Bolivia, il patto Evo-Añez, con la benedizione dell’OSA      

di Emiliano Monge

15/08/2020

Dopo dieci giorni consecutivi di scioperi, picchetti e repressione da parte delle forze di sicurezza e delle bande fasciste contro i manifestanti, giovedì pomeriggio scorso la presidente de facto Jeanine Áñez ha sancito la regola che impegna il governo a tenere le elezioni presidenziali il 18 ottobre. Il provvedimento è stato approvato in una sessione dell’Assemblea nazionale in forma virtuale, con la maggioranza del Movimento al socialismo (MAS) di Evo Morales. La legge ha il sostegno dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), della Chiesa cattolica attraverso la Conferenza Episcopale Boliviana (CEB), e dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Il presidente ha annunciato la legge come la “seconda pacificazione” del Paese, riferendosi alla prima “pacificazione”, che sarebbe stata il colpo di stato dell’anno scorso, con oltre 30 morti nei massacri di Sacaba (Cochabamba) e Senkata (El Alto).

Di fronte al rifiuto di alcuni settori scioperanti, lo stesso Evo Morales, che era stato accusato di “terrorismo” dal governo Añez, ha chiesto il rispetto del provvedimento, con il pretesto di “evitare una strage”. “Salutiamo lo sforzo, l’impegno e l’unità della commissione del Senato del MAS. L’approvazione, in questo caso, della legge per garantire una data per le elezioni con una scadenza massima del 18 ottobre, è un importante contributo al recupero della democrazia”, ha detto Morales su Twitter. (13/8).

La COB ha revocato i blocchi

La Central Obrera Boliviana (COB) ha chiesto un “quarto intermediario” e ha revocato i blocchi e gli scioperi che avevano paralizzato il Paese per dodici giorni, nonostante ieri avesse definito “tradimento” l’accordo tra il governo de facto e il Movimento al socialismo (MAS) che fissava la data delle elezioni. “In seguito alla decisione presa in seno al Comitato esecutivo, diamo un quarto intermediario al conflitto a livello nazionale fino al 18 ottobre”.

La pressione sulla COB era aumentata nelle ultime ore, dopo che la Federazione Unica dei Lavoratori dei Popoli Originari di Chuquisaca e le Donne Lavoratrici dei Popoli Originari Bartolina Sisa (legati al masismo) avevano deciso di sospendere i picchetti.

Il Cabildo[i] di El Alto, che è stato convocato dalle organizzazioni contadine e indigene delle province, guidate dalla Federazione contadina Tupac Katari delle 20 province di La Paz, ha respinto l’accordo. Chiede che Añez se ne vada, “per aver lasciato la popolazione senza diritto alla salute, per aver determinato la chiusura dell’anno scolastico, per non aver preso le misure per evitare una crisi economica e per essersi opposta alle elezioni generali” (La Razón, 14/8), e che tutti i responsabili materiali e politici della repressione contro il popolo siano consegnati alla giustizia – “hanno dichiarato traditori la COB e il Patto di unità per aver accettato la data delle elezioni e per aver deciso di porre fine alle proteste nel Paese” (idem).

“Fuera Añez”

L’ex leader Felipe Quispe, el Mallku, ha dichiarato: “Non siamo masistas. Non revocheremo i blocchi finché Jeanine Áñez non si dimetterà” (Redacción, 15/8). È stato nel contesto di un Gran Cabildo dei popoli Aymaras nella caserma dello Stato Maggiore di Kalachaca, nella provincia di Omasuyo nel Pacifico, che “Quispe ha ricordato gli eventi del 2003, quando ha guidato massicci blocchi contro il governo di Gonzalo Sánchez de Lozada” (opinión, 13/8).

Nonostante la ritirata della COB, le proteste hanno continuato a rafforzarsi. A La Paz, la Federazione dei sindacati dei minatori di Curicayo si è unita ai blocchi, con la Cooperativa dei minatori di La Paz a Ventillas. “Chiediamo le immediate dimissioni della signora Áñez” (idem).

Nel frattempo, il governo de facto sta preparando la repressione contro coloro che sostengono i presìdi, e ha annunciato un “piano di contingenza” per sgomberare le strade bloccate nel Paese (El Deber, 14/8). Il governo aveva mobilitato i militari per “sorvegliare” gli edifici e i servizi pubblici (DW, 10/8). Importanti settori del movimento indigeno di El Alto, contadini e lavoratori, mantengono i presìdi in diversi punti e chiedono ad Añez di dimettersi.

[i] Consiglio territoriale autoconvocato di cittadini.

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