SOTTO I COLPI DELLA CRISI CAPITALISTA E DEL CORONAVIRUS CROLLA IL TESSUTO DELLA PICCOLA E MEDIA IMPRESA ITALIANA MA A PAGARE SARANNO I LAVORATORI E LE LAVORATRICI!

di FB – GC – RdB

La montagna, il governo Conte, continua a partorire topolini, disposizioni e decreti attuativi in tema di salute pubblica in generale e nei luoghi di lavoro in particolare. E sono topolini voluti e preconfezionati dai capitalisti italiani, industriali di ogni ordine e grado.

Perché ammende salate vengono continuamente specificate e commissionate per tutti, per chi mette il naso fuori casa, per chi si sposta da un Comune ad un altro, per chi viene colto sprovvisto delle introvabili mascherine, ecc., mentre per i padroni il quadro resta nebuloso e altalenante nelle disposizioni e soprattutto nelle sanzioni che riguardano le proprie attività produttive, a partire dalle serrate e dai fermi produzione.

Dopo il Dpcm dello scorso 22 marzo, in cui si intimava la chiusura di tutti quei settori ritenuti non indispensabili (quindi con la giusta eccezione delle filiere agroalimentari, farmaceutiche e dei trasporti), la mobilitazione della Confindustria e di tutte le sue ramificazioni locali non è tardata ad arrivare. Tanto che la viceministra 5Stelle al Mef (Ministero di Economia e Finanza), Laura Castelli, si è subito affrettata a rassicurare: “stiamo già lavorando al prossimo Decreto legge in cui prevederemo, sulla base del calo dei fatturati, un ristoro per le imprese”. Era stato Boccia in persona a scrivere la lettera di Confindustria a Conte, all’interno della quale lamentava il disappunto degli industriali per quella che solo dei cinici come loro possono ritenere realmente una serrata dell’Italia a livello produttivo. Il rischio perdita è di 100 miliardi di euro al mese ha ribadito poi in una intervista a radio Capital, e giù con i soliti attacchi ai sindacati, che, ancora una volta, solo un cinico come lui può accusare di avere un comportamento realmente conflittuale con il mondo dell’impresa (il padronato, meglio!). Addirittura Confindustria si è spinta a battagliare per il rinvio di più giorni possibile dell’attuazione dei provvedimenti governativi in merito alla produzione, che è il motivo per cui i sindacati dei metalmeccanici hanno proclamato lo sciopero del 25 marzo in più regioni. Contemporaneamente, anche il presidente di Confapi (la confederazione italiana della piccola e media industria privata), Casasco, proprio come il suo omologo di Confindustria, Boccia, ha lanciato il suo barbaro grido d’allarme: “Molti container arriveranno nelle fabbriche italiane per scaricare merci e i fornitori esteri già minacciano penali, se il blocco entrasse in vigore subito. Chiediamo poi al governo di esentare dalle tasse il differenziale di fatturato delle PMI rispetto al mese precedente. E di prevedere un vantaggio fiscale per gli imprenditori che quest’anno lasceranno gli utili nel capitale sociale delle aziende”. Anche al tempo di una crisi in cui i lavoratori e le lavoratrici rischiano di perdere molto più che quote di fatturato, piccoli e grandi padroni chiedono a gran voce regalie finanziate da soldi pubblici, quindi dalle classi lavoratrici stesse, che delle casse di Stato sono i più grandi “finanziatori”.

Ad ogni modo, come volevasi dimostrare, contro tutti i guru delle nuove sinistre e dei nuovi “movimenti”, che dichiaravano un arnese del secolo scorso il conflitto capitale-lavoro, oggi perfino in tale contesto di rischio mondiale per la salute pubblica il cuore del “conflitto” resta, e non potrebbe essere altrimenti come abbiam sempre ribadito, all’interno del mondo del lavoro e della produzione (di beni ma anche di servizi).

L’Italia ha stanziato 25 miliardi di Euro, ma tale somma è del tutto insufficiente per rimettere in moto l’economia in piena crisi capitalista, a maggior ragione dopo la ulteriore battuta d’arresto causata dal COVID-19, con il rischio concreto che una buona fetta delle PMI sia concretamente a rischio fallimento. E i padroni di tale grossa fetta di PMI a rischio, come finora non hanno avuto scrupoli a vivacchiare per mezzo di uno sfruttamento dei propri lavoratori spesso ancor più selvaggio rispetto alla grande azienda, non esiteranno un minuto ad accanirsi sulla voce di costo che risulta più facilmente “tagliabile” in bilancio, quella relativa al “capitale variabile” (il valore rappresentato dalla somma delle spese per i salari dei propri lavoratori). Ragion per cui, siamo costretti a credere che gran parte della crisi generata da questa epidemia sarà pagata da milioni di lavoratori dipendenti, che perderanno il posto di lavoro o nella migliore delle ipotesi vedranno drastiche riduzioni sui salari. La misura messa in campo per salvaguardare i livelli occupazionali è stata quella di mettere a disposizione 1,34 miliardi di euro, utili a finanziare 9 settimane di cassa integrazione guadagni, ma anche questa misura potrebbe risultare vana se, come è prevedibile, “i fermi” nel Paese dovessero estendersi oltre l’orizzonte temporale stimato.

A peggiorare la situazione, già critica, delle PMI italiane, comunque storicamente sussidiate anch’esse dallo Stato con soldi pubblici (quindi della collettività), è il probabilissimo calo del fatturato nei 3 mesi successivi allo scoppio dell’epidemia. Secondo un’analisi di CRIF, il SISTEMA DI INFORMAZIONI CREDITIZIE, il 37 % delle PMI partono da situazioni già ultra delicate per quanto riguarda la liquidità aziendale, e addirittura una percentuale pari al 7% non ha nessun margine di manovra per sopperire alla crisi di liquidità. Solo queste ultime, secondo le stime, necessiterebbero di 60 miliardi di euro per sopperire al fabbisogno di liquidità nell’anno 2020. Di questi 60 miliardi di euro si stima che solo il 25% potrà essere coperto dai flussi di cassa attesi nell’anno 2020 (https://it.businessinsider.com/coronavirus-emergenza-liquidita-per-le-pmi-per-salvare-il-sistema-servono-15-miliardi-nei-prossimi-tre-mesi/).

Ecco che allora le cifre stanziate dal governo italiano appaiono ridicole, e questa situazione si ripercuoterà su milioni di salariati, così anche l’emergenza sanitaria COVID-19 sarà pagata dai sacrifici del mondo del lavoro.

Cosa altro faranno le piccole realtà produttive se non scaricare tutto il peso di tale situazione sulle spalle dei propri operai? Prendiamo l’esempio della piccola o micro impresa edile, tanto diffusa nel Mezzogiorno d’Italia. La situazione ad oggi per un operaio edile è già di per sé complicata, un mondo quello dell’edilizia, già fermo di suo a rapporti e forme contrattuali arcaiche, da precapitalismo industriale, e nella maggior parte dei casi con condizioni non veritiere rispetto ad ore di lavoro, ferie godute e tutele familiari. Pratiche come il lavoro “a cottimo” o “alla giornata” sono ancora alla base del rapporto che intercorre tra padrone e operaio. In merito poi all’assenza dei necessari dispositivi di sicurezza, quelli mancano già ordinariamente (si fa fatica a trovare un casco figuriamoci la mascherina!), per non parlare della difficoltà ancora maggiore del mantenimento di distanze di sicurezza in un lavoro che impone la stretta e continua collaborazione. L’emergenza covid-19 ha solo smosso un po’la polvere di calce e stucco sotto la quale riposava il mondo dell’edilizia. La parola sicurezza pare un ossimoro avvicinata alle parole cantiere edile! Non è in questo articolo che possiamo analizzare i processi economici, storici e sociali che hanno portato a questa situazione. Ma dovrebbe esser facile rispondere a questa domanda: in tale scenario fatto di sicurezza collettiva dei lavoratori vicina allo zero, lavoro retribuito alla giornata, ferie non pagate, buste paga sequestrate, contratti di lavoro ai limiti del ridicolo, quale potrà mai essere la risposta dei padroni dalla piccola e media impresa edilizia per contrastare l’emergenza covid-19?!

Lo sfortunato operaio edile che si è trovato di fronte a questa emergenza ha dovuto in prima istanza fronteggiare come tutti la paura dell’epidemia, poi il silenzio delle Istituzioni, ed infine decreti presidenziali che lasciano pieno margine di interpretazione e manovra al padrone, quindi nient’altro che azioni atte a peggiorare la situazione degli operai naturalmente. Cosa rimane in questo caso delle ultime decisioni del governo? Una confusione generale. Una confusione non casuale però. L’atteggiamento altalenante (in particolar modo nei confronti della chiusura o meno di ampi settori della produzione), a zig zag, dei governi borghesi in un caso come quello che stiamo vivendo non può che oscillare tra le esigenze di preservazione della forza lavoro, della salute quindi delle masse lavoratrici (non per motivi etici o morali dunque ma per la necessità e il bisogno che di essa si ha per il funzionamento del sistema capitalista), e il dover cedere alle pressioni di chi detiene realmente il potere, industriali e banchieri (che alla salute dei lavoratori antepongono la continuità del profitto).

Ma la situazione non è poi così diversa nelle fabbriche della piccola e media impresa. Gli operai e le operaie avevano in diverse realtà, con blocchi della produzione e veri e propri scioperi spontanei, chiesto la chiusura dei settori produttivi non indispensabili da fine febbraio – inizio marzo, alla prima avvisaglia di diffusione del virus in Italia. Sarebbe stato un tempo guadagnato utilissimo ad evitare la propagazione esponenziale del coronavirus. Invece il cinismo degli industriali e l’indecisione del governo (di certo non immune alle pressioni dei primi) hanno avuto la precedenza sulla salute dei lavoratori e di tutti i cittadini. Non solo. Piovono, ininterrottamente da quando è iniziata questa vicenda, segnalazioni a giornali, radio e agli stessi sindacati, di lavoratori e lavoratrici costretti a lavorare senza guanti e mascherine (non è difficile appurare la veridicità di queste situazioni vista l’atavica penuria di mascherine, che siamo costretti ad importare come la gran parte degli Stati europei, e ciò la dice lunga su quanta attenzione abbiano gli Stati borghesi per la sicurezza dei lavoratori e per la salute pubblica) e senza protezioni adeguate in generale, per non parlare della distanza di sicurezza obbligatoria! Ovviamente, trattandosi della piccola impresa, quasi sempre non sindacalizzata e senza una serie di diritti e garanzie, la paura di ritorsioni da parte della proprietà, la paura di esser licenziati con uno schiocco di dita, impedisce la denuncia di condizioni di lavoro penose già di per sé (figuriamoci adesso!) e garantisce un buon grado di impunità ai capitani di ventura delle PMI.

Nell’accordo, come sempre, capestro tra governo, padronato e sindacati collaborativi di metà marzo si prevede la prosecuzione delle attività produttive solo in presenza di condizioni che assicurino ai lavoratori adeguati livelli di protezione, e abbiam già detto che per le PMI questo è impossibile. Viene poi previsto il massimo ricorso possibile allo smart working, e anche questo per le PMI è un mezzo miraggio, a meno che siano i lavoratori stessi a provvedere al necessario (con propri pc, propri telefoni, proprie utenze personali). Sono poi incentivate ferie e congedi, e viene agevolato il ricorso alla cassa integrazione. A questi strumenti invece crediamo che le PMI faranno ampio ricorso, visto che con la cassa integrazione risparmiano un po’ di soldi, a scapito delle risorse pubbliche, quindi degli stessi lavoratori, e con le ferie “forzate” non si fa altro che togliersi davanti “la scocciatura delle ferie” per i propri lavoratori in un periodo morto. E pazienza se per quei lavoratori non si tratta di ferie, di vacanza, ma di una sacrificatissima, seppur giusta, clausura tra le mura domestica.

La solita vergogna! A pagare è sempre la classe operaia, a pagare sono sempre i lavoratori e le lavoratrici, a pagare non sono mai i padroni, che siano padroni della grande, della media o della piccola impresa.

Noi al contrario rivendichiamo come principale misura lo SCIOPERO GENERALE!

Altro che cassaintegrazione e ferie forzate!

Ai lavoratori che possono lavorare in modalità lavoro agile (“Smartworking”), che le aziende forniscano tutti i mezzi necessari: computer, utenze necessarie (gas, luce, telefono, ecc.); tutti gli altri lavoratori a casa a salario pieno!

NO alle ferie forzate! NO al divieto di sciopero! Sciopero generale!

Per finanziare le misure anti-coronavirus: NO al pagamento del debito pubblico!

Nazionalizzazione del sistema bancario e dei grandi patrimoni sotto il controllo operaio!

Governo dei lavoratori!

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