Sinistra del “7 dicembre”: dallo stadio terminale al rigor mortis

L’ “Assemblea delle sinistre di opposizione”, nata tra l’entusiasmo generale degli organizzatori e dei partecipanti[1], è riuscita nella difficile impresa di fare un salto di qualità nella sua disavventura.

Criticammo questa iniziativa sul nascere (si fa per dire, diciamo sul morire), giudicandola un escamotage per donare parvenza di vita a partitini allo stadio terminale, che non hanno saputo e voluto riconoscere le cause del loro declino negli ultimi anni, causato dal retrocesso materiale dell’insediamento nella classe operaia e dal rifiuto di riconoscere il carattere catastrofico del capitalismo, con il dibattersi in continue crisi economiche e la conseguente crisi del regime politico a livello mondiale. Quella crisi, inevitabile per il capitalismo, con cui ogni sinistra che si pretende rivoluzionaria ha il dovere di confrontarsi e che durante quell’assemblea si riuscì a non citare mai, neanche di sfuggita, missione improba e tuttavia compiuta. Come se la decadenza capitalista fosse un fattore secondario e non determinante degli scenari politici sviluppatisi negli ultimi anni, nei quali l’ex centrosinistra si è spostato sempre più a destra (trasformazione delle socialdemocrazie riformiste in partiti borghesi controriformisti), la sinistra radicale, come conseguenza della sua partecipazione ai governi borghesi, è sparita dai parlamenti e soprattutto dai luoghi di lavoro, e le direzioni sindacali, piegandosi alle necessità padronali, hanno cancellato la parola lotta dal loro vocabolario, consentendo la perdita della maggior parte delle conquiste degli ultimi 50 anni, senza neanche far finta di opporsi. Le piccole sinistre “di classe” (senza la classe), invece, hanno perso centinaia di militanti, pagando il prezzo dell’assenza di intervento nel proletariato e di conseguenza di un approccio compulsivamente elettoralista (per coprire l’assenza dell’iniziativa), limitando il proprio intervento nella classe operaia alla pura critica letteraria senza rompere il cordone ombelicale con la ex sinistra di governo e le burocrazie dirigenti dei sindacati.

Il “blocco sociale reazionario che minaccia i diritti e le conquiste democratiche” alla prova della crisi

In una fase di tale generalizzata disperazione sono caduti tutti muri tra la sinistra sedicente rivoluzionaria e la ex sinistra di governo, sino a ieri criticata. Sparisce ogni critica della sinistra “rivoluzionaria” alla sinistra di governo, inclusa quella che partecipò ai governi che bombardarono la Jugoslavia. A dicembre la “urgenza” che veniva segnalata come ragione fondante dell’assemblea era la necessità di costruire un’opposizione di sinistra al governo Conte-bis per contrastare la minaccia dell’avanzare delle destre. Un’analisi impressionista, superficiale, epifenomenica, antimarxista, condizionata probabilmente più dal sentire comune e dal successo delle Sardine (massa piccolo borghese da inseguire, improvvisamente sostituitasi al decennale refrain del PCL sulla costruzione nel “popolo della sinistra”) che dall’analisi delle oggettive condizioni materiali. Criticammo l’assemblea del 7 dicembre argomentando che “l’arrivo delle destre al potere non può risolvere nessun problema posto dalla crisi mondiale e pertanto avrebbe solo un carattere temporaneo, episodico, e addirittura di accelerazione della crisi di regime”.

Come avevamo previsto, la caratterizzazione di una imminente inarrestabile avanzata delle destre si basava su una totale incomprensione della crisi capitalista. Le destre populiste, nel loro sviluppo, hanno sommato una quantità enorme di contraddizioni irrisolvibili e inconciliabili tra loro. Il loro consolidamento come forze di governo o addirittura, come asserisce qualcuno delirando, come “protofascismo”, è ostacolato dal fatto che nessuna di queste forze ha la benché minima possibilità di risolvere la crisi. Il loro arrivo al governo, come prodotto della crisi politica e della debolezza della classe operaia, dà luogo ad un’ulteriore accelerazione della crisi politica.

La paralisi della forza-lavoro, sul terreno della produzione e sul terreno del consumo, causata dall’emergenza corona virus, ha dato il via ad una nuova crisi economica, una profonda recessione già annunciata negli anni scorsi da economisti di qualunque tendenza. Ciò sta dando vita ad una grave crisi politica negli Stati e nelle regioni governati dalle destre.

In Brasile si assiste al tentativo di liberarsi di Bolsonaro da parte del blocco che sino ad oggi ha sostenuto il fascistoide. Il tentativo di privatizzare Embraer, il più grande produttore di aerei, storico feudo delle forze armate, nonché il tentativo di far fronte con Trump in una guerra commerciale alla Cina, soprattutto sul tema della fornitura di soia, sono finiti in un vicolo cieco. Ma è in relazione alla crisi sanitaria che il bolsonarismo dimostra al mondo la propria inconsistenza. Ventotto giorni dopo essere stato nominato al posto di Luiz Henrique Manetta come ministro della Salute, ha gettato la spugna anche Nelson Teich.

Negli Stati Uniti, Donald Trump (che prese tre milioni di voti meno di Hillary Clinton nelle elezioni col più alto tasso di astensione degli ultimi 50 anni) è in un’impasse totale amplificata dalla gigantesca crisi sanitaria che colpisce gli USA. Il tentativo di scaricare sugli Stati federati la gestione della quarantena (e la crisi economica che deriva dalla paralisi delle attività economiche) esacerba le contraddizioni e allarga le crepe interne al regime politico.

In Italia, la Lega di Salvini conosce una significativa battuta d’arresto. Il disastro sanitario in Lombardia (“il modello lombardo”, spacciato come “il miglior sistema sanitario d’Italia”) è un colpo durissimo per l’immagine di Salvini, contro il quale e alle spalle del quale, i gerarchi della Lega Nord (che non è mai morta, checché ne dica chi si è bevuto la storia del lepenismo verde) preparano il ritorno alle posizioni autonomiste, in coerenza con la rappresentanza degli interessi della media borghesia del Nord (“L’euro al Sud non se lo meritano”, “La Lombardia e il Nord l’euro se lo possono permettere”, “Il Sud è come la Grecia e ha bisogno di un’altra moneta”). Questo processo profondo, trova una eco negli scontri interni all’intero blocco del centrodestra, scosso dalla questione del Fondo Salvastati e dell’“assistenza” europea nonché dalla possibilità di sostegno ad un governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi, segnando l’impossibilità di consolidamento di un centrodestra sovranista, esploso ancor prima che cada il governo.

I campioni del fatto consumato

L’elettoralismo continua a penetrare ogni poro della putrescente sinistra italiana, se il 6 marzo, a fronte dell’evidenza del dilagare dell’epidemia e della crisi economica, i nostri eroi affermavano di essere “consapevoli degli elementi di difficoltà legati al contesto. La prossimità delle elezioni regionali e in molti comuni e il referendum del 29 Marzo, forse passibile di slittamento, vedranno impegnate in varie forme le diverse organizzazioni del coordinamento, pur non essendo terreno di intervento dello stesso.”[2]

Pur non essendo terreno di intervento del “Coordinamento” la presentazione elettorale incombente (sebbene poi rimandata a causa dell’epidemia), è la prima delle cause elencate ad impedire lo svolgimento delle campagne programmate dall’assemblea del 7 dicembre. Ovvio: per la sinistra italiana, tanto quella di governo quanto quella “anticapitalista” e “rivoluzionaria”, la presentazione elettorale è un elemento al quale non si può rinunciare, a costo di non preparare politicamente i propri militanti, di non diffondere una stampa regolare, di non dar vita ad un serio lavoro di penetrazione nei luoghi di lavoro a partire dalle grandi fabbriche. Tutto è sacrificabile sull’altare della visibilità.

La seconda ragione che il testo del 6 marzo indicava tra gli “elementi di difficoltà” era la concentrazione dell’attenzione sul diffondersi dell’epidemia[3]. Ma proprio questa catalizzazione dell’attenzione sull’emergenza sanitaria ha rapidamente messo in risalto, e non avrebbe potuto essere altrimenti, che, a causa dell’inadeguatezza del sistema sanitario nel fronteggiare l’emergenza, l’attenzione sulla questione sanitaria si sarebbe trasformata in attenzione sul sistema sanitario, mettendo in chiaro che l’esistenza stessa di questo sistema mette a repentaglio la vita umana. È questione di vita o di morte e i governi capitalisti, che tagliano il budget sanitario, stanno dalla parte della morte. Questa per i rivoluzionari è un’occasione importante, non un ostacolo nel meraviglioso cammino delle campagne politiche programmate il 7 dicembre.

Eppure, da quanto emerge dal documento “Nel cambio profondo di scenario”[4] pubblicato su Facebook il 15 aprile, a spingere oggi l’assemblea delle sinistre di opposizione è uno “scenario nuovo e straordinario”, che li porta a “riarticolare radicalmente l’impianto delle campagne varate il 7 dicembre”.

Al centro della scena torna la questione sociale, lo scandalo dei tagli e delle ingiustizie subite per 30 anni in nome del profitto. Il senso comune di massa ha subito una scossa. Ne esce spiazzato il vecchio immaginario xenofobo e giustizialista di marca leghista (e non solo), come a maggior ragione le culture e i pregiudizi di marca liberista”.

Il lettore distratto potrebbe pensare “meglio tardi che mai”. Dopo aver taciuto sulla crisi economica e sulle conseguenze politiche nei confronti di un intero regime sociale, la sinistra sembrerebbe essersi resa conto del cambio di marcia necessario. E invece anche stavolta si naviga a vista, come si è fatto durante questi anni quando ad ogni tornata elettorale sono stati proposti carrozzoni last minute, non tenendo minimamente in considerazione quello che in Italia e nel mondo stava succedendo. Ciò che il “coordinamento” si limita a guardare è un cambiamento dell’opinione pubblica, in una tipica visione superficiale ed elettoralista. Definire questo scenario “straordinario” è limitante, ed è altrettanto limitante asserire che la questione sociale sia ricomparsa solo oggi. Sono atteggiamenti in linea con quello che già definimmo come un continuo processo di autoassoluzione della sinistra, per il quale la motivazione dei propri fallimenti è stata sempre ricercata nella crisi di coscienza della classe lavoratrice, misteriosamente allontanatesi dalla irresistibile sinistra italiana.

Quello che è accaduto negli ultimi mesi, mette maggiormente in evidenza l’irrisolvibile carattere catastrofico del capitalismo, mostrando un sistema sempre più in difficoltà che non è stato capace di offrire sicurezza ai lavoratori durante l’emergenza e che brancola sempre più nel buio nel trovare una via d’uscita dalla crisi.

Quale socialismo?

Nel documento si fa riferimento alla necessità di “un progetto capace di rapportarsi alla nuova situazione e sensibilità di massa, con un linguaggio semplice e popolare, per riproporre la centralità di una prospettiva anticapitalista” e di “una alternativa di potere che assegni la guida della società alla classe lavoratrice, e la riorganizzi su nuove basi. Per noi questa alternativa si chiama socialismo”.

Di grazia, vorrebbero i soggetti promotori del coordinamento spiegare a quale “socialismo” fanno riferimento?

Forse alla “via italiana al socialismo” di Togliatti e Berlinguer tanto cara al PCI di Alboresi. Quella che tradì le ragioni sociali della resistenza antifascista, permise al grande capitale di ricostruire lo Stato borghese, subordinò gli interessi di milioni di lavoratori italiani alle esigenze del grande capitale e alla ricerca di un posto al sole da parte del gruppo dirigente del PCI.

O forse il “socialismo” di Sinistra Anticapitalista, la cui corrente internazionale[5], dopo aver dichiarato chiusa l’esperienza della rivoluzione d’ottobre, la necessità della rivoluzione socialista e della dittatura del proletariato e di conseguenza la necessità di costruire partiti operai e una Internazionale rivoluzionaria, ha partecipato, diluendosi, alle esperienze dei “partiti anticapitalisti ampi” (ecologisti, femministi e chi più ne ha ne metta…), inclusi quelli che hanno governato con la borghesia, come in Danimarca, in Brasile o in Italia (governo Prodi).

O forse, ancora, il socialismo del PCL, descritto nei suoi documenti fondativi come la democrazia dei consigli dei lavoratori disconoscendo di fatto il governo bolscevico, che a causa della guerra civile, scoppiata pochi mesi dopo la Rivoluzione d’ottobre, governò di fatto senza i soviet e ciò nonostante applicò e sviluppò il programma rivoluzionario che i soviet, conquistati dai bolscevichi, sostenevano.

È proprio la parabola del PCL a offrire all’osservatore un compendio delle miserie della sinistra italiana e del suo opportunismo. In nome della convivenza e del mutuo riconoscimento, sparisce la polemica politica (in realtà la sterile critica letteraria) contro la sinistra di governo, tra le fila della quale vi è il PCI di Alboresi (prima PdCI) che partecipò al governo che si destreggiò in passi significativi nei processi di privatizzazione dell’istruzione e autonomia scolastica, contribuì all’arresto del leader curdo Ocalan, bombardò Belgrado a suon di bombe all’uranio impoverito e disintegrò la Jugoslavia. E allo stesso modo sparisce la polemica politica contro Sinistra Anticapitalista, alla quale il PCL rimproverava i 23 voti di fiducia al Governo Prodi. Il PCL non è nuovo alla critica politica a geometria variabile. Le critiche nei confronti di Sinistra Anticapitalista sparirono durante la stagione delle trattative per la formazione di una lista comune tra PCL, Sinistra Anticapitalista e Sinistra Classe Rivoluzione. Quando Sinistra Anticapitalista finì per preferire Potere al Popolo, il PCL, tradito nell’orgoglio, recuperò la decennale polemica contro SA ricordando le malefatte di quest’ultima ai tempi del Governo Prodi. Per il PCL, e per la sinistra in generale, la polemica politica non serve per fare chiarezza. È una campanella che si agita solo quando ve ne è bisogno, per difendere gli interessi di un altro gruppuscolo alla deriva nel mondo della sinistra. La partecipazione di SA alla maggioranza che sostenne il Governo Prodi fu un lampante esempio di cooptazione da parte dello Stato e giusto è stato ricordare le responsabilità del suo gruppo dirigente. Ma è altrettanto delittuoso seppellire le critiche nei confronti di quel gruppo nel nome del quieto vivere.

Patrimoniale o espropriazioni e della borghesia?

Dopo il riferimento al socialismo privo di qualunque contenuto, gli autori del testo sentono l’esigenza di mettersi “in sintonia con questo scenario nuovo e straordinario” che richiede di “non solo aggiornare ma riarticolare radicalmente l’impianto delle campagne varate il 7 dicembre”.

La riarticolazione è subordinata al cambio dell’opinione pubblica e l’intervento proposto poco dopo consiste, infatti, in una manciata di rivendicazioni minime (il pagamento della cassa integrazione al 100%, patrimoniale, regolarizzazione dei lavoratori immigrati, indulto per reati minori, reddito di quarantena), che mettono d’accordo tutti ma non vanno oltre il campo di una semplice opposizione riformista (a cui, d’altro canto, diverse organizzazioni partecipanti alla “assemblea delle sinistre di opposizione” sono ascrivibili senza neanche tanti sforzi di analisi politica).

Proprio sul terreno della rivendicazione di “una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune”, oggi sventolata da tutta la sinistra “antagonista”, si verifica il carattere democratizzante e rifomista dell’impianto sul quale è articolato il programma delle “sinistre d’opposizione”. L’invocazione di una “patrimoniale straordinaria”, a meno che gli autori del testo non sappiano offrire un’interpretazione alternativa all’aggettivo “straordinaria”, vuol dire un pagamento “una tantum”. Ciò che è all’ordine del giorno, invece, è una lotta per espropriare i capitalisti, espropriare i loro patrimoni, sconfiggerli come classe sociale. Solo così è possibile recuperare le risorse per ricostruire l’economia su nuove basi, sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione.

Lo sciopero generale e il governo operaio

Nei documenti e nelle proposte socializzate dall’Assemblea delle sinistre non viene mai nominato lo sciopero generale. Al contrario, dopo aver elencato una serie di proposte riguardanti il sistema sanitario nazionale con accenni a forme di nazionalizzazione, vi è l’invito a sostenere le proposte tramite una petizione online attraverso piattaforma telematica. La sinistra italiana è totalmente assorbita dal cretinismo democratico. Di fronte ad una crisi economica e politica che mette in discussione la legittimità del dominio borghese, che scuote le fondamenta dell’ordine sociale a livello mondiale, la sinistra italiana continua nel suo processo di autodistruzione. La classe operaia non ha bisogno delle petizioni online. La classe operaia necessita della costruzione di uno sciopero generale prolungato, di tutte le categorie, costruite da assemblee democratiche sui luoghi di lavoro e coordinate sino al livello nazionale, con una grande campagna di raccolta fondi per una cassa di resistenza nazionale. E questo sciopero generale, combattivo, di massa deve avere come fine la spallata al governo Conte (e a qualunque minestrone i partiti della borghesia stanno cucinando per il dopo-Conte) e la lotta per una soluzione operaia e socialista alla crisi economica e politica. Questa soluzione non può che essere il governo operaio.

Continuiamo a pensare che la rimozione del tema della crisi del regime politico e della necessità della lotta per il governo operaio, abbia come unico risultato quello di approfondire la sconfitta e la crisi della sinistra, la quale assume inevitabilmente un ruolo di retroguardia nel confronto con la realtà.

La necessità di un partito operaio rivoluzionario

La sinistra italiana è morta da tempo. L’inasprimento del conflitto sociale e l’irruzione dei lavoratori sul terreno della lotta, piuttosto che ridarle vita, accelererà ulteriormente la sua disgregazione.

Oggi più che mai urge la ricostruzione di una sinistra rivoluzionaria, di un partito indipendente dei lavoratori, basato su un programma rivoluzionario, la cui attività politica si basi su un’analisi materialistica e scientifica (e non impressionistica) del modo di produzione capitalista, e su una strategia rivoluzionaria. Non esistono altre strade percorribili all’orizzonte. Le condizioni materiali del capitalismo mondiale, aggravate dalla pandemia, prefigurano l’inasprirsi della lotta di classe nei prossimi anni. Le lotte sparse per il globo nel 2019, ignorate dalla quasi totalità della sinistra italiana, sono state solo un assaggio e siamo certi che, contro le demoralizzate e demoralizzanti parole di tanti “compagni”, toccheranno anche il nostro Paese. Il ritardo nella costruzione di un partito rivoluzionario che sappia muoversi in uno scenario simile è la più grande colpa della sinistra. Alle giovani generazioni di militanti il compito di fare un bilancio e ripartire.

[1] Nata su iniziativa di PCL, Sinistra Anticapitalista e PCI, aveva visto la partecipazione, nella sua prima assemblea, tenutasi a Roma al Teatro de’ Servi il 7 dicembre scorso, di Potere al Popolo, Rifondazione Comunista ed altri partiti più piccoli dell’universo italiano della sedicente sinistra di classe e antagonista. L’obiettivo dichiarato era coinvolgere il maggior numero di organizzazioni e strutture sia nazionali che locali, a partire naturalmente dalle due principali forze oggi presenti, Rifondazione Comunista e Potere al Popolo. Un’assemblea che avrebbe dovuto “Unire le lotte, contro un Governo padronale e contro le destre reazionarie”, la cui presidenza era composta dalle tre organizzazioni promotrici (Ferrando per il PCL, Alboresi per il PCI, Turigliatto per SA) e da Imma Barbarossa (in rappresentanza della minoranza del PRC che si è impegnata nella promozione dell’assemblea).

[2] https://www.facebook.com/sinistrediopposizione/posts/146930973449149?__tn__=K-R

[3] “In più l’irruzione del coronavirus tende a catalizzare l’attenzione pubblica in forma totalizzante dirottandola sull’emergenza sanitaria” https://www.facebook.com/sinistrediopposizione/posts/116950053113908?__tn__=K-R

[4] https://www.facebook.com/sinistrediopposizione/posts/158229355652644?__tn__=K-R

[5] Il Segretariato Unificato della Quarta Internazionale. Quel che resta oggi del SUQI è orgogliosamente rivendicato come un raggruppamento non strutturato, figurarsi centralizzato, anche e soprattutto nelle proprie linee politiche, di organizzazioni che a malapena si conoscono tra loro. Una corrente internazionale capace di organizzare poco più che i propri campeggi-raduni-feste il mese di luglio.

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