PANDEMIA, DEVASTAZIONE AMBIENTALE E CRISI ECONOMICA DA LOCKDOWN

di Delia Carloni

L’attuale pandemia generata dalla diffusione su scala mondiale di una nuova specie di coronavirus ha posto all’attenzione della popolazione intera, i rischi concreti dello sfruttamento incontrollato dell’ambiente. In questi mesi, è stato detto e scritto tanto sull’origine delle recenti pandemie e il loro legame con le problematiche ambientali. Fatto sta che si sta prendendo sempre più consapevolezza di come queste stiano diventando sempre più frequenti e ravvicinate nel tempo, nonché della loro pericolosità.

È ormai chiaro a tutti che l’esposizione alle pandemie, al di là delle cause più immediate delle stesse, ha una causa più profonda: la distruzione a ritmi accelerati degli habitat naturali. Virus sono comparsi infatti in zone dove prima non erano mai stati riscontrati. Gli esempi sono numerosi: HIV, ebola in Africa dell’ovest, Zika sul continente americano, ecc. Molti sono di origine animale e riguardano specie selvatiche e domestiche. Nel caso degli animali selvatici, in particolare, si tratta di specie in cui questi microbi vivono senza recare alcun danno (come d’altronde succede anche a noi). Il loro è un rapporto di coesistenza di cui, in molti casi, beneficiano entrambe le parti. Il problema principale non è l’esistenza di una specie selvatica o di un dato microorganismo. Il problema è sta nel fatto che la distinzione tra il nostro ecosistema e il loro praticamente non esiste più. La specie umana ha invaso tutti gli ecosistemi del pianeta e, distruggendo gli habitat naturali di molte specie animali con la deforestazione, l’urbanizzazione e l’inquinamento, ha determinato dei contatti inattesi. I pipistrelli, ad esempio, tendono a cercare ripari nascosti e bui nelle grotte, nelle fessure delle rocce e nelle cavità degli alberi all’interno del tronco. È chiaro come le attività di cava e la distruzione di massicci rocciosi per ricavarne le materie prime litiche e minerali va direttamente a limitare il loro habitat naturale, così come la deforestazione. Numerosi sono gli studi che in tempi recenti hanno gettato l’attenzione su come queste attività incontrollate nella regione dell’Ubei siano alla base dell’esplosione dell’epidemia nella città di Wuhan e nella regione in generale.

Come sempre, i contatti improvvisi tra specie e individui provenienti da diverse realtà ecologiche portano in sé dei rischi. In primo luogo perché il loro incontro è nuovo e non esistono a priori dei meccanismi di interazione, di difesa naturale (gli anticorpi nel caso del contatto con una nuova specie di virus ad esempio). In secondo luogo perché non è assolutamente scontato che questo incontro sia innocuo per una delle due parti. Non dovremmo mai dimenticare che anche gli umani sono portatori (anche sani) di malattie e che diversi secoli fa gli Europei arrivati nel continente delle Americhe contaminarono i gruppi locali con diversi agenti patogeni di cui erano portatori e per cui quelle popolazioni indigene non erano immunizzate. Questo fenomeno assunse dimensioni tali che oggi si è soliti dire che gli Europei hanno conquistato le Americhe con le armi, l’acciaio e le malattie, secondo una espressione che è diventata popolare grazie all’omonimo libro di Jared Diamond. Ad ogni modo, c’è una differenza importante tra questo esempio storico, seppur significativo, e le pandemie di epoca recente: queste ultime si potevano evitare.

Le pandemie recenti si potevano evitare perché la specie umana è arrivata ad un livello di sviluppo tale che, come già diceva F. Engels nella “Dialettica della natura”, ha sviluppato la “capacità di conoscere le leggi (della natura, ndr) e di impiegarle in modo appropriato”. La comunità scientifica conosce gli organismi viventi e il loro funzionamento, conosce i rischi della devastazione ambientale, conosce i rischi del vivere in metropoli iperconnesse con il resto del mondo. Dei meccanismi che hanno determinato e regolato l’attuale e le precedenti pandemie, nessuno è nuovo, nessuno è sconosciuto. Il problema è che nel sistema economico attuale tutto è merce da sfruttare e vendere, e attraverso la quale realizzare un profitto. La produzione di beni e servizi non è pianificata e organizzata in maniera coordinata tra i vari operatori della stessa. Non si produce un bene nella quantità in cui è necessario, ma nella quantità in cui conviene, nella quantità che può generare un profitto. Centinaia di migliaia di aziende producono in eccedenza e competono per spacciare i loro prodotti sul mercato accumulando sistematicamente l’invenduto che ad un certo punto provvedono perfino a distruggere. Il tutto devastando irrazionalmente l’ambiente in misura decisamente maggiore rispetto al necessario. Le materie prime sono estratte in eccedenza, le foreste sono distrutte in eccedenza, l’energia è consumata in eccedenza. Le conseguenze di questo sistema economico irrazionale sono conosciute da lungo tempo anche per quanto riguarda la sanità, in particolare lo sviluppo e la propagazione delle epidemie.

La pandemia e le relative misure di contenimento adottate su scala globale hanno avuto indubbiamente un impatto positivo sulla riduzione dei livelli di inquinamento ambientale. I dati sono chiari in questo senso: vi è stata una riduzione del 17% delle emissioni nocive di anidride carbonica nell’atmosfera, tanto per citarne una. La riduzione, direttamente o indirettamente indotta dal lockdown, della circolazione di persone (ovviamente, non ci si sta riferendo ai fenomeni migratori) e merci ha permesso di abbassare il livello di inquinamento dell’aria, dei fiumi e dei territori in generale, e ha permesso di limitare la produzione di rifiuti. Direttamente perché alcune attività produttive di beni e di servizi sono state temporaneamente interdette o limitate nei loro ritmi; indirettamente perché la politica dello “stare a casa” e il ricorso al lavoro a distanza, ove possibile, ha ridotto gli spostamenti delle persone e le occasioni di consumo in generale. Dove non è stata limitata l’offerta di beni e servizi, è venuto quindi meno il consumatore che non aveva il diritto legale di consumare alcuni beni o servizi. Certamente, uno dei problemi più importanti della società attuale è il “consumismo”, ovvero il sovra-consumo ben oltre i livelli del realmente necessario nei Paesi più sviluppati del mondo. È anche vero però che questo problema è indotto dalla sovrapproduzione delle merci e dell’offerta di servizi, fenomeno che esiste a priori nel capitalismo perché queste non sono pianificate sulla base delle reali necessità, ma piuttosto sulle possibilità di profitto. Inoltre, l’accumulo dell’invenduto, che ripetiamo esiste a priori nell’attuale sistema economico, deve essere tenuto sotto controllo per limitare le, comunque inevitabili, crisi che ciclicamente interessano il mercato. La crescita economica, costantemente ricercata, altro non è che il risultato della maggiore produzione e del maggiore consumo. Non a caso esiste oggi un intero settore che si occupa esclusivamente di indurre il bisogno artificiale con l’uso di tecniche sempre più raffinate e per il quale le aziende spendono fior fior di milioni (pubblicità, marketing…). Quando l’invenduto si accumula troppo, banalmente, l’azienda, ovvero i capitalisti che fanno impresa per acquisire un profitto, devono tagliare i costi e la prima cosa che fanno è sì ridurre la produzione, ma quindi anche la forza lavoro impiegata. In poche parole: licenziano. Consumare di meno significa, in questo sistema economico, mettere a rischio il nostro posto di lavoro e quello dei nostri vicini. Non a caso a causa del lockdown molte economie statali sono entrate in recessione e il sistema economico è andato in crisi su scala globale. Una crisi che non conosce precedenti, peggiore della famosa crisi del ’29 del secolo scorso e di quella del 2007-2008 da cui non ci siamo mai ripresi, soprattutto in Italia. Prendiamo il caso degli USA, uno dei Paesi economicamente più potenti (e più inquinanti) al mondo: 20,5 milioni di posti di lavoro sono andati in fumo solo negli ultimi due mesi e tanti altri lo faranno presto con le conseguenze del sotto-consumo indotto dal lockdown e dell’ulteriore impoverimento generale delle masse. Anche in Italia, sebbene sia stato imposto un blocco temporaneo dei licenziamenti per i mesi da marzo a giugno, il numero di disoccupati è aumentato. Molti contratti a tempo determinato non sono stati rinnovati, molti contratti stagionali non sono mai partiti, alcune piccole attività hanno chiuso per non riaprire mai… L’INPS ha comunicato che a marzo le domande di assegno di disoccupazione sono aumentate del 37,2% (142.348 richieste, il 2.953,6% in più dello stesso mese dello scorso anno!). Consumare meno ci ha impoveriti e ci impoverirà ancora.

Con questo non vogliamo dire che bisogna consumare secondo i livelli attuali o addirittura sempre di più, al contrario. Riteniamo che la sovrapproduzione, il ricorso all’usa e getta, all’obsolescenza programmata e al bisogno artificiale sia una prassi strumentale e indotta che andrebbe cancellata dalla faccia della terra. Ma bisogna essere consapevoli che la riduzione dei consumi di per sé non è una soluzione ai mali che affliggono il nostro pianeta, dal punto di vista ambientale e sociale. Nella produzione al fine di profitto non c’è niente di razionale, non c’è niente di conveniente per le masse. I lavoratori vengono sfruttati, alienati dal prodotto del loro lavoro, la sovrapproduzione devasta l’ambiente a ritmi e in misura nettamente maggiore delle reali necessità, la distruzione degli ecosistemi e la prossimità estrema degli individui genera le epidemie, la circolazione non necessaria di merci e persone (ribadiamo nuovamente che non ci si sta riferendo ai fenomeni migratori) genera le pandemie… La convenienza è solo per chi accumula profitti. Per questo motivo, se vogliamo salvare il pianeta, dobbiamo pianificare la produzione. Dobbiamo cancellare il modo di produzione capitalistico e produrre in base alle reali necessità e secondo modalità che siano rispettose dell’ambiente naturale. Per salvare il pianeta, per salvare noi stessi.

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