La borghesia italiana ed europea di fronte ad un’impasse storica

di IN e NI

Fin dall’inizio avevamo definito la pandemia da corona virus come uno straordinario acceleratore della crisi del capitalismo. I governi completamente impreparati a un tale evento hanno adottato nel migliore dei casi politiche di contenimento del virus e rallentamento della curva dei contagi per non paralizzare un’economia già in fase di declino, mettendo in conto un numero più alto di morti per preservare gli interessi della borghesia e abbracciando l’impervia tattica di convivenza con il virus, il quale se non dovesse diventare più innocuo potrebbe causare nuove crisi sanitarie. Nell’emergenza le contraddizioni sono venute fuori con violenza, a partire dall’elevazione del conflitto capitale/lavoro a una questione di vita o di morte, fino alla fragilità delle strutture sanitarie peggiorata a causa delle privatizzazioni liberiste e la naturale tendenza ai monopoli che ha visto un’accelerazione nell’aumento dei capitali dei vari Amazon, Microsoft, Apple e Facebook (https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/06/22/financial-times-quando-la-pandemia-e-un-affare-ecco-i-15-big-mondiali/5843352/).

Gli effetti del virus sull’economia italiana

Oggi a distanza di 6 mesi dall’inizio dell’emergenza possiamo quantificare i danni economici relativi alla prima parte del 2020, a cui probabilmente se ne aggiungeranno altri se la “convivenza con il virus” non dovesse funzionare. Per l’Italia è stato stimato un crollo del PIL del 12,4% nel secondo trimestre, mentre sono all’incirca un milione, il 4,5% del totale, gli occupati che rischiano di perdere il posto di lavoro, una volta che finiranno i bonus e il blocco dei licenziamenti. Ad aprile la cassa integrazione era aumentata del 3600%, mentre a giugno il tasso risultava avere un aumento del 936% rispetto al 2019. Da maggio ha riaperto l’82% delle imprese e dei servizi, il 73% di bar e ristoranti, ma il 30 % di queste attività è a rischio a chiusura.

Tra i settori che hanno risentito maggiormente della crisi, oltre turismo e ristorazione, c’è l’automotive che già da prima dell’inizio della pandemia viveva una situazione critica e ha registrato un calo sulle auto immatricolate (-11% a luglio) e un crollo della produzione del -56% per l’assemblaggio finale e -39,6% per la componentistica.

A preoccupare la possibilità di una ripresa c’è anche il crollo dei consumi, persistente oltre il lockdown a causa della situazione d’incertezza e della paura creatasi successivamente. Quest’anno la spesa pro-capite di un italiano è diminuita di 1900 euro, portando alla crescita il 44% del totale dei consumi per spese obbligate (bollo, affitto, condominio…) rispetto a quelle commerciali (spesa alimentare, servizi, abbigliamento…).

Le sfide del prossimo autunno

L’economia del Belpaese, agonizzante ormai da tempo, ha quindi ricevuto l’ennesima batosta e i sedicenti rianimatori propongono le più disparate soluzioni per tentare di prolungarne la sopravvivenza.

Di conseguenza il governo italiano è chiamato ad affrontare delle sfide che sembrano un riadattamento moderno delle 12 fatiche di Ercole. Con il fiato sul collo di UE, BCE ed anche Confindustria, dovrà presentare il recovery plan entro ottobre, dove probabilmente saranno presentate delle riforme su lavoro e pensioni.

Una crisi interna al governo già in bilico potrebbe aprirsi principalmente su due questioni: pensioni e MES. La “bistrattata” Quota 100 andrà, con tutta probabilità, prematuramente in pensione, con il plauso dell’Europa (e soprattutto dell’Olanda). Altrettanto calda è la questione MES: il PD è alle calcagna del M5S per cercare di strappare un consenso a quest’ultimo, M5S che, dal canto suo, pian piano si sbottona, passando da un “no secco” (nel 2012) al “sì, però” (2020). Altre capitolazioni acuirebbero la sconfitta del M5S, recente esempio italiano di come ogni politica piccolo borghese sia destinata ad annientarsi di fronte al grande capitale.

Un imminente problema è quello dell’istruzione. Da marzo le scuole hanno dovuto obbligatoriamente avvalersi della DaD (Didattica a Distanza), con relativi effetti, che hanno interessato oltre a figli e figlie, soprattutto i genitori e, in particolar modo, le mamme. È allarmante il risultato dell’indagine nazionale dell’Università di Milano-Bicocca, condotta su 7.000 genitori: il 65% delle mamme-lavoratrici non ritiene conciliabile DaD e lavoro, e tra queste il 30% potrebbe lasciare il lavoro se si dovesse ricorrere nuovamente alla DaD, ipotesi già presa in considerazione dal MIUR in casi di emergenza.

Ma i problemi di convivenza con il virus non si fermano qui. Già adesso che abbiamo assistito ad una prima risalita dei contagi, sono diversi i focolai scoppiati nei luoghi di lavoro, tra i più recenti lo stabilimento Aia di Treviso e un’azienda agricola di Eboli in Campania. In caso di mancato contenimento degli attuali contagi c’è il forte rischio che situazioni simili potrebbero aumentare durante l’autunno.

Riguardo il conflitto capitale/lavoro, un’altra annosa questione è il rinnovo del contratto collettivo di categoria per dieci milioni di lavoratori, di cui la maggior parte ha lo stipendio bloccato da oltre dieci anni. Alle timide accuse di Landini dal meeting di Rimini di Comunione e Liberazione (!) sulla scarsa volontà di contrattazione di Confindustria, Bonomi ha risposto che quest’ultima è disposta a sedersi al tavolo delle trattative ma eventuali aumenti potrebbero essere sottoforma di welfare aziendale, previdenza integrativa e formazione (praticamente sulla linea dell’ultimo contratto dei metalmeccanici). Aumenti salariali liquidi invece sarebbero da misurarsi tramite la produttività di ogni azienda e quindi esclusi dai contratti nazionali.

Tutti questi fattori potrebbero acuire la crisi in atto, aumentare ulteriormente l’inoccupazione e generare malcontento tra lavoratori e disoccupati. Le condizioni per una bomba sociale non mancano. Il conflitto che si è creato in questi mesi tra governo, sindacati e Confindustria, la quale rivendica la cancellazione del blocco di licenziamenti, il taglio dell’IRAP e non risparmia critiche al governo sulla lentezza dell’azione, pone l’attenzione sullo stato di crisi della borghesia italiana e le difficoltà del governo di mediare nella sempre più insolvibile opposizione tra dominio del capitale e bisogni umani. I sindacati punteranno a ritagliarsi un ruolo da pompiere fondamentale per spegnere preventivamente eventuali focolai di rabbia, tenere separate le lotte ed evitare che la classe lavoratrice possa diventare un soggetto attivo in questa crisi.

Il governo dovrà, quindi, far fronte a crisi politiche, sociali, economiche. La spada di Damocle del debito pesa sempre più, perciò l’Italia è obbligata ad articolare le prospettive per la finanza pubblica nel 2022-23 in previsione di una riduzione cospicua del debito.

L’UE a salvataggio del capitale

Fuori dall’Italia le cose non vanno certo meglio. Nei paesi europei si sono registrati ovunque crolli del PIL nel secondo trimestre: in Germania (9,7%), in Francia (13,8) e in Spagna addirittura del 18,5%. Persino la Svezia senza lockdown ha registrato un calo del 8,6%.

A luglio l’UE per far fronte agli effetti della pandemia e guidare una presunta ripresa economica ha approvato il Recovery Fund che prevede lo stanziamento di 750 miliardi di euro, di cui 360 saranno erogati come prestiti ai singoli Stati mentre 390 come sovvenzioni “a fondo perduto”, ovvero come debito comune tra tutti i paesi dell’unione. Come rimborso, almeno parziale, si è già pensato alla creazione di un sistema fiscale europeo, a partire dall’introduzione nel 2021 di una tassa sulla plastica non riciclata a carico dei governi, di una web tax e di una nuova tassa sul carbonio.

Spacciato come piano per garantire il futuro delle nuove generazioni europee, il RF è la risposta dell’UE per salvare una borghesia al tracollo. I fondi raccolti, infatti, verranno utilizzati in buona parte per salvare i capitali delle imprese entrate in difficoltà in seguito alla pandemia, per finanziare investimenti su green e digitale sia per le imprese private sia per enti pubblici. Il flusso di questo denaro ottenuto attraverso un indebitamento dell’Europa con il FMI in ogni caso servirà a prolungare l’agonia della classe borghese, rifornendola di mezzi di produzione più innovativi, ecologici e competitivi, comprati con il debito che dovranno pagare i lavoratori. Mai come in questo momento si mostra la natura parassitaria di una classe che ha smarrito, da tempo ormai, la sua funzione storica nel progresso dell’umanità e che non ha più forze per camminare con le sue gambe. La socializzazione del debito tra i paesi e l’attacco della borghesia ai lavoratori di tutt’Europa crea le condizioni per la formazione e l’intervento di un movimento operaio unito europeo. L’unica possibilità per uscire dall’impasse passa proprio attraverso l’azione di questo soggetto storico e la realizzazione di un suo programma indipendente, che deve prevedere l’espropriazione dei capitali e la costruzione degli Stati Uniti Socialisti d’Europa.

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