borghesia.


[i][i] “Futura: lavoro, ambiente, innovazione” è l’evento digitale promosso dalla Cgil e trasmesso in diretta dal Teatro Brancaccio di Roma su Collettiva.it.

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