CCNL Metalmeccanici: una sconfitta annunciata per la concertazione e la necessità di un ritorno alla lotta

di NI

La scorsa settimana si è interrotta la trattativa per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici, scaduto all’inizio del 2020. Non si può certo dire che questa notizia sia arrivata in maniera inaspettata, al contrario era ovvio a molti che ci trovassimo di fronte ad una sconfitta annunciata. Già nei primi incontri cominciati a novembre dello scorso anno, prima della pandemia, risultava evidente che non c’era disponibilità di contrattazione da parte di Federmeccanica e Assistal su aumenti salariali. In risposta a questo, molte fabbriche si sono mobilitate autonomamente organizzando scioperi spontanei in tutto il paese: dalla Lamborghini di Bologna alla Marcegaglia di Forlì e Ravenna, alla Argo Tractors di Reggio Emilia, la Beretta di Brescia, l’Electrolux di Treviso, la Dana Graziano di Torino, la Komatsu di Padova, la Kone di Roma, gli stabilimenti Whirlpool di Ancona e di Siena e la Flowserve di Caserta. FIOM, FIM e UILM hanno invece indetto il blocco degli straordinari e della flessibilità e 6 ore di sciopero, le prime due si svolgeranno sotto forma di assemblee e le altre 4 saranno uno sciopero generale indetto per il prossimo 5 novembre (https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/10/09/metalmeccanici-si-moltiplicano-le-mobilitazioni-in-tutta-italia-dopo-il-no-delle-imprese-agli-aumenti-il-5-11-lo-sciopero-generale/5960924/). I padroni staranno tremando di fronte a cotanta spavalderia.

Tutti questi eventi mettono in evidenza il fallimento, lo stato di crisi e i limiti delle politiche sindacali degli ultimi anni.

Una trattativa destinata a fallire

La piattaforma di trattativa fu legittimata un anno fa da un referendum, a cui partecipò un quinto dei metalmeccanici italiani. Rispetto al contratto farsa firmato nel 2016, dove erano pressoché assenti aumenti salariali, questa prevedeva richieste di aumento del minimo tabellare dell’8% e dell’elemento perequativo a 700 euro da 485 e l’estensione di quest’ultimo alle imprese senza premio di risultato. Richieste coraggiose, se messe al confronto con quanto ottenuto negli ultimi 15 anni, che hanno consentito alla piattaforma di essere sponsorizzata con facilità dalle RSU nelle assemblee ed in seguito approvata con una quasi unanimità dei votanti (96%).

Come era ovvio, quindi, a non essere accettata da Federmeccanica e Assistal è stata proprio la richiesta degli aumenti salari, già di per sé ridicolmente debole, se mettiamo in conto che negli ultimi anni ci siamo trovati di fronte a un sostanziale blocco dei salari e all’aumento dei profitti delle imprese non redistribuito ai lavoratori nonostante il loro contributo fatto di sacrifici, cassa integrazione e solidarietà. Le recenti interviste rilasciate lo scorso agosto dal segretario di Confindustria Bonomi ai quotidiani nazionali lasciavano presagire il fallimento. Bonomi sostiene che per il bene del Paese sono necessari dei nuovi “contratti rivoluzionari rispetto al vecchio scambio di inizio Novecento tra salari e orari. Non perché siamo rivoluzionari noi, aggettivo che proprio non ci si addice, ma perché nel frattempo è il lavoro e sono le tecnologie, i mercati e i prodotti, le modalità per produrli e distribuirli, ad essersi rivoluzionati, tutti e infinite volte rispetto a decenni fa” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/08/28/vogliamo-firmare-contratti-rivoluzionari-e-carlo-bonomi-spiega-come-nessun-aumento-ai-dipendenti-liberta-di-licenziare/5913347/). Le sue parole sono quelle di una borghesia malata, aggravata dalla crisi economica e dalla saturazione dei mercati. Una borghesia che per difendere la propria indipendenza e per sopravvivere ha però bisogno di fondi pubblici (come quelli del recovery fund) presi direttamente dalle tasche dei lavoratori che pagheranno il debito accumulato nei prossimi anni. Una borghesia che in un periodo di tale instabilità e incertezza non ha nessuna intenzione di rilasciare alcuna concessione in termini di liquidità ai lavoratori (su ogni contratto nazionale), ma al contrario rivendica la libertà di licenziare per adeguarsi alle sfide poste dal mercato attuale (https://www.fanpage.it/politica/bonomi-confindustria-quando-scadra-il-blocco-dei-licenziamenti-sara-un-momento-critico/).

Al di là delle ultime dichiarazioni di Bonomi, era comunque impensabile che senza neanche un’ora di sciopero nell’ultimo anno, si sarebbe potuta concludere questa trattativa in maniera positiva o almeno soddisfacente se misurata con le richieste della piattaforma.

Le responsabilità dei confederali

In questo momento storico dove la sinistra non è scomparsa solo dai parlamenti ma soprattutto dalla società, dove un movimento operaio unito è totalmente assente come soggetto nello sviluppo degli eventi e dove dall’altro lato si intensifica la crisi della borghesia, il margine di trattativa per i lavoratori è praticamente nullo. Questo però non esenta le burocrazie sindacali dalle loro responsabilità. La loro riluttanza nell’organizzare scioperi generali, la pulsione a tenere separate le lotte, il limitare l’azione dei lavoratori ad una crocetta su un sì o un no in un referendum la cui piattaforma era già stata decisa dall’alto, sono un freno alle coscienze e alla rinascita di un movimento operaio. Ricordiamo, inoltre, che durante il primo lockdown, quando sono sorti scioperi spontanei per chiedere la chiusura delle fabbriche, è stato fatto di tutto per tenere a freno la rabbia operaia. Landini premeva sugli industriali affinché accettassero alcune condizioni, altrimenti sarebbero salite tensioni sociali. Questo utilizzare (all’apparenza) la possibile tensione sociale sul tavolo delle trattative, placandola sul nascere, non porta soltanto a preparare la sconfitta nella concertazione ma a relegare il movimento operaio ad un soggetto potenzialmente astratto, impedendone una reale rinascita.

Le politiche auspicate negli ultimi anni dai confederali, vertenti tutte sulla collaborazione tra lavoratori e industriali per uscire insieme dalla crisi, non hanno basi concrete nella realtà e perciò hanno già insito il seme del fallimento. Ricordiamo che nell’ultimo sciopero generale dei metalmeccanici risalente a giugno del 2019, FIOM, FIM e UILM scesero in piazza con un programma politico basato su un’intesa tra Stato, padroni e lavoratori, che definimmo come un’illusione ed oggi, anche alla luce dello stanziamento dei fondi del recovery fund alle imprese e della non disponibilità di queste ultime a redistribuirne una parte ai lavoratori, questa verità si fa ancora più evidente (https://prospettivaoperaia.org/2019/06/11/14giugno-andare-oltre-questa-giornata-di-sciopero-politico-contro-il-governo-per-una-lotta-continuativa-dei-metalmeccanici-e-dellintera-classe-operaia/). L’unica collaborazione che può andar bene al padronato è quella in cui i lavoratori devono stringere i denti e accettare silenziosamente ogni peggioramento delle proprie condizioni, in nome della difesa dell’impresa che può concedergli un posto di lavoro.

Tra crisi e quarta rivoluzione industriale

L’economista tedesco Klaus Schwab, autore del saggio “La quarta rivoluzione industriale” (2016), parlava, in relazione al periodo che stiamo vivendo, di cambiamenti “tanto profondi che, dal punto di vista della storia dell’uomo, non c’è mai stato un periodo più promettente o potenzialmente pericoloso” e suggeriva anche come questi potrebbero portare a delle maggiori disuguaglianze e a un esacerbamento delle tensioni sociali, in quanto ci troveremo di fronte a un mercato del lavoro sempre più fossilizzato sui ruoli di “bassa competenza / basso stipendio” e “alta competenza / alto stipendio”. Queste parole descrivono perfettamente il nostro contesto e la conseguente difficoltà di ottenere aumenti salariali significativi su un contratto nazionale. Viviamo un momento in cui l’esigenza della borghesia di governare questi processi (come si evince dalle parole di Bonomi) si fa più urgente a causa della crisi ed è dettata appunto dalla necessità di auto-conservazione come classe. La difesa della proprietà privata oggi si scontra, in maniera molto più evidente rispetto alla seconda metà del secolo scorso, con precarietà, disoccupazione e povertà crescente. Questo è il filo che unisce tutte le proteste scoppiate nel mondo e non potrà esserci soluzione favorevole ai lavoratori senza uno sbocco rivoluzionario.

Ma se sappiamo bene che non si può fare affidamento sull’esistenza di un sindacato in grado di fare la rivoluzione, è anche vero che la condotta dei sindacati confederali oltre ad essere fallimentare è anche responsabile della paralisi del conflitto. Le quattro ore di sciopero del 5 novembre assumono un tono grottesco, soprattutto alla luce della portata della disfatta e degli scioperi sorti spontaneamente.

La lotta alle burocrazie sindacali diventa quindi un nodo da sciogliere necessario per uscire fuori dal pantano e deve essere basata sulla totale indipendenza della classe lavoratrice. Invitiamo tutti i metalmeccanici a partecipare allo sciopero del 5 novembre e a battersi affinché le mobilitazioni generali non si fermino a quella data. Il proletariato industriale ha dimostrato durante il lockdown la sua essenzialità nelle dinamiche economiche che reggono il Paese, in Italia come in ogni altro luogo della terra. È stato costretto a lavorare, anche mettendo rischio la propria vita e quella dei propri familiari e non verrà ripagato neanche con un aumento di stipendio. Il ritorno a un suo protagonismo (o a una sua centralità) nelle lotte è una necessità storica che riguarda l’umanità intera!

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