La farsa di Bernie Sanders e la bancarotta del progressismo americano

di GA

Ennesima sconfitta ed ennesimo endorsement di Sanders al prossimo candidato democratico, rappresentante degli interessi di Wall Street e del grande capitale americano, in corsa per le prossime elezioni presidenziali contro Donald Trump. Ieri Hillary Clinton, oggi Joe Biden. Il senatore del Vermont perde il pelo ma non il vizio. Integrato perfettamente nell’establishment del Partito Democratico (lo stesso apparato che più volte è riuscito con successo a farlo fuori mediante pratiche corrotte, brogli elettorali e manovre diversive), Sanders ha svenduto ancora una volta le aspettative democratiche del proprio elettorato di riferimento alle destre imperialiste dei democratici e dei repubblicani. Nei fatti non vi è mai stata alcun tentativo di costruire un’alternativa di rottura con un apparato dirigente affiliato alle alte sfere di quel 1%, anzi vi è stata sempre una totale subalternità del terreno della lotta politica al (perdente) terreno elettorale delle primarie, fino ad arrivare al riconoscimento degli avversari come alleati politici. L’illusione naufragata di una riforma (la cosiddetta spinta a “sinistra”) o addirittura di una fantomatica “conquista” della direzione del partito è stata condita col tradimento delle seppur minime istanze programmatiche progressiste sacrificate all’altare dei guerrafondai Barack Obama e Joe Biden. Lo stesso staff politico di Sanders ha minacciato di rimuovere tutti quei delegati che oseranno criticare la politica di Biden senza l’approvazione di Sanders. Queste regole sono contenute nel contratto di elezione dei delegati di Sanders: fra le più controverse si annovera quella di «astenersi dal fare dichiarazioni negative su altri candidati, leader di partito, campagne, personale della campagna, sostenitori, organizzazioni giornalistiche o giornalisti»[1]. L’unità del partito, sostenuta e promossa dalle task force del duo Biden-Sanders nella convention democratica, è testimoniata soprattutto dai giochi politici per la spartizione e la contrattazione del numero di delegati ai progressisti di Sanders.

Lo scenario della crisi economica ed il “fenomeno Sanders”

Nel cosiddetto Occidente progredito e democratico, non vi è paese con un tasso esponenziale di disuguaglianze ed ingiustizie sociali come gli Stati Uniti d’America. Il paese capitalista per eccellenza dove la concentrazione della ricchezza sociale è nelle mani di poche centinaia di famiglie multimiliardarie che controllano tutti i rami produttivi ed economici della nazione. Un’ élite che ha sempre scaricato il costo più alto da pagare per il mantenimento del proprio sistema sociale brutale e disumano su milioni di sfruttati negli USA e nel mondo. Un’ élite che ha fatto sempre rispettare la legge del profitto prima di tutto e ad ogni costo grazie ai servigi resi nel corso del tempo dal Partito Democratico e dal Partito Repubblicano. Un’ élite che rivendica il diritto al dominio imperialista, ossia il controllo per mano economica e militare, del mondo intero. In questo scenario politico, dominato da un noioso alternarsi governativo tra repubblicani e democratici divisi più sui colori (rosso per i conservatori, blu per i democratici – a dimostrazione come la sinistra americana sia sempre stata alla destra della tradizione democratica anche sui colori simboleggianti) che per le politiche imperialiste condivise di rapina sociale nei confronti dei più deboli e di conquista di nuovi mercati da spolpare, ecco che salta fuori un saltimbanco: Bernie Sanders. Durante le sue campagne elettorali per le primarie (2016 e 2020), quest’ultimo ha soltanto e semplicemente denunciato come nel corso di questi ultimi anni i ricchi siano divenuti più ricchi ed i poveri si siano impoveriti sempre più subendo enormi vessazioni. Questo semplice assioma ha contribuito a costruire il mito (culto della personalità) di Sanders come un potenziale rappresentante delle istanze democratiche, pur tuttavia organico nelle file del Partito Democratico. D’altronde essere etichettato dai grandi mezzi d’informazione del capitale di Wall Street come un pericoloso “rivoluzionario socialista” che mina le basi dell’economia americana, ha permesso a Sanders di conquistarsi il riconoscimento di essere preso come modello per tutta una serie di sinistre politiche e sindacali in Europa ed in Italia che soffrono la dura realtà del loro fallimento storico.

L’assenza totale negli USA di una tradizione politica socialdemocratica ha fatto sì che la costruzione di un movimento democratizzante come quello sanderista, nato soprattutto dal sostegno militante di giovani studenti e middle class depauperata dalla crisi, si strutturasse non su basi sociali (come è avvenuto in Europa nei partiti socialisti e comunisti), ma esclusivamente sulla personalità carismatica del proprio leader, onnipresente in tutte le campagne elettorali, ma praticamente assente nelle lotte sociali.

Riforme ideali o difesa dello status quo?

All’inizio della sua campagna alle primarie democratiche del 2020, prima ancora che gli Stati Uniti venissero colpiti duramente dalla crisi sanitaria del Covid-19 (come testimoniano le immagini terrificanti delle fosse comuni per i poveri ad Hart Island – New York), uno dei cavalli di battaglia di Bernie è stata la riforma del sistema sanitario americano in un sistema pubblico ed universale. Medical for All era lo slogan. Sembra paradossale ma proprio nel bel mezzo della crisi pandemica il candidato Sanders ha deciso di abbandonare la corsa dando il suo appoggio al rivale Biden, rappresentante delle ricche lobby farmaceutiche e sostenitore di un sistema sanitario che, a suo modo di vedere, deve rimanere privato. Proprio nel momento in cui si sarebbero palesate distintamente tutte le contraddizioni economiche e sociali, fra chi può permettersi di curarsi e chi invece è destinato a morire di coronavirus in assenza di una copertura assicurativa, creando così un terreno favorevole e propizio per cavalcare un potenziale ciclo di lotte sociali proprio iniziando da una sanità pubblica e gratuita contro Big Pharma, ecco che Sanders ha capitolato al grande capitale, dimostrando ancora una volta come tali programmi democratici siano impossibili da realizzare in un momento di forte crisi economica, quando vi è molto da togliere e nulla da concedere.. Dallo scoppio della pandemia, i democratici, tra cui Sanders, hanno votato all’unanimità il CARES Act che prevede il salvataggio multimiliardario dei grandi gruppi capitalistici di Wall Street, insieme con Trump, hanno costretto i lavoratori a tornare a lavorare in condizioni non sicure, contando che la pandemia continuava a diffondersi. D’altronde bisogna sottolineare come la crisi economica unita alla perdita di milioni di posti di lavoro farà salire sempre più il numero di persone che, sommersi dai debiti, non saranno più in grado di pagare gli alti costi di una assicurazione sanitaria.

Insomma grattando non troppo a fondo ecco che salta fuori il ciarlatano e il venditore di fumo, fedele alleato dello zio Sam, quale è Bernie Sanders.

La totale confusione sotto il cielo delle sinistre e l’assenza di una direzione rivoluzionaria

La scena mediatica e propagandistica del programma di Sanders ha spinto settori “socialisti” della sinistra radicale americana ed italiana o al pieno appoggio acritico, entusiastico e incondizionato su tutta la linea (vedesi i Democrat Socialist of America guidati da Ocasio-Cortez) oppure barcamenandosi nel voler dividere le rivendicazioni programmatiche dal leader, pur tuttavia sostenendolo durante la campagna delle primarie.

Qui si entra nel campo dell’impotenza totale di gruppi politici incapaci di orientare e definire una propria direzione nell’arena della lotta di classe. È il caso di Socialist Alternative (SA) che sfrutta Bernie per poter rimanere nel putrido pantano delle piaghe illusorie della campagna sanderista. Doppiamente colpevoli di aver sostenuto un leader che ha tradito le masse lavoratrici. Nessuna critica di spessore al Sanders traditore, ma soltanto elogi nel ringraziare un uomo che, secondo SA e Kshama Sawant, ha condotto una “rivoluzione politica contro la classe miliardaria”. Una rivoluzione senza colpo ferire e senza alcun rimpianto da parte di questi gruppi politici codisti.

Le recenti rivolte generalizzate a seguito dell’uccisione di George Floyd, da noi sviluppate in una breve nota “Le rivolte di massa colpiscono il cuore del capitalismo”, pongono al centro del dibattito la questione del conflitto di classe fra poveri emarginati, costretti a vivere vite miserevoli in quartieri disagiati, aggravate dalla diffusione del contagio da coronavirus, dalla disoccupazione dilagante e dalla repressione poliziesca, (peggio ancora se appartenenti ad una minoranza etnica) e ricchi banchieri, finanzieri ed industriali che dall’alto delle loro lussuose dimore battono cassa ai loro rappresentanti politici, siano essi Trump o Biden,  nella difesa dell’unità nazionale del capitale.

[1]  https://context-cdn.washingtonpost.com/notes/prod/default/documents/02c8ec3d-881e-4888-a3b2-fbf96711565f/note/434e6e01-25c4-4222-8909-2c844a49a045.#page=1

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