MES E CORONA BOND, FACCE DIVERSE DELL’EUROPA REAZIONARIA.

Di NI

Sin dalle prime settimane di lockdown, è stato evidente che il Corona virus non avrebbe rappresentato solo un pericolo sanitario ma uno shock economico enorme per il capitalismo mondiale. Gli stop e i rallentamenti della produzione e il crollo dei consumi hanno aggravato e accelerato la crisi, accompagnando l’economia in una fase di recessione.

Per evitare che questa non si trasformi in una depressione duratura, tutti i paesi del mondo hanno cercato di correre ai ripari, sviluppando rapidamente un dibattito sulle misure da intraprendere per contenere i danni. Gli stati colpiti più duramente si sono trovati in urgente bisogno di liquidità per affrontare la crisi sanitaria ma soprattutto per salvare i capitali industriali.

A dominare questo dibattito in Europa negli ultimi mesi è stato appunto il dilemma su quale metodo di finanziamento dovesse adottare l’UE per andare incontro alle esigenze dei singoli stati. Una storia già sentita, che ha visto ovviamente tutti gli stati europei d’accordo sul “cosa” (il salvataggio del capitale a spese dei lavoratori che pagheranno di tasca propria un debito pubblico destinato a crescere ulteriormente) ma non sul “come”, dove sono entrati in gioco i singoli interessi nazionali.

Le discussioni hanno visto contrapposti due strumenti che, però, rappresentano soltanto due facce diverse di un’Unione Europea che non può che essere reazionaria e nemica dei lavoratori: il MES e i Corona bond. Come possiamo vedere chi da questo dibattito è completamente estromessa, è proprio la classe lavoratrice orfana, oggi più che mai in quest’Europa del capitalismo decadente, di una sinistra che possa anche minimante rappresentarla.

Breve storia del MES.

Il MES nacque nel 2012 per far fronte alle crisi di debito pubblico acuite dalla crisi economica del 2008, che stavano compromettendo l’esistenza stessa dell’euro. Il 12 Luglio di quell’anno Mario Draghi, allora presidente della Banca centrale europea (BCE), fece il discorso noto come “Whatever it takes” dove disse che la BCE avrebbe messo a disposizione il suo illimitato arsenale monetario come prestatore di ultima istanza per finanziare i debiti pubblici, attraverso operazioni chiamate OMT (Outright monetary transactions), consistenti nell’acquisto diretto da parte della BCE di titoli di stato a breve termine emessi da paesi in difficoltà macroeconomica grave e conclamata.

Tuttavia, dato che i trattati di Maastricht vietavano il finanziamento diretto della banca centrale ai singoli stati, è stato inserito un organismo esterno che regolasse questi finanziamenti: il MES, acronimo di Meccanismo Europeo di Stabilità, che andava in sostituzione del Fondo salva–Stati EFSF, utilizzato qualche anno prima in Grecia.

I finanziamenti che può fornire il MES sono di varia natura: prestiti economici, acquisti di titoli di Stato sul mercato primario e secondario, linee di credito precauzionali, prestiti per la ricapitalizzazione indiretta delle banche, ricapitalizzazioni dirette delle banche (queste ultime finora mai utilizzate). Da quando questi fondi sono operativi hanno già erogato prestiti per 254,5 miliardi di euro a cinque diversi Stati: Grecia (per tre volte), Irlanda, Cipro, Portogallo e Spagna.

L’accesso a questa assistenza finanziaria viene però offerto sulla base di una rigorosa condizionalità politica nell’ambito di un programma di aggiustamento macroeconomico e di un’analisi della sostenibilità del debito pubblico effettuata dalla Troika, ovvero l’insieme dei creditori ufficiali durante le negoziazioni con i paesi, composto dalla Commissione europea, Fondo monetario internazionale (Fmi) e BCE. In Grecia, per esempio, l’applicazione di questi prestiti portò a un vero proprio commissariamento dello stato, seguiti da 10 anni di austerità che la popolazione ha pagato a caro prezzo e al successivo saccheggio da parte di tutta la borghesia europea, compresa quella italiana, del patrimonio pubblico del paese.

Corona bond

I corona bond hanno una storia più recente, relativa appunto all’attuale emergenza sanitaria, anche se potremmo definirli dei discendenti degli Eurobond. Il dibattito su questi fu introdotto all’inizio dello scorso decennio, anch’esso in relazione alla crisi dei debiti pubblici. A portare avanti la proposta furono per primi Junker e Tremonti; tuttavia non hanno mai riscosso molto successo, per le posizioni contrarie della Germania e degli altri paesi più virtuosi.

L’idea di base è quella di uno strumento di debito comune emesso da un’Istituzione Europea per raccogliere fondi sul mercato sulla stessa base e a beneficio di tutti gli Stati Membri, assicurando così un finanziamento stabile e di lungo temine per le politiche richieste per il contrasto dei danni causati da questa pandemia. Insomma, al posto di finanziare i singoli stati attraverso l’acquisto di titoli di stato (obbligazioni, in inglese bond), viene chiesto all’Unione Europea di emettere dei titoli garantiti dall’insieme dell’eurozona e quindi più stabili e con un tasso di interesse più basso dei titoli di stato dei singoli paesi più deboli della zona euro.

I corona bond (così come gli Eurobond) hanno alla base un’idea di Europa più integrata, che è disposta a non far ricadere il pagamento del debito a un singolo stato. L’idea di questa misura è stata portata avanti soprattutto dagli stati più “deboli”, quelli del sud Europa come Italia, Spagna, Francia, Portogallo e ha visto invece opporsi gli stati più “virtuosi” Olanda, Svezia, Danimarca e Austria.

In questa fase chi ha giocato un ruolo fondamentale di apertura è stata la Germania spinta dai suoi interessi economici (ricordiamo che i 2/3 delle sue esportazioni sono limitate all’Europa e la sua economia, anche per la produzione, è legata in maniera indissolubile ad altri stati come l’Italia stessa). Il dibattito tuttavia non ha portato allo stanziamento di corona bond per l’emergenza sanitaria, risolta nel caso italiano con l’accesso a un MES “più morbido” di 36 miliardi, ma allo sviluppo del Recovery Fund, che è sulle prime pagine di tutti i giornali in questi giorni.

Recovery fund

Da quanto è emerso dalla seduta del parlamento europeo del 27 Maggio, l’Europa stanzierà 750 miliardi di cui 500 sotto forma di sovvenzioni definiti unanimemente dalla stampa borghese “a fondo perduto” e i restanti 250 come prestiti. In realtà questi 500 miliardi saranno stanziati con un metodo simile agli eurobond, quindi con titoli stanziati dall’UE, i cui tassi d’interesse effettivi non sono ancora noti, e il debito comune dovrà essere rimborsato entro il 2058, ma non prima del 2028, anche se ripartito tra i vari stati. Come anticipato in un‘intervista da Valdis Dombrovskis, ex presidente della Lettonia e vicepresidente della commissione UE, i soldi stanziati e in particolar modo le sovvenzioni dovranno essere utilizzati per finanziare riforme e investimenti, sotto il controllo della UE.  (Il Sole 24 Ore – 21 Maggio).

All’Italia dovrebbero spettare 82 miliardi di sovvenzioni e 91 miliardi di prestiti.

Si tratta comunque ancora di una proposta che dovrà essere approvata da tutti i 27 stati dell’UE e che potrebbe subire qualche ulteriore modifica e non è da escludere che i Frugal Four (come il Financial Times ha ribattezzato Paesi Bassi, Austria, Svezia e Danimarca) potrebbero riuscire a ridurre l’impatto fiscale complessivo del pacchetto.

La stampa borghese europeista ovviamente ha salutato con gioia questa svolta storica, perché la vittoria delle sovvenzioni sostenute dal debito comune viene vista in primo luogo come conveniente per l’Italia e presentata anche come un primo passo verso una maggiore integrazione europea. Al contrario la retorica sovranista, che poneva il problema dell’Unione Europea su delle superficiali questioni geopolitiche non basate su un approccio economico-scientifico, è entrata in difficoltà.

L’attuale e apparente morbidezza con cui l’Europa si è approcciata agli stati in difficoltà rispetto a come si era comportata con la Grecia nel decennio precedente era prevedibile, data la delicatezza della situazione; tuttavia, anche se non sono minacciati commissariamenti e Dombrovskis ha tenuto a specificare come l’influenza dell’Europa sarà applicata sotto forma di consigli e non di obblighi, l’austerità ci sarà inevitabilmente. Quello che rimane e si acuisce, infatti, è l’enorme conflitto di classe su cui si basa il progetto reazionario dell’Europa Unita, che in un momento di crisi così acuta sarà il fulcro della storia che vivremo i prossimi anni. Chi pagherà prestiti e sovvenzioni che si andranno a sommare ai debiti pubblici, sarà sempre la classe lavoratrice, il cui ruolo assegnatole dal capitalismo è quello di pagare il conto ad una classe di parassiti sociali, i banchieri e gli industriali.

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