Tra piano Trump e rischio coronavirus non conosce sosta la brutalità dell’oppressione sionista!

di RdB

Ci sono poche zone nel mondo dove la pandemia da coronavirus rischia di avere, come nel caso della striscia di Gaza, le dimensioni di una vera e propria catastrofe umanitaria in relazione alla popolazione locale, nel caso di una sua esplosione (per ora il fenomeno pare ancora limitato nei contagi, almeno quelli dei dati “ufficiali”, anche se Israele, che ha la gestione totale della sanità su tutto il territorio, ha fornito la media di appena un test per ogni 10.000 gazawi). Si tratta di una delle aree più densamente popolate del pianeta (2 milioni i palestinesi in 360 Km/Q), caratterizzata dalla mancanza di infrastrutture essenziali, in primis quelle ospedaliere, una economia di sussistenza con povertà alle stelle, scarsissime condizioni igieniche e mancanza quasi assoluta di medicine ed attrezzature mediche, dopo 13 anni di assedio militare e blocco assassino da parte dello Stato sionista. La situazione è di poco migliore nell’altra area abitata dai palestinesi, quella Cisgiordania già costretta a fare i conti da sempre con le incursioni e gli insediamenti dei feroci coloni sionisti e da qualche mese con il criminale “piano Trump per la questione israelo/palestinese”.

Un piano di cancellazione della Palestina

Che l’elezione di Donald Trump, al contrario di quanto lui stesso propagandava in campagna elettorale promettendo la fine della politica interventista degli USA in Medioriente, avesse significato nient’altro che la continuazione ed anzi l’inasprimento delle politiche colonialiste sul territorio della Palestina storica, era nell’ordine (capitalista) delle cose. Che ciò trovasse concretizzazione in un piano che è una vera e propria dichiarazione di guerra al popolo palestinese e un totale sostegno politico/militare allo Stato sionista nell’anno delle nuove elezioni USA che si innestano in uno scenario di crisi del trumpismo, era altrettanto atteso. Come ha scritto il giornale israeliano Haaretz, nel suo articolo principale il giorno dopo l’annuncio del progetto, avvenuto il 28 gennaio: “Il Piano Trump è senza dubbio la proposta di pace più pro-Israele mai fatta, e, nonostante il Presidente affermi il contrario, la peggiore offerta mai fatta ai palestinesi”.

Si tratta, in pratica, di un piano di: annessione territoriale della Valle del Giordano, florida dal punto di vista agricolo, e di tutte le terre occupate dagli insediamenti dei coloni israeliani, compresa Gerusalemme/Al Quds, che diventerebbe la capitale ufficiale di Israele; deportazione della popolazione palestinese che vive nel cosiddetto “triangolo settentrionale” di Israele verso enclave disarmate, disperse territorialmente a formare un finto staterello palestinese, accerchiato dall’esercito sionista, sprovvisto di infrastrutture idriche e altre risorse materiali e, soprattutto, di forze armate, il vero tratto distintivo di uno Stato; continuazione del regime di apartheid in cui vive la parte araba della popolazione di Israele; abolizione del diritto al ritorno dei milioni di palestinesi dispersi nei campi profughi dei vari Stati mediorientali o rifugiati in Paesi esteri dopo l’invasione sionista del 1948.

Come contropartita il piano di Trump offre una evanescente promessa di 50 miliardi di dollari, neanche al popolo palestinese, ma alle sue élite politico/amministrative ed economiche (neppure una condizione tragica come quella dei palestinesi è avulsa dai rapporti di classe), che stipulerebbero tra l’altro lucrativi contratti con compagnie per la maggior parte comunque statunitensi. Ai tanti compagni che hanno grottescamente professato per anni la soluzione dei “Due Stati per due popoli” ecco servito l’affossamento ufficiale di quella soluzione e degli ipocriti Accordi di Oslo del 1993 sic et simpliciter.

Ma il piano Trump ha prodotto un’esplosione di rabbia tra le masse popolari nella Palestina sotto occupazione e tutto il mondo arabo-musulmano ha manifesto in enormi mobilitazioni, raduni e dimostrazioni. Tali proteste, unite agli sconvolgimenti rivoluzionari dell’area MENA (Medioriente e Nord Africa), in Sudan come in Algeria, in Libano come in Iraq, hanno costretto tanto la corrotta autorità nazionale palestinese quanto alcuni governi di quella regione ad una tenue e ciarlatana opposizione al piano, con la Lega Araba che si è limitata ad un formale pronunciamento contrario e i Paesi maggiormente filoimperialisti come Arabia Saudita, Oman, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti, che, come ci si aspettava, si sono addirittura espressi in maniera positiva. Ancora una volta, possiamo a ragione ribadire che i diritti di autodeterminazione del popolo palestinese (come di tutti i popoli del mondo) sono nelle mani delle classi lavoratrici della Palestina e di tutta la regione mediorientale, non in quelle del panarabismo e del falso antimperialismo del nazionalismo borghese.

Anche il coronavirus nelle mani dei sionisti diventa un’arma

Il nuovo coronavirus è arrivato anche in Palestina, in maniera, come detto, per ora limitata (all’arrivo di giugno non sono ancora stati superati i 500 casi per quanto i dati “ufficiali” siano estremamente relativi vista la scarsissima possibilità di tracciare la diffusione del virus a causa della su citata solita condotta del governo israeliano, il quale gestisce e controlla praticamente l’intero sistema sanitario dell’area, aiuti umanitari compresi). Per fortuna, perché le condizioni in cui sono costretti a vivere i Palestinesi, tanto in Cisgiordania quanto, soprattutto, a Gaza, non consentirebbero né di controllare un fenomeno pandemico né di fornire adeguate cure a un numero minimamente in crescendo di contagiati.

Tra l’altro, nella stessa Israele, i cittadini ebrei sottoposti a test sono stati in media 4.000 al giorno, più o meno lo stesso numero di arabi sottoposti ai test in tutto il mese di marzo (https://www.invictapalestina.org/archives/38472). Nessuna meraviglia: in uno Stato (artificiale e coloniale) fondato su principi di differenziazione etnico/religiosa, la vita degli arabi e delle altre minoranze non può che ricevere una attenzione minore.

Israele poi non solo rende difficilissimo ai palestinesi ottenere i permessi per recarsi negli ospedali relativamente meglio attrezzati di Gerusalemme Est, ma impedisce sia a Gaza (dove i posti riservati alle terapie intensive, così come i respiratori artificiali disponibili, non arrivano a 100 e le aree per le quarantene a 20) che nella Cisgiordania occupata l’arrivo di macchinari essenziali, come quelli per semplici radiografie, farmaci salvavita, kit per i tamponi, tute, guanti e mascherine per proteggere gli stessi medici.

Un sistema sanitario al collasso quello di Gaza a causa del blocco israeliano e di bombardamenti ripetuti (effettuati anche durante questo periodo di rischio pandemia) in 13 anni di assedio sionista (ad un territorio con 2 milioni di palestinesi stipati in 360 KmQ, è bene sempre ribadirlo), i quali hanno causato enormi distruzioni ad edifici abitativi (per cui anche la richiesta di “restare a casa” costituisce lì una chimera) e strutture essenziali, anche ospedaliere, oltre a un numero di morti e feriti che ha sovraccaricato la sanità (senza dimenticare le vittime e i feriti della Grande Marcia del Ritorno organizzata per il 70°anniversario della Nakba nel 2018).

Come non hanno fermato i bombardamenti su Gaza così gli israeliani non hanno fermato le loro azioni persecutorie nei territori occupati: aggressioni, confische di materiali per costruire tende sanitarie e alloggi di emergenza, confisca di terreni (come alla periferia di Betlemme e Ramallah), arresti (a Gerusalemme est, ad esempio, il 3 aprile la polizia israeliana ha arrestato il ministro degli affari di Gerusalemme per l’autorità palestinese Fadi al-Hadami, il 5 aprile il governatore palestinese di Gerusalemme Adnan Ghaith, https://politicaobrera.com/internacionales/1035-fuerte-expansion-del-virus-entre-palestinos-israelies-y-en-cisjordania), incursioni dell’esercito nei campi profughi (come in quello di Shu’afat a Gerusalemme), demolizioni di case (ad esempio nelle città di Kafr Qasem e Khirbet Ibziq, nella valle del Giordano) sequestro di altre case (occupate dai coloni col beneplacito dello Stato di Israele, e degli USA, mentre nel resto del mondo veniva chiesto di “rimanere a casa”).

Tra l’altro, come sempre, a pagare un caro prezzo è la classe lavoratrice. Quando a Betlemme è scoppiato il primo focolaio, il dito è stato da subito puntato contro i lavoratori palestinesi, rei di muoversi quotidianamente nel territorio che separa le proprie abitazioni (a Betlemme appunto) dai propri luoghi di lavoro in Israele, motivo per cui è stato loro intimato o di rinunciare al proprio lavoro o di restare in Israele, per un periodo di tempo indeterminato perché il coronavirus non ha una data di scadenza, lontano dalle proprie case e dalle proprie famiglie (http://nena-news.it/opinione-neanche-la-pandemia-ferma-le-dinamiche-delloccupazione/).

Per non parlare della situazione già di per sé deprecabile dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. In un contesto di tortura, con diverse centinaia di detenuti affetti da varie problematiche sanitarie, come problemi respiratori e cardiaci, ipertensione e diabete, ed altre patologie croniche, a cui viene fornita scarsa o nulla assistenza, quale speranza può esserci di ricevere adeguate cure e misure di contenimento qualora si abbatta all’interno di quelle mura carcerarie una catastrofe come il coronavirus! Infatti, in un appello diffuso a fine marzo, i detenuti palestinesi hanno denunciato: “l’amministrazione carceraria israeliana non fornisce nulla: nessun mezzo per la sterilizzazione e nessuna mascherina. Siamo di fronte ad azioni formali che si avvicinano di più a minacce vere e proprie piuttosto che a degli accertamenti sanitari o reali pratiche preventive. L’unico nostro contatto col mondo esterno è rappresentato dai nostri carcerieri. Loro non esitano ad entrare in contatto con noi, senza rispettare la distanza di sicurezza, con il rischio appunto di contagiarci” (http://www.udap.it/blog/2020/03/28/appello-dei-prigionieri-palestinesi-malati-nelle-carceri-sioniste/).

La Palestina unita, laica e socialista come unica alternativa allo Stato coloniale sionista

Il fatto che Netanyahu e il governo israeliano non abbiano avuto scrupoli a continuare, quando non intensificare, le più becere e violente azioni contro le masse palestinesi anche in tempi e in clima di diffusione di una tale mortale pandemia, dimostra una volta di più, per chi avesse ancora bisogno di prove, che Israele è uno Stato coloniale, razzista/confessionale, assassino, e che va sostituito con uno Stato palestinese laico e multietnico, comprendente la popolazione ebrea e tutte le altre minoranze, sul suo intero territorio storico (precedente l’occupazione sionista del 1948).

Il fatto che Netanyahu e il governo israeliano abbiano addirittura approfittato della contingente allarmante situazione per accelerare la messa a punto dei propri piani annessionisti, supportati e agevolati dall’imperialismo USA (che con il piano Trump vive in quel territorio un ulteriore salto di qualità) dimostra, sempre per chi avesse bisogno di ulteriori prove, che non c’è alcuno spazio per qualsivoglia soluzione dei “due Stati” o dello “Stato binazionale”.

La soluzione non può però venire dalle forze corrotte e incapaci, alla prova dei fatti, della borghesia, anche nelle forme del nazionalismo piccolo-borghese e del panarabismo, ma solo dalla classe lavoratrice, occupata e disoccupata, palestinese, unita alla classe operaia ebrea e a quella di tutti i Paesi del Medioriente e del Nord Africa in una lotta contro l’imperialismo (che non a caso avanza in prove di forza perché teme le continue rivolte popolari che da anni sconvolgono i Paesi arabi) e la miseria umana prodotta dal capitalismo in quei territori. La classe lavoratrice è infatti l’unica classe sociale che può superare qualsiasi divisione etnica o religiosa (oltre che di classe) e unificare le masse oppresse e impoverite tanto contro l’imperialismo quanto contro le settarie tirannie locali, in una lotta rivoluzionaria per la liberazione al tempo stesso nazionale e sociale, per un’emancipazione umana universale. Si pone all’ordine del giorno quindi la necessità storica di una Palestina che, oltre ad essere laica e multietnica come su detto, si liberi in una repubblica socialista, all’interno di una federazione di repubbliche socialiste che abbracci tutta l’area MENA (Medioriente e Nord Africa).

Per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, per l’abolizione dei diritti dei coloni ebrei sui territori confiscati agli arabi nel secolo scorso tramite l’usurpazione delle terre di quel popolo con l’espulsione forzata dal proprio territorio nazionale, per il diritto quindi all’immediato ritorno di tutti i rifugiati palestinesi ovunque attualmente presenti, per la vittoria della rivoluzione sociale e socialista in Palestina e in tutto il Medioriente!

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