Cambiamento climatico, crollo di civiltà, ecosocialismo e marxismo

di Jorge Altamira, 07/02/2020

Michael Lowy (Ecosocialismo) versus crollismo

Jorge Altamira, principale referente del trotskismo argentino e leader storico della più importante organizzazione di sinistra del paese (Partido Obrero), Jaime Vindel (Intellettuale iberico esperto in questioni di marxismo ecologico) e Paul Walder (ex direttore del digital media cileno El Ciudadano e attuale direttore del sito Politika.cl) si aggiungono al dibattito!

Pubblicato su http://www.marxismoycolapso.com

La questione del cambiamento climatico sta occupando il primo piano dell’agenda politica internazionale. L’accento è stato posto sul riscaldamento globale, relegando in secondo piano altri aspetti, come l’avvelenamento dell’agricoltura e del cibo o la depredazione delle specie da parte dell’industria farmaceutica internazionale.

A sinistra, la questione climatica ha dato il via alla formazione di diverse correnti. Una di loro sottolinea che la crisi climatica è arrivata ad un punto di non ritorno, il che ridimensiona la validità del “paradigma” marxista, che rivendica la lotta di classe e la rivoluzione socialista mondiale. La decomposizione del sostrato naturale della società avrebbe infranto la possibilità di una società senza classi – lontana dalla premessa dell’abbondanza e dalla cessazione della lotta per l’esistenza, l’umanità sarebbe entrata in un mondo con risorse in calo, come conseguenza della distruzione dell’ambiente. Il socialismo, il marxismo, dovrebbero assumere questo cambiamento radicale delle condizioni storiche, e candidarsi alla gestione del “crollo di civiltà”. Ci troviamo di fronte, con le dovute differenze, a un ritorno del Malthusianesimo nell’epoca della decadenza capitalistica.

Dall’altra parte, c’è una corrente “ecosocialista”, che cerca di colmare il vuoto ecologico che il marxismo esibirebbe e, come per il “femminismo anticapitalista”, di aprire la strada al multiclassismo e al fronte popolare. È un contributo curioso al marxismo, come se questo non avesse come punto di partenza l’alienazione, cioè la separazione dell’essere umano dal proprio ambiente. Il comunismo non è solo la società senza classi, ma la riconciliazione della società con la natura, compresa la propria.

Possiamo vedere che la questione del cambiamento climatico è il pretesto e l’argomento per un nuovo revisionismo, che compare sempre nei momenti di rottura della società capitalista. Significativamente, la questione climatica non è stata evidenziata nelle sue implicazioni catastrofiche nei famosi “trenta anni gloriosi” del dopoguerra, che sono stati ampiamente celebrati da gran parte della sinistra, proprio quando lo sfruttamento delle risorse fossili che producono il riscaldamento globale si stava sviluppando come mai prima di allora.

La questione del cambiamento climatico non può essere affrontata al di fuori del contesto storico e di ciò che gli corrisponde: la lotta di classe e la lotta politica. La distruzione delle forze produttive e dell’ambiente è nei geni del capitalismo, la cui base è la reificazione dei rapporti sociali e lo sfruttamento mercantile della forza lavoro (e di alcune nazioni da parte di altre). La barbarie si trova nella genetica del capitale; dalla sua fase di ascesa sviluppa il proprio lavoro creativo attraverso la distruzione della forza lavoro e dell’ambiente naturale della vita. L’epoca della sua decadenza dispiega questa tendenza distruttiva in modo potenzialmente illimitato. È un movimento storico contraddittorio, mediato da una lotta di classe di portata maggiormente rivoluzionaria, guerre e insurrezioni nazionali.

La barbarie e il collasso di civiltà sono apparsi come questioni concrete ben prima degli avvertimenti sul cambiamento climatico da parte della comunità scientifica. Le guerre imperialiste (che Lenin caratterizzava all’epoca come “un cambiamento d’epoca”) concretizzarono lo slogan “socialismo o barbarie” e inaugurarono i dibattiti sul “crollo di civiltà”. Oggi sono presentate come una minaccia minore di quanto sarebbe il cambiamento climatico solo a causa delle battute d’arresto subite dall’imperialismo in quelle guerre – la rivoluzione di Ottobre, in un caso, la sconfitta del nazismo e le rivoluzioni del dopoguerra, nel secondo. Una vittoria del nazismo, come risultato alternativo di quella guerra, avrebbe trasformato il mondo in un gigantesco campo di concentramento, con tanto naturalmente di camere a gas. La natura sarebbe stata devastata dal saccheggio di Hitler, parallelamente alla schiavizzazione umana.

La (relativa) sconfitta di quella barbarie è stata ottenuta attraverso guerre rivoluzionarie e rivoluzioni sociali. Queste guerre e rivoluzioni rimangono le uniche barriere concrete contro la barbarie capitalista.

La minaccia alla civiltà rappresentata dalla distruzione del clima, o dell'”equilibrio” o del “metabolismo” climatico, è stata preceduta ed è ancora accompagnata da un’altra minaccia di portata apocalittica – una guerra nucleare. Hiroshima, Chernobyl o Fukushima hanno avuto un effetto devastante sull’ambiente, al di là del fatto di essere un crimine di massa contro l’umanità col lancio della bomba atomica sul Giappone (o del napalm sul Vietnam). Una guerra nucleare accelererebbe il “cambiamento climatico” in un modo che sfiderebbe l’immaginazione di qualsiasi “crollista”. Il crollo di civiltà accompagna la decadenza capitalista come l’ombra accompagna il corpo, e non può essere separato da esso, senza cadere in operazioni ideologiche. Dopo l’integrazione della Cina e della Russia nell’economia mondiale, il mondo sta vivendo una spirale di guerre e non ha mai smesso di essere minacciato da un’apocalisse atomica.

Le critiche sulla tendenza alla catastrofe climatica non possono ignorare le esperienze del “socialismo in un solo paese” sia in Cina che in Russia, incluso un alto prezzo in vite umane. Una “accumulazione primitiva”. Le burocrazie controrivoluzionarie non hanno inventato un proprio modo di produzione, che sarebbe stato possibile solo su scala mondiale, ma hanno adattato, a loro modo, sotto la pressione del capitalismo, i metodi più barbari del capitalismo. La restaurazione capitalista ha allineato queste società, successivamente, alla tendenza mondiale che accentua la prospettiva di una catastrofe climatica.

In sintesi, la possibilità del crollo, della barbarie e della catastrofe dell’umanità devono essere collocate nel quadro della storia e della politica. Al di fuori di esse, c’è solo il nulla.

Il cambiamento climatico e il conseguente esaurimento delle risorse fa parte del metabolismo dell’accumulazione sotto il capitalismo. Non ci possono essere cambiamenti in direzione del primo senza l’abolizione del secondo. La diminuzione delle risorse genera, in primo luogo, nuove guerre, ad esempio, per il controllo del petrolio e del gas naturale o del litio. La guerra, attraverso la corsa agli armamenti, è il principale fattore del prosciugamento di risorse inquinanti e in esaurimento. La voracità capitalistica di queste risorse altera catastroficamente le condizioni di vita di grandi masse, attraverso l’inquinamento dei fiumi e delle acque, quando non la completa privazione di quest’ultime. In tutto il mondo ci sono state immense lotte per la tutela dei ghiacciai e dell’acqua e contro le miniere inquinanti. La questione del cambiamento climatico scatena lotte di classe che hanno come riferimento le condizioni di vita, come accade in aziende e luoghi di lavoro con condizioni di lavoro malsane. Di conseguenza, scatena crisi politiche e rivoluzioni. Tale espressione non fa riferimento a un “eco-socialismo” ma al marxismo rivoluzionario “tout court”.

La politica climatica dei governi imperialisti è associata alla guerra per una nuova divisione del mondo, non le è estranea. Una politica socialista sul clima non può essere discussa ignorando le guerre che genera. L’autosufficienza petrolifera degli Stati Uniti, attraverso il fracking, non ha portato a una “politica di pace” dell’imperialismo statunitense in Medio Oriente, per un motivo molto semplice: nessuno regala risorse che possano cadere in mani rivali. La Cina, invece, il rivale designato da Trump e dal Partito Democratico statunitense importa petrolio dall’Iran. Gli stessi Stati Uniti sono in crisi – le grandi aziende sono entrate in amministrazione controllata. L’accenno a una prospettiva di imminente catastrofe climatica senza che questa venga messa in relazione con l’imperialismo e le guerre, e senza che venga messa in relazione con le guerre rivoluzionarie e le rivoluzioni che esse generano, diventa una partita ideologica per mettere in discussione la validità del programma della dittatura del proletariato e della rivoluzione proletaria internazionale.

Il cambiamento climatico non si riduce al riscaldamento globale; si esprime con la depredazione delle specie e nell’infiltrazione chimica dell’agricoltura (che Marx ha sottolineato, diciamo per inciso, dal 1848 – Ryazanov, Manifest Biography). Si tratta di un’aggressione su larga scala al metabolismo della natura e al cibo umano e animale. Ci sono state grandi lotte contro il capitale chimico in agricoltura e i suoi finanziatori. La prima grande richiesta contro il capitale è stata storicamente la nazionalizzazione della terra, che non compare però nell’agenda dell’ambientalismo, come anche la nazionalizzazione del capitale bancario e finanziario. La critica ambientalista alla proposta di espropriare le imprese inquinanti sostiene che sarebbe un tentativo di farne un uso “socialista”, senza cambiare il “modello estrattivista”. Ma l’espropriazione di capitali non è un atto giuridico, è la premessa dell’emancipazione dallo sfruttamento sociale, della riconversione delle forze produttive esistenti verso obiettivi sociali, in contrapposizione alla produzione di plusvalore e alla realizzazione di merci. Come si vede, non si tratta di far diventare ecologisti i comunisti ma, al contrario, di far diventare comunisti gli ecologisti.

Per alcuni movimenti ecologisti, che siano o meno crollisti, le lotte che stanno scoppiando contro i prezzi della benzina sarebbero una manifestazione della terribile mancanza di consapevolezza delle masse sull’imminente crollo di civiltà. Di conseguenza, i lavoratori dovrebbero finanziare la conversione dei combustibili fossili in energie pulite, quando tale metodo non raggiungerebbe mai questo scopo, né è certo che questo sia lo scopo effettivo delle tariffe, che potrebbero servire per rafforzare il bilancio dello Stato nel finanziare le guerre e le attività più inquinanti. Nel nome della difesa del clima, si scatena un’offensiva contro le condizioni di vita dei lavoratori. Macron stabilisce una tassa ecologica sulla benzina, e allo stesso tempo combatte contro Trump affinché Total (compagnia petrolifera francese, n.d.t.) possa sviluppare lo sfruttamento petrolifero in Iran.

Il fallimento degli accordi sul clima è dovuto all’impossibilità di finanziare la riconversione sulle spalle dei lavoratori, e alla concorrenza e alla lotta tra i poteri capitalistici per il controllo delle risorse inquinanti. La questione del clima è di natura internazionale; non può essere affrontata da un regime sociale caratterizzato da scontri nazionali e dall’oppressione nazionale. L’agenda climatica è inseparabile dall’internazionalismo proletario.

Il compito dei socialisti deve essere quello di affrontare queste aggressioni del capitale contro i lavoratori e la natura attraverso la lotta di classe, la rivoluzione e l’azione rivoluzionaria internazionale. Ripensare il luogo storico del socialismo per gestire la società post-collasso irreversibile della civiltà, è assegnargli la funzione di becchino. La possibilità di modificare il cambiamento climatico attraverso la “decrescita”, nel quadro del capitalismo, dovrebbe iniziare con il controllo delle nascite, ormai in disuso, ma ripetutamente difeso dagli ideologi del capitalismo. Il tetto del figlio unico realizzato dalla Cina è finito, non in un fallimento, ma in una deformazione della popolazione, promuovendo un maggiore ‘produttivismo’ e saccheggio della natura.

Il socialismo non consiste nel trasformare lo Stato in proprietario collettivo dei mezzi di produzione, una sorta di capitalismo di Stato, ma nell’emancipare la forza lavoro dalla sua condizione di merce salariata. Senza la rottura di questo legame, il proletariato non può emanciparsi dal giogo dello sfruttamento e dalla natura dell’usurpazione da parte di una potenza straniera, il capitale. Solo la prevalenza del tempo libero sul tempo necessario alla sopravvivenza consente la possibilità di un rapporto storico-naturale dell’essere umano con il proprio ambiente. Il capitale cresce come potenza alienante, non solo di fronte alla forza del lavoro, ma soprattutto di fronte all’ambiente sociale e naturale che cerca incessantemente di assorbire. La prima misura di una rivoluzione socialista internazionale è la riduzione dell’orario di lavoro e la separazione della produzione dagli sprechi capitalistici. Questa sarebbe una “decrescita” socialmente utile. Il lavoro libero è la prima condizione per la riconciliazione degli esseri umani con il proprio ambiente naturale.

“Il collasso di civiltà e l’estinzione umana sarebbero già impossibili da fermare”. “Dinamica della chiusura o chiusura dell’orizzonte socialista moderno”. “Collasso diffuso delle forze produttive imminente”. “Crollo di civiltà come risultato di processi già avanzati”. “Gli equilibri non possono più essere ripristinati”.

Tutti questi spauracchi danno per finita una lotta che è avanti a noi. Il punto di non ritorno della barbarie in via di sviluppo. “Ripensare il socialismo”, sulla base di queste premesse, è puntare a una gestione di quella barbarie, che non sarà socialista ma capitalista. Un collasso di civiltà non sarebbe, sotto nessun aspetto, sinonimo di collasso del capitalismo – una metamorfosi di adattamento alla barbarie del proprio stampo. L’inevitabilità di un tale crollo, giustificato in termini di mutamento climatico, a margine dalla lotta di classe che il capitalismo in declino sta alimentando sempre più, può essere sostenuta solo come ideologia, cioè come giustificazione, che si accompagna a una reazione lungo tutta la linea. Questa tendenza appare a sinistra come espressione di scetticismo di fronte alle crescenti ribellioni e ai processi rivoluzionari che cercano di imporsi. È un contro-riflesso delle esplosioni fasciste generato dal disfacimento della società capitalista.

L’integrazione della crisi climatica nella “crisi dell’umanità” ci riporta alla questione della crisi della direzione del proletariato. Questa è la vera agenda politica nell’attuale situazione storica.

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