Una risposta operaia a Maurizio Landini

di GA

Le recenti interviste rilasciate dal segretario della CGIL il 29 Aprile al quotidiano “Il Manifesto” ed il 1 Maggio a “Repubblica” meritano decisamente una risposta forte dal versante della classe lavoratrice contro questa burocrazia sindacale parassitaria che controlla la CGIL. Sono ormai decenni che il maggior sindacato confederale si piega senza colpo ferire alle politiche antioperaie dei rispettivi governi del capitale, da Berlusconi fino ad arrivare al Conte bis. La grave crisi economica ha colpito duramente anche le relazioni fra sindacati e parti padronali, segnando così lo scontro a vantaggio di questi ultimi. Ogni direzione sindacale ed ogni segretario generale (Epifani-Camusso-Landini), pur di salvare la propria autoconservazione organizzativa, pur di sopravvivere come aristocrazia burocratica ai danni dei propri iscritti, ha sacrificato la lotta sindacale con azioni come gli scioperi, i picchetti, le occupazioni per confortevoli tavoli di concertazione con governo e padronato.

Il “senso di responsabilità” dei pompieri sindacali

Nel pieno della pandemia e nel bel mezzo di un conflitto infuocato con la Confindustria, rappresentata perfettamente da Bonomi, che invocava ed otteneva una riapertura immediata dei principali settori produttivi, il pusillanime Landini oggi plaude al «senso di responsabilità generale che commuove ed inorgoglisce» (Il Manifesto, 29/04) dimostrato dai lavoratori. Sicuramente la responsabilità obbligata si è scontrata con l’irresponsabilità dei dirigenti sindacali di Cgil, Cisl e Uil che hanno scelto il profitto degli imprenditori alla salute dei lavoratori e delle lavoratrici. La realtà ha dimostrato come il distanziamento sociale, la sanificazione degli ambienti e i dispositivi di sicurezza costituissero uno scenario che non solo si scontrava con realtà produttive (necessarie e non) dove il contatto umano è di per sé inevitabile in luoghi concepiti coi criteri della ottimizzazione e della massimizzazione concentrata degli spazi (es. catena di montaggio, postazioni di lavoro, spogliatoi, mense, bagni, ecc), ma veniva nei fatti denunciato da diversi lavoratori, impiegati dalla sanità fino ad arrivare alla logistica. Ma Landini, senza vergogna, si vanta di come «l’Italia è l’unico Paese in cui tutti i sindacati e tutte le associazioni degli imprenditori hanno firmato un protocollo sulla sicurezza sul lavoro e sui criteri per la ripresa […] Un fatto importante che mi fa sperare in una svolta nel mondo del lavoro italiano» (Repubblica 01/05).

Questo dover essere “responsabili” agli occhi della borghesia è ormai diventato un mantra che qualsiasi rappresentante politico e sindacale ciclicamente ripete in ogni fase acuta della crisi del sistema capitalistico per giustificare proprio quelle manovre che vanno contro gli interessi degli sfruttati di questo sistema. L’ «era della responsabilità» (Repubblica 01/05) di Landini si traduce nella era di nuovi tradimenti ed accordi capestro!

Sempre nell’intervista di Massimo Franchi, Landini dichiara: «mi ha colpito la fragilità del nostro sistema sociale e in particolare quello dell’assistenza delle persone» (Il Manifesto 29/04). Invece a noi colpisce che Landini sia colpito che lo sfascio del sistema sanitario e la sua lottizzazione nel settore privato siano stati accettati dal sindacato con una resa senza precedenti. Come potersi sorprendere, caro Landini, della fragilità del sistema sociale quando la CGIL ha lasciato passare la cancellazione dell’art. 18 e il ricatto padronale con l’arma del licenziamento, l’aumento della precarietà con il Jobs Act, l’innalzamento dell’età pensionabile con la legge Fornero? Quegli «ultimi posti della piramide salariale» (Il Manifesto 29/04) ricoperti da «persone pagate poco e male o persino precarie» (Il Manifesto 29/04) rimarranno ultimi a vita con questa politica sindacale dannosa e criminale. In questo scenario di paralisi non è, caro Landini, il “momento di ripensare” ma il momento di agire e portare un attacco diretto contro il mondo del padronato che già pianifica chiusure, licenziamenti e cassaintegrazioni in barba agli stessi decreti governativi. Ma la burocrazia non adempirà mai questo compito se non spinta dalla base cosciente dei lavoratori che inevitabilmente pagheranno sulla propria pelle i costi della crisi economica. Non a caso Landini ha sostenuto che «il confronto con il sistema delle imprese è stato complesso ma costruttivo» (Il Manifesto 29/04) ed infine ha lodato la “responsabilità” della maggioranza degli imprenditori nella firma del protocollo, limitando le pressioni sulle riaperture a tutti i costi solo ad «ad alcune aziende» (Repubblica 01/05). Il freno sociale è stato tirato.

Lo “Statuto dei Diritti” di Landini vs lo “Statuto dei Lavoratori”

Proseguendo la sua rilassata intervista, Landini prospetta un fantomatico “Statuto dei Diritti”. Egli dice: «è in ogni caso il tempo di un nuovo Statuto dei Diritti in capo alle persone che lavorano e non semplicemente legato al tipo di rapporto attivato […] va riconfigurato il diritto del lavoro, il diritto alla formazione permanente e il welfare per tutelare e promuovere le nuove condizioni che hanno prepotentemente posto globalizzazione e innovazione tecnologica. Credo che questa sia la strada per affrontare la deriva del lavoro povero e della povertà in generale» (Il Manifesto 29/04). Bisogna spiegare al signor Landini che le sfide della globalizzazione si pongono sul terreno di chi comanda, ovvero di chi detiene il potere politico ed economico. Le conseguenze della globalizzazione e l’accaparramento di nuovi mercati attraverso politiche neoliberiste sfrenate (anche sul terreno del c.d. “green e tecnologico”) si riflettono nella più grande crisi di sovrapproduzione capitalistica, che ha costretto e costringe la distruzione di merci e forza lavoro dinanzi alla prospettiva della caduta del saggio di profitto.

Pertanto il nostro venditore di fumo Landini avanza la necessità di un piano di investimenti e diritti con cui il mercato stesso garantirà la prosperità agli stessi lavoratori, magari lavorando tutti insieme carnefici e vittime. È emblematico di come la vacuità di tale piano non riporti minimamente alcun riferimento alla soglia minima salariale, alle ore di lavoro ed alle condizioni contrattuali. Una cosa è certa: se Landini si aspetta che la borghesia di punto in bianco si ravveda e riconosca, andando paradossalmente contro i propri interessi, diritti elementari che ha contribuito ad eliminare nel corso di questi ultimi anni, sappia che in questi termini la sconfitta è assicurata. Difatti la storia del conflitto sociale fra capitale e lavoro insegna che senza una fase di lotte acute non vi è miglioramento delle condizioni oggettive dei lavoratori e questo lo ha dimostrato l’insegnamento delle lotte degli anni Sessanta e Settanta, le quali contribuirono alla concessione dello Statuto dei Lavoratori, successivamente smantellato.

L’accordo tra Fiat Chrysler Automobiles (FCA) e FIOM-CGIL

In questa prima fase gli scioperi spontanei negli stabilimenti della Fiat in Italia, specialmente a Pomigliano d’Arco e Melfi, e della Chrysler negli USA, sono stati senza dubbio un indicatore importante sullo stato di preoccupazione dei lavoratori relativamente al rischio di ammalarsi e contrarre il virus. Scioperi che hanno scavalcato, a quanto sembra, le stesse indicazioni delle burocrazie sindacali, incapaci di tutelare in quella fase la salute dei lavoratori, obbligando questi ultimi a scioperare proprio in uno degli stabilimenti oggetto di rappresaglia sindacale come quello di Pomigliano d’Arco, dove il famigerato piano Marchionne segnò la spianata per un attacco padronale di grandi dimensioni ai diritti dei lavoratori e agli stessi posti di lavoro. Non dimentichiamo che allora la CGIL, guidata dall’allora segretario Guglielmo Epifani, si espresse favorevolmente all’accordo, in linea con FIM-CISL e UILM-UIL, invitando gli operai a votare per il SI al referendum sul Piano Marchionne. Immemore degli sviluppi infausti di quest’ultimo, con il dimezzamento del numero di operai impiegati, turni di lavoro massacranti, diritti sindacali violati, istituzioni di reparti confino, ecc., Landini candidamente afferma: «in Fca la Fiom-Cgil ha firmato un accordo per la gestione dell’emergenza e per la ripartenza in sicurezza. Un accordo positivo nel merito e nel metodo che ha messo fine, spero definitivamente, alla stagione degli accordi separati».

L’assenza della parola “lotta” dal vocabolario di Landini

In entrambe le interviste Maurizio Landini sta ben attento a non menzionare la parola d’ordine della “lotta”, non solo né contro il governo Conte (di cui il PD, braccio politico della CGIL, è parte integrante) né contro la Confindustria, ma addirittura neppure per la realizzazione delle sue vaghe rivendicazioni democratiche, che vengono infiocchettate ed impacchettate al fine di recapitare ancora una volta un nuovo raggiro a migliaia di lavoratori. A sostegno di ciò, il filisteo Landini si sbraita con veemenza ed invoca «nuove forme di democrazia, solidarietà e partecipazione. “Insieme con giustizia”». (Il Manifesto 29/04), o di «investire sul sistema pubblico, sulla sanità, la scuola e la formazione […] sulle priorità industriali e sul rapporto con l’ambiente […] scrivere un protocollo con questi principi firmato dalle parti sociali e dal governo, che dia un indirizzo nuovo all’economia italiana». Ecco servito l’ambito ed amato tavolo di concertazione con i suoi alleati padronali e di governo, tanto cari a questa burocrazia sindacale che aspira a nuovi posti al sole.

Questa politica sindacale è diventata ormai nociva alla classe lavoratrice. È necessario costruire una nuova direzione sindacale che si batta contro il virus della burocrazia e che lotti realmente per gli interessi reali dei lavoratori e delle lavoratrici, che quotidianamente subiscono ricatti, angherie e condizioni di bestiale sfruttamento.

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