Referendum costituzionale, elezioni regionali/amministrative e la necessità di costruire una sinistra rivoluzionaria nelle lotte

di DC, GA, RdB

Il passaggio dalla stagione estiva alla (calda) stagione autunnale sarà quest’anno scandito da un fardello elettorale, poiché il 20-21 settembre si terranno nella stessa tornata: le elezioni per il rinnovo di sette consigli regionali, le elezioni amministrative per un migliaio di comuni (Venezia, Reggio Calabria, Crotone, ecc.), le elezioni suppletive per il Senato (collegi di Sardegna e Veneto) ed infine il referendum costituzionale confermativo riguardante il famigerato “taglio dei parlamentari”. La presenza a questi appuntamenti elettorali (largamente fanfarona e mediatica e pressoché assente nei quartieri dove vivono le masse lavoratrici) vede impegnati gli attuali schieramenti dell’arco parlamentare, dal centro-destra al centro-sinistra, in una gara al più sfrenato populismo ed alla più grande sfacciata ipocrisia quando si tratta di sostenere la questione del “risparmio di risorse pubbliche” o del funzionamento delle istituzioni statali. Senza omettere poi le posizioni del “movimento costituzionale”, appannaggio di una sinistra riformista e radical chic senza alcun seguito reale, che non ha voluto perdere anche questa ghiotta opportunità per sostituire le parole d’ordine della lotta di classe con la miserevole “difesa della Costituzione italiana nata dalla resistenza”. Questi appuntamenti sono sempre un’occasione utile ai rivoluzionari per smascherare ciò che si cela dietro le vuote rivendicazioni “democratiche” e per indicare realmente a lavoratori, precari, studenti, disoccupati e ad ogni sfruttato di questa società chi sono realmente gli agenti al servizio della borghesia, sia che appartengano ai settori della destra che della sinistra, al fine di costruire una prospettiva di lotta reale.


La genesi della ricerca di un plebiscito: il referendum costituzionale confermativo


Questo progetto politico affonda essenzialmente le sue radici nella crisi di rappresentanza dei principali partiti della borghesia italiana nell’ultimo ventennio. L’accelerazione di tale “crisi politica” della borghesia non si situa, come sono soliti sostenere in molti, soltanto nei famosi processi di corruzione dilagante negli apparati politici di ogni grado e colore (da Tangentopoli in poi) ma soprattutto dall’incapacità di trovare una soluzione alla “crisi economica” del capitalismo che ha colpito il proletariato e il ceto medio. Questo importante fattore accomuna innumerevoli Paesi, europei e non, in una prolungata instabilità politica che vede la formazione di coalizioni (destra-sinistra) di partiti che fino a poco tempo prima si battevano come rivali e successivamente si sono ritrovati a governare insieme nell’interesse della “stabilità nazionale”, tradendo di fatto quella che è la messa in scena della competizione elettorale.


In Italia, l’espediente dei governi tecnici e delle Grosse Koalition sono oramai una prassi ordinaria e consolidata. Ciò è testimoniato dai numerosi governi frutto di accordicchi di palazzo a salvaguardia del capitale italiano; successivamente all’inizio di una crisi economica irreversibile si è assistito alla formazione: del governo Monti, sostenuto da PD di Bersani e il PDL di Berlusconi; del governo Letta, nato col sostegno e l’appoggio del PD e del PDL berlusconiano; del governo Renzi, nato a seguito della nuova mutazione del PD sempre con le forze del centro-destra e il sostegno dei berlusconiani; del governo Gentiloni, nato dal fallimento e dalla rottamazione del rottamato Renzi; del governo Conte I, nato dall’alleanza dei M5S con la Lega di Salvini; dell’attuale governo Conte II, nato a seguito della crisi del precedente governo, con l’attuale maggioranza formata da vede PD, M5S e LEU.


Il primo partito delle ultime elezioni (col 37% dei voti su un’affluenza generale attestata intorno al 72%), il M5S, è il principale promotore di questo progetto plebiscitario e anti-parlamentare che vorrebbe ridurre del 36% l’attuale numero di deputati e senatori portandoli rispettivamente da 630 e da 315 a 315 e 200. La forza “anticasta” è divenuta la casta parassitaria per eccellenza nei principali consigli di amministrazione delle aziende controllate dallo Stato e nelle sue ramificazioni clientelari in numerosi enti territoriali (comuni, province, regioni). L’exploit delle elezioni del 2018 ha visto il reclutamento dei peggior caudilli rampanti del ceto medio-alto, soprattutto fra le libere professioni, con una trasversalità di soggetti che andavano dalla destra reazionaria fino ai settori di movimento della sinistra (si vedano i vari Toninelli, Crimi, Paragone, Nugnes, ecc.), e tali rappresentanti hanno costituito nel corso degli anni un serio problema per il M5S, il quale ha vissuto uno sfaldamento dei propri gruppi parlamentari sia alla Camera che al Senato. Non a caso il M5S ha registrato il maggior numero di fuoriusciti: 23 alla Camera e 13 in Senato. Questa mancanza di controllo dei propri eletti è chiaramente un grave segno di debolezza agli occhi della borghesia per un partito che ambisce a candidarsi come rappresentante delle istanze del capitale finanziario ed industriale. Pertanto questo referendum rimane per il gruppo dirigente grillino l’unica ancora di salvataggio per un movimento politico letteralmente al collasso a causa delle sue posizioni trasformiste ed opportuniste.


Ovviamente non ce n’è solo per il M5S. La ricostruzione dell’iter formativo della proposta di legge costituzionale è indicativo per smascherare le altre formazioni politiche che ieri votavano contro il disegno di legge ed adesso si prodigano a fare campagna elettorale per il SI.
Andiamo con ordine. Nel 2019, sotto l’allora governo giallo-verde “Conte-Di Maio-Salvini”, si diede inizio all’iter formativo del disegno di legge costituzionale per il taglio del numero dei parlamentari

  • approvato in prima votazione al Senato col voto favorevole di M5S, Lega e Fratelli d’Italia e col voto contrario del PD e LEU),
  • approvato in prima votazione alla Camera col voto favorevole di M5S, Lega, Fdi e Forza Italia e col voto contrario di PD e LEU),
  • approvato in seconda votazione al Senato col voto favorevole di M5S, Lega e Fdi e col voto contrario di PD e LEU), ma non ottenendo la necessaria maggioranza dei 2/3 dei presenti, ha permesso a 71 senatori, provenienti da Forza Italia, PD, LEU e M5S, di proporre l’indizione del presente referendum consultivo,
  • approvato, con il nuovo governo MSS-PD-IV-LEU, senza vergogna e con una capriola trasformista dei ceti dirigenti del centrosinistra, in seconda votazione alla Camera col voto favorevole di M5S, PD, LEU, Italia Viva, Lega, Fdi e Forza Italia.


Le ragioni vere di questo referendum per il M5S sono quelle di esercitare un vero e proprio plebiscito identitario, magari associandolo alla futura approvazione di una nuova legge elettorale restrittiva al fine di garantire nuove prospettive di governi “stabili” e manovrabili. Le ragioni della putrida accozzaglia politica che ha spianato la strada ai grillini, il PD di Zingaretti e la sinistra liberale di LEU di Speranza e Fratoianni, sono racchiuse nel tentativo di un improbabile nuovo rilancio governativo dopo anni di continui tradimenti e saccheggi perpetuati ai danni delle masse lavoratrici.

Contro le derive plebiscitarie ma anche contro ogni illusione di cambiamento attraverso le istituzioni “democratiche” della borghesia!


L’opposizione al governo Conte non ha ancora conosciuto un adeguato livello di scontro. Il fuoco dei primi focolai di lotte operaie cova sotto il sedere delle burocrazie sindacali che si sono duramente impegnate a spegnere ogni conflitto sociale fra capitale e lavoro. Ma lo stesso governo è alla prese con una profonda crisi economica dalle ingenti implicazioni sociali in tema di livelli di occupazione e licenziamenti di massa.


Qual è allora il compito dei rivoluzionari? Difendere la Costituzione borghese o difendere gli interessi delle classi oppresse?

È indubbio che una forza rivoluzionaria che si rispetti non può non opporsi all’attuale progetto politico estremamente autoritario e populista, che senza dubbio va rigettato al mittente. D’altro canto, l’appello al voto per il NO, senza una prospettiva di avanzata nelle lotte in ogni singola realtà lavorativa, per la costruzione di un movimento operaio combattivo, non solo è una chimera ma si tradurrebbe nella fraseologia opportunista dei gruppi dirigenti della sinistra di movimento o riformista e centrista (Potere al Popolo, Rifondazione Comunista e le mille organizzazioni formatesi dalla rottura con tale partito, ecc.), che sguazzano nella difesa della Costituzione e del parlamento borghese come se questo fosse realmente garanzia di democrazia e protagonismo delle masse popolari.


Non cedere al cretinismo elettorale! Nessun voto ai partiti borghesi nelle votazioni regionali, neanche a quelli a sinistra del Partito Democratico!


La crisi economica e sociale del capitalismo, abbiam detto, si traduce nella crisi di rappresentanza delle forze politiche della borghesia, a tutti i livelli istituzionali, dal parlamento ai consigli regionali a quelli comunali. Si succedono governi deboli ed instabili, che gettano le basi per il ritorno della lotta di classe. Nella speranza di evitarla, o meglio rimandarla quanto più possibile, i partiti si affannano nel riproporsi alle masse come “il cambiamento” ad ogni tornata elettorale, anche amministrativa, com’è anche per queste votazioni regionali e comunali. Ma la spaventosa situazione di crisi economica di uno Stato tra i più indebitati al mondo (più di 2.500 miliardi di euro, oltre il 130% del PIL) non lascia più spazio a giochetti di questo tipo e le reali condizioni materiali di milioni di salariati e disoccupati indirizzeranno la giusta rabbia verso i responsabili di ciò: la classe capitalista e i suoi scagnozzi politici, al governo e in parlamento, nelle giunte e nei consigli regionali e perfino comunali.


Nelle sette regioni in cui si andrà al voto per il rinnovamento dei presidenti di giunta e dei consigli regionali, si manifesta plasticamente l’impossibilità di ottenere, in tale scenario di crisi, un partito o uno schieramento che possa stabilmente essere il referente politico delle classi padronali (come fu per la DC). La proposta elettorale si articola quasi ovunque con i tre classici blocchi dell’attuale panorama politico, centrodestra, centrosinistra, M5S, in contesa tra loro (con il M5S che recita però esclusivamente il ruolo di outsider), contesa che è equilibrata ma al ribasso per quanto riguarda la fiducia degli elettori, senza nessun partito che possa permettersi di recitare un ruolo da vero protagonista. È così anche per il PD con De Luca in Campania e per la Lega con Zaia in Veneto, gli unici due candidati forti che si differenziano per dinamiche del tutto proprie e paradossalmente in contrasto con i propri partiti di appartenenza. Infatti, nel primo caso si ha un candidato che va molto oltre il PD (infatti De Luca è noto per raccogliere consensi trasversali, di cui una buona fetta a destra), nel secondo caso si ha il nuovo difensore degli interessi della media borghesia settentrionale, ovvero l’imbonitore della Lega del Nord contro La Lega nazionale di Salvini. Le classi subalterne e sfruttate non possono nutrire alcuna fiducia in nessuno di questi tre schieramenti che lavorano politicamente facendo a gara per accaparrarsi i favori della classe sfruttatrice dei capitalisti e di coloro che detengono in poche mani il 90% della ricchezza del Paese.


A sinistra di questi tre agglomerati politici in decadenza, si presentano, a macchia di leopardo, piccole forze altrettanto decadenti. Si oscilla da raggruppamenti acchiappatutto (a mo’ di esempio citiamo la grottesca lista di sinistra presente alle elezioni campane che va sotto il nome di “Terra”, che raggruppa Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista, il sindacato della confederazione Cobas e il centro sociale napoletano di area “disobbediente” Insurgencia) a liste della “falce e martello sulla scheda” che, a parte l’estetica, sono però prive di qualsiasi contenuto rivoluzionario, come le liste del PCI, i nostalgici dei due principali carnefici e traditori del movimento operaio italiano, Togliatti e Berlinguer, o quelle del PC, senza I, gli entusiasti ammiratori di quelle sanguinarie dittature di ieri, come quella staliniana, e di oggi, come quella nordcoreana, che nulla hanno a che spartire con il comunismo; infine gli ultimi arrivati, i giovani di belle speranze della “nuova” sinistra piccolo borghese di Potere al Popolo, che quanto ad opportunismo politico non hanno affatto niente di nuovo. Nella sostanza, sono presentazioni diverse con contenuti del tutto simili. Le geometrie variabili hanno prodotto liste arlecchino della peggior specie, puntando su difesa della Costituzione (ancora!) e fantomatiche legislature regionali a carattere sociale abbinate ad un ambientalismo tanto di moda, quello integrato al sistema capitalista. Il caos totale a sinistra, contornato da un fatto gravissimo ma che non stupisce affatto, lampante sia in Toscana, dove la lista “Toscana a sinistra” riunisce una sinistra ampia che va dai liberali di SI ai movimentisti piccolo borghesi di Pap, sia in Campania, dove la lista “Terra” presenta anch’essa l’alleanza con la sinistra attualmente al governo. Rifondazione Comunista, che ancora ha il coraggio di dichiararsi a difesa delle classi lavoratrici, e Potere al popolo, che crede goffamente di rappresentare chissà quale nuova alternativa di sinistra, dovrebbero solo vergognarsi per aver rinunciato, oltre che a qualsiasi prospettiva di rovesciamento del sistema di sfruttamento capitalista, anche ad un minimo di dignità politica.


E la sinistra cosiddetta “anticapitalista”? Battendosi il petto per non poter esser presente alla tornata elettorale (se non in qualche elezione comunale) data la sua estrema debolezza, produrrà di certo la solita, rituale, indicazione di “voto critico” a quanto c’è a sinistra del centrosinistra, anche se si tratta di cespuglietti politici senza alcun radicamento nella classe lavoratrice.


Al contrario, Prospettiva Operaia invita i lavoratori e le lavoratrici, i disoccupati e tutti gli sfruttati, a rispondere con una sdegnata astensione alle elezioni regionali e comunali. In esse non è presente alcuna lista che non sia funzionale agli interessi della classe capitalista sfruttatrice, in esse non è presente alcuna lista che abbia un insediamento reale nelle lotte sociali. Ciò di cui necessitano le masse lavoratrici è la costruzione di un partito operaio rivoluzionario che lotti per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

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