Bolivia: portata e limiti del ‘Masazo’ elettorale

Di Jorge Altamira

19/10/2020

Testo originale: https://politicaobrera.com/internacionales/3049-bolivia-alcances-y-limites-del-masazo-electoral

Il governo de facto boliviano aveva soppresso il conteggio rapido dei voti in modo che la vittoria del MAS diluisse il suo impatto politico ritardando l’informazione. L’annullamento del conteggio era stato deciso dalla Giustizia Elettorale con il pretesto di evitare quelli che ha definito i “brogli” nelle frustrate elezioni dello scorso anno, poi negati da numerosi organismi internazionali. Ma la realtà è stata più potente della manipolazione dell’apparato, poiché è stata la stessa presidente de facto ad essere costretta a proclamare la vittoria di Luis Arce e del MAS di fronte all’evidenza schiacciante venuta fuori dalle urne. La differenza tra il primo e il secondo, Carlos Mesa, che i sondaggi avevano messo a dieci punti o meno (tra 40-31 o 35), ha confermato una distanza di venti punti dal MAS – 53% per Arce e 34 per il suo carrozzone. Si è trattato letteralmente di un “Masazo[1]. Se queste percentuali fossero mantenute nelle elezioni legislative, il MAS otterrebbe nuovamente la maggioranza in entrambe le camere dell’Assemblea nazionale.

A suo modo, i risultati mostrano una tendenza più generale, non solo in America Latina ma anche a livello internazionale. Domenica prossima, per non andare oltre, l’Approvazione (Apruebo) sconfiggerà ampiamente il Rifiuto (Rechazo) nel plebiscito convocato in Cile. Non solo ci sarà un Congresso Costituente, contro la volontà del governo, che rappresenta un referendum per porre fine a Piñera; ma vincerà anche l’opzione di un’Assemblea eletta al 100 per cento, in opposizione al ballottaggio che propone che la metà di essa provenga dal Parlamento in carica. Domenica scorsa, contro il parere dei pessimisti, c’è stata una grande mobilitazione di massa, per celebrare la rivolta popolare del 18 ottobre dello scorso anno. Tra dieci giorni, Trump stesso perderà le elezioni americane, in quello che potrebbe essere considerato un “bingo”. Bolsonaro affronta le elezioni comunali del prossimo novembre senza liste proprie, che ha sostituito con l’acquisto di alcune teste di lista da formazioni esterne.

Ciò che è interessante di tutti questi risultati, anzi la cosa fondamentale, è che non annunciano un periodo di consolidamento dei governi di centro-sinistra: la sconfitta della destra e del quasi-fascismo devono essere visti come episodi o transizioni verso crisi politiche più acute e ribellioni popolari. La crisi aperta dallo scoppio della pandemia in tutti i suoi aspetti ha accelerato una tendenza che aveva già avuto un certo tempo per svilupparsi. Il crollo ha colpito il processo capitalistico, da un lato, e, drammaticamente, le condizioni delle masse, dall’altro. Il comando militare boliviano ha deciso di cedere una parte del potere al MAS, dopo averlo rovesciato, affinché possa fare il lavoro per affrontare la grande crisi, che in Argentina sta martellando il governo Fernandez. I media attribuiscono al partito laburista neozelandese una vittoria elettorale senza precedenti per la gestione positiva delle quarantene o dei “lockdown”, esattamente l’opposto di quanto sta accadendo con numerose potenze europee. Il Financial Times ha avvertito due settimane fa che l’estrema destra è in declino in Europa, e ha indicato il caso dell’Austria, dell’Italia e della Germania, dove era diventato un importante fattore di potere.

Il colpo di stato dell’anno scorso in Bolivia ha alimentato le aspettative della destra in una divisione del MAS, che è durata fino a poco tempo fa. Di fatto, le maggioranze parlamentari del MAS e la burocrazia della COB hanno collaborato in modo decisivo con il governo designato dall’esercito. La formula presidenziale è stata raggiunta sulla base di un compromesso con il vice eletto, David Choquehuanca. Alla fine, si è raggiunto un accordo tra i collaborazionisti, da un lato, ed Evo Morales, dall’altro, che continua ad essere perseguitato dalla magistratura. Il nuovo governo assomiglia, in un certo senso, a quello dei Fernandez, un fronte con i collaboratori del macrismo e di altri settori antikirchneristi, riuniti in fretta e furia per contenere quello che il FMI aveva definito “un vuoto di potere”.

La realtà boliviana, come quella di molti altri Paesi, è diversa da quella trovata da Evo Morales nel 2005. Tutti i segni più evidenti di quel tempo sono ora meno evidenti – dal colossale calo dei prezzi del petrolio e del gas e persino della soia e di alcuni minerali, al surplus fiscale, ora trasformatosi in un grande deficit. Il PIL è sceso drasticamente. Luis Arce, il presidente eletto, è un uomo con un forte background nella difesa del capitalismo – altrimenti non sarebbe stato un funzionario della Banca Centrale sotto i governi “neoliberali” che hanno preceduto Morales”. Soprannominato l’autore del “miracolo boliviano”, dovrà adempiere ai suoi obblighi di classe con il vento contrario.

Questo tipo di esito politico riaprirà la polemica sul fatto se queste soluzioni dimostrino, da un lato, la capacità di contenimento della crisi e delle masse, da parte della borghesia, e, dall’altro, se si tratti di transizioni verso crisi storiche in questa fase. La curva dello sviluppo politico internazionale punta contro la prima tesi, perché ogni “contenimento” è più precario di quello che l’ha preceduto, e anche più catastrofico. Le risposte della sinistra a questo processo contraddittorio in Bolivia sono state disomogenee. Chi l’anno scorso si è dichiarato “indipendente” di fronte all’escalation del colpo di stato, domenica scorsa ha sostenuto Arce. Il voto quasi-plebiscitario che Arce, o l’anno scorso i Fernandez, hanno ricevuto non significa però che egli rappresenti il canale (per quanto “deforme”) del movimento di massa, come lo ha rappresentato Perón, nelle elezioni del febbraio 1946 dopo il 17 ottobre 1945. Tanto meno nel settembre 1973, quando comparve una serie di colpi di stato provinciali che colpirono il presidente Cámpora. Questa distinzione politica è importante per non distorcere la vittoria del MAS, che, chiaramente, in definitiva non è nulla più di un tentativo di ricomporre il potere politico della classe capitalista.


[1] Vittoria schiacciante del MAS

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