Esplode il porto di Beirut in un Libano già in fiamme!

di RdB

Le esplosioni avvenute nella zona portuale di Beirut, cuore economico della capitale e dell’intero Libano (perché stiamo parlando di una nazione che vive di importazioni), è un ulteriore pesantissimo colpo alla crisi economica di quel Paese ma anche alla sua classe dirigente. Il governo borghese di “unità nazionale” che va dalla destra maronita ad Hezbollah, già scosso da ripetute proteste che hanno visto lavoratori e disoccupati libanesi riversarsi nuovamente (dopo aver buttato giù un governo lo scorso autunno) e ripetutamente per le strade di Beirut, e purtroppo compiere atti anche drammatici come quello di togliersi la vita in quelle stesse strade.

Perché se le circostanze delle deflagrazioni sono tutte da chiarire, le ipotesi vanno dalla versione ufficiale di incendio ed esplosione all’interno di un magazzino in cui erano stoccate (da 6 anni, sic!) 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, alla versione trumpiana dell’attentato, alla versione dei perenni accusatori di Hezbollah dell’esplosione in un suo deposito di armi, fino a quella del coinvolgimento militare di Israele mai indifferente a tutto ciò che accade nello scacchiere mediorientale, una cosa è certa: il dato politico è l’incommensurabile responsabilità della classe borghese nel massacro continuo del popolo libanese!

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Anche escludendo qualsiasi ipotesi di intervento esterno al fine di una ulteriore destabilizzazione del Paese e dell’area, in quali condizioni lavorano e vivono all’interno e nei dintorni di una delle maggiori aree portuali mediorientali i lavoratori e le masse libanesi se sono costretti ad essere quotidianamente a contatto con materiale esplosivo, di qualsiasi natura esso sia? Quali sono le condizioni di lavoro, i servizi essenziali, la tutela e la sicurezza che la classe dirigente borghese del Libano, che governa per mezzo di accordi inter-settari di spartizione del potere, è in grado di garantire al proprio proletariato e alla propria popolazione?

Oltre agli ormai oltre 150 morti, 5.000 feriti e 300.000 sfollati, sono state colpite le fondamentali riserve di grano, contenute nei silos portuali per almeno l’80% di tutto quello importato dal Paese. Un duro colpo ad una derrata centrale per una popolazione ormai in crisi alimentare, con un 45% di libanesi che vive sotto la soglia di povertà, uno Stato in default con quello che è diventato il secondo debito pubblico più alto al mondo, blackout energetici capaci di durare intere giornate, assistenza sanitaria allo sfascio (una maggiore diffusione del coronavirus lì causerebbe una strage assoluta). Il pericolo più vivo che mai di attacchi dello Stato sionista da un lato e di operazioni di ulteriore strozzinaggio del FMI, per cui già da tempo è in discussione un prestito da 10 miliardi di dollari con governo e banca centrale libanesi dall’altro, conclude il quadro desolante di masse libiche trascinate in una crisi sempre più nera.

Perfino le pensioni delle forze armate sono crollate, da 800/1000 $ a 150/200 $ (https://politicaobrera.com/internacionales/2222-explota-el-libano), con la lira libanese, ormai sganciata dal dollaro (ma le importazioni vengono pagate in dollari, così come in dollari avviene il calcolo dei mutui), in caduta libera (ha perso l’80% del suo valore). In un Paese in cui i depositi bancari erano superiori al PIL qualche anno prima della grande crisi mondiale del capitale (il Libano era un paradiso bancario), proprio l’attuale crisi, che non risparmia nessun angolo del mondo, ha messo in moto da anni un processo rivoluzionario con masse di lavoratori e purtroppo sempre più di disoccupati che a seguito della disperazione in cui capitalismo e imperialismo le hanno sprofondate, coraggiosamente affrontano un regime settario e corrotto. La tragedia di Beirut non fermerà, ma anzi inasprirà il conflitto sociale in atto da più di un anno in Libano, con il protagonismo assoluto delle fiere masse e gioventù libanesi.

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