Per un 1° MAGGIO internazionale di lotta. Per la rivoluzione socialista mondiale.

L’attuale pandemia di Corona virus sta fungendo da straordinario acceleratore della crisi economica mondiale, colpendo in pieno un sistema capitalista in cui la borghesia ha già da tempo perso la propria iniziativa strategica. Ma, al contrario di quanto ribadito dai tanti guru delle nuove sinistre sempre alla ricerca di nuovi settori di intervento politico, tale crisi pandemica ha anche portato nuovamente alla luce la centralità del conflitto chiave di tale sistema, il conflitto capitale/lavoro, poiché non c’è stato nessun settore della società in cui l’attuale crisi sociale è esplosa con più virulenza che nei luoghi di lavoro (infatti, in Italia la mappa dei contagi coincide con la mappa dei principali centri industriali). La lotta della classe lavoratrice assume oggi i connotati di una lotta per la vita.

Il governo che oggi vorrebbe governare il ciclone della crisi economica e di quella sanitaria, è un governo debole, fuori da ogni possibile stabilizzazione. Le principali forze politiche che lo compongono, il Partito Democratico, il partito del grande capitale italiano, e il Movimento 5 Stelle, è in crisi verticale di consenso. Un governo debolissimo che oggi tenta un rafforzamento d’immagine proprio nella gestione dell’emergenza sanitaria. Se non fosse che si tratta di “un esercito senza armi” perché qualunque siano le misure economiche messe a disposizione, con o senza l’aiuto della UE, non saranno sufficienti a risollevare i profitti senza dover ricorrere a politiche di massacro sociale per le masse lavoratrici e per le classi popolari. Un governo debolissimo, tenuto in piedi dal fatto che non ha finora avuto un’opposizione nella società. Né ciò che resta della sinistra né i sindacati maggioritari (a partire dalla CGIL) si oppongono, anche oggi nel pieno di una crisi che minaccia la vita stessa, ad un governo che, al di là della propaganda nel clima di emergenza sanitaria “nazionale”, continuerà l’opera di tutti i governi borghesi precedenti, a partire dall’amministrazione delle politiche di “austerità”.

Una debolezza, quella del governo italiano, riscontrabile anche nell’atteggiamento altalenante assunto nelle decisioni per fermare la diffusione della pandemia. Anche il governo italiano, come tutti i governi borghesi, oscilla tra le esigenze di preservazione della forza lavoro, della salute quindi delle masse lavoratrici (non per motivi etici o morali ma per la necessità che si ha di essa per il funzionamento del sistema capitalista), e il dover cedere alle pressioni di chi detiene realmente il potere, industriali e banchieri (che alla salute dei lavoratori antepongono la continuità del profitto). I decreti emanati in Italia sono il frutto di questa doppia pressione. Tali decreti governativi, nonostante si prefiggessero lo scopo di chiudere la produzione non essenziale, hanno comunque permesso il proseguimento di quasi 2/3 della produzione.

Il nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, proviene dall’associazione locale più importante degli industriali, quella Assolombarda che ha avuto un ruolo centrale nella correlazione tra il numero considerevole di morti e contagiati dal Coronavirus in Lombardia e la scelta criminale di continuare a tenere attiva la produzione in quella regione. Nonostante sindacati supini e governo dalla propria parte, la nuova Confindustria a guida Bonomi giudica entrambi colpevoli di aver alimentato un forte sentimento anti-industriale. Sentimento che Bonomi giura di combattere poiché nemico di quella “coesione sociale” necessaria per il rilancio del “sistema Paese”, per il quale occorre lealtà tra tutte le parti sociali, che significa nient’altro che l’azzeramento di qualsiasi minima rivendicazione da parte dei lavoratori.

Tra rabbia e timori, nell’assenza di piattaforme sindacali di lotta, il conflitto si è manifestato attraverso scioperi spontanei nelle aziende, a partire dalle grandi realtà industriali italiane come quelle del settore automotive, FCA Group (ex-FIAT), oppure PIAGGIO. Solo sotto la spinta di tali mobilitazioni spontanee, CGIL, CISL e UIL, al tavolo con governo e Confindustria, hanno firmato un protocollo vergognoso di 13 punti per garantire il proseguimento della produzione “in sicurezza”. Questi punti, già insufficienti di per sé per un serio contrasto dell’epidemia, non sono stati neanche messi in pratica, come hanno denunciato molti lavoratori che parlano di fabbriche in cui mancano mascherine, guanti, postazioni di lavoro che garantiscano il distanziamento sociale stabilito come misura di sicurezza e del conseguente affollamento inevitabile dei mezzi pubblici nelle ore di punta per recarsi al lavoro.

Per questo la mobilitazione, prosegue. Con il supporto di alcuni sindacati di base, gruppi di lavoratori che iniziano ad autorganizzarsi, realtà della sinistra di classe e di movimento, la risposta dei lavoratori e delle lavoratrici continua con astensioni dal lavoro e denuncia pubblica delle condizioni in cui versano fabbriche, uffici e luoghi di lavoro in generale. È una risposta però tuttora frazionata e quindi più debole. Anche per questo occorre rivendicare, oggi più che mai, in barba ai divieti imposti da Stato e padroni, l’immediato SCIOPERO GENERALE.

Tra coloro su cui grava come sempre il peso delle crisi ci sono le donne, ed in particolare le donne lavoratrici. Innanzitutto, la forte contrazione della possibilità che avrà il mercato del lavoro di assorbire forza lavoro, quindi la crescita esponenziale della disoccupazione, vedrà l’espulsione dalle attività produttive soprattutto delle donne, che i padroni ritengono sempre un peso maggiore rispetto agli uomini in quanto depositarie di alcuni diritti specifici, relativi a lavori di cura e maternità. Senza contare il fatto che nel nostro Paese le lavoratrici sono in buona parte impiegate in alcuni settori già di per sé precari, come quelli relativi ai sevizi. Ciò significa che in questa fase il rischio di perdita del lavoro è più reale che mai visto che proprio quello dei servizi e i settori più deboli e precari in generale sono e saranno i maggiori ad essere colpiti dalla attuale crisi.

All’interno degli stessi provvedimenti legislativi d’emergenza, poi, le donne lavoratrici sono oltremodo danneggiate. La chiusura dei servizi educativi per l’infanzia e delle attività scolastiche ha avuto pesanti ricadute sulla quotidianità delle donne che, dall’oggi al domani, si sono ritrovate a dover badare ai figli anche per quelle ore della giornata in cui sono normalmente a scuola. Questo, ovviamente, in aggiunta alle mansioni che già svolgevano in casa e agli impegni lavorativi che caratterizzano la loro routine. Alcune sono costrette a dividersi tra telelavoro, lavoro di cura e istruzione dei figli, faccende domestiche. Altre ancora sono disoccupate o hanno ricevuto una riduzione o un azzeramento delle ore di lavoro a causa delle misure di contenimento del virus. Poi ci sono quelle in ferie forzate, in “vacanza”. Bella vacanza quella che costringe le donne al lavoro di cura 24/7 senza possibilità di riposo, bella vacanza quella che tiene le donne impegnate a capire come far seguire ai figli le lezioni a distanza.

Ancora, visto il perenne problema della violenza domestica, la quarantena per alcune donne, in particolare quelle donne economicamente dipendenti dal proprio compagno, non rappresenta affatto una esperienza piena di gioia e serenità.

L’esperienza della pandemia ha quindi posto ancora una volta all’ordine del giorno la necessità di svincolare la donna dal ruolo di moglie e madre, trovando delle soluzioni che possano essere valide in situazioni tanto di normalità quanto di emergenza. Queste devono partire dal presupposto che tutti, uomini e donne, devono avere accesso ad un lavoro e ad un salario e che il lavoro di cura deve avvenire in maniera collettiva e socializzata. Qualora situazioni di emergenza sanitaria come quella attuale impongano il distanziamento sociale e la chiusura di adulti e minori in casa, non si può sovraccaricare i lavoratori e le lavoratrici anche del lavoro di cura in aggiunta al lavoro produttivo. Anche per questo motivo le attività produttive non essenziali in frangenti come quello attuale vanno fermate fino a quando sarà necessario alla tutela della salute collettiva.

Il numero dei contagi sta scendendo molto lentamente. Ma la riapertura delle attività ferme, in queste condizioni lascia presagire una nuova impennata di contagi e morti. In questa fase, pretendere la ripresa totale della produzione e contemporaneamente che si eviti una seconda ondata esplosiva dei contagi è quanto di più ipocrita e criminale. Ma questo è ciò che rappresentano i governi della borghesia e il sistema capitalista. L’unico governo che avrebbe potuto mettere la salute della popolazione davanti a tutto, pianificando la risposta e la gestione di una tale tipologia di emergenza, è un governo operaio.

Per questo la questione del potere e l’esproprio della borghesia devono diventare i punti essenziali nella ricostruzione di una sinistra rivoluzionaria! Al contrario di quanto sostengono le sinistre democratiche, quelle democratizzanti, siamo di fronte ad una crisi del regime politico della borghesia, il capitalismo non ha più niente da offrire. Occorre un nuovo sistema economico e sociale, le classi lavoratrici devono lottare per la rivoluzione socialista e il governo operaio, e questo pone all’ordine del giorno la costruzione di Partiti Operai Rivoluzionari e di una Internazionale Operaia Rivoluzionaria.

Prospettiva Operaia

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